Cambiamento climatico e tecnologia

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Cambiamento climatico e tecnologia

S.9 Ep.182 – Cambiamento climatico e tecnologia

4 scenari dal futuro prossimo

Le “città resilienti”, nuove oasi urbane che combattono il cambiamento climatico grazie a nuove tecnologie e maggiore velocità decisionale.

“Era post tecnologica”, con l’umanità che inizia a ritirarsi dall’abuso di tecnologia e si concentra sulla rigenerazione ambientale.

“Ecosistema olistico”, dove invece si predilige una sinergia tra tecnologia e natura.

Ed infine, la “Sfida ambientale globale”, caratterizzata da un aumento delle tensioni geopolitiche a causa dell’accesso a risorse limitate.

I 5 perché

Uno. Perché combattere il cambiamento climatico è così complesso?

Due. Perché sembra che gli interessi privati prevalgano sempre su quelli pubblici?

Tre. Perché collaborare sul tema cambiamento climatico è così difficile?

Quattro. Perché tra le soluzioni di breve termine non troviamo alcuna tecnologia in grado di risolvere il problema?

Cinque. Perché le tecnologie che abbiamo oggi non bastano?

News dal futuro

Il bizzarro progetto di uno “Stato della longevità“, chip basati sulla luce e cibi innovativi, con la storia del riso che contiene carne bovina coltivata!


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CAMBIAMENTI CLIMATICI, TECNOLOGIA E IMPATTO

“Abbiamo individuato l’effetto serra, che sta modificando il nostro clima”. Con queste parole, nel 1988 il climatologo James Hansen, sbatteva in faccia al Congresso americano, durante un’audizione, quello che oggi consideriamo ovvio.

Cosa disse lo scienziato? Durante la sua testimonianza, Hansen dichiarò che l’aumento delle concentrazioni di gas serra, come il biossido di carbonio, stava provocando un riscaldamento globale e che le emissioni umane erano la principale causa. Gli effetti del cambiamento climatico stavano già diventando evidenti, ma quel discorso suonò come una sveglia. Anche se da allora, come sappiamo, molti hanno preferito voltarsi dall’altra parte ed andare avanti a dormire. Infatti, nel 1988 il mondo produceva 22 miliardi di tonnellate di CO2, nel 2023 siamo saliti a 37.

Da quando ho iniziato tanti anni fa a scansionare il presente per capire il futuro, il ruolo della tecnologia nei confronti cambiamento climatico è sempre risultato dubbio. Perché gioca un ruolo ambivalente nei cambiamenti climatici: può essere sia una causa che una cura, a seconda di come viene sviluppata, implementata e utilizzata.

Ne è causa quando si parla di gas serra. Alcune tecnologie, in particolare quelle che dipendono dai combustibili fossili, sono una causa principale dell’aumento delle emissioni di gas serra, come anidride carbonica (CO2) e metano (CH4). La produzione di energia, l’industria e i trasporti basati sui combustibili fossili sono i principali contributori al cambiamento climatico: energia 55%, industria 24% e trasporti 21%.

Ma anche approcci e tecnologie intensive possono contribuire, per esempio, alla deforestazione e all’uso non sostenibile delle risorse naturali, influenzando negativamente gli ecosistemi e il bilancio del carbonio.

Dall’altra parte, le tecnologie legate alle energie rinnovabili, come l’energia solare, eolica e idroelettrica, offrono soluzioni a basse emissioni di carbonio, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e mitigando l’impatto climatico. Così come le tecnologie che migliorano l’efficienza energetica, sia negli edifici che nei processi industriali, contribuiscono a ridurre la domanda complessiva di energia, diminuendo le emissioni associate alla produzione di energia.

Anche in campo agricolo la tecnologia può essere un’alleata. Soluzioni avanzate possono migliorare la sostenibilità dell’agricoltura, riducendo le emissioni di gas serra, ottimizzando l’uso delle risorse e migliorando la resistenza alle condizioni climatiche mutevoli. E comunque, anche nel più parziale dei casi, tecnologie come sensori, droni e intelligenza artificiale possono essere impiegate per monitorare e gestire l’ambiente in modo più efficiente. Questo aiuta nella prevenzione e nella risposta alle catastrofi ambientali, riducendo gli impatti climatici. Dall’altra parte la “tecnologia” ha partorito anche i pesticidi o gli antibiotici che alimentano gli animali che arrivano sulle nostre tavole.

In realtà, consentitemi di esprimere un’opinione. È un falso problema. O meglio, una domanda mal posta. Non è la tecnologia che causa o cura il cambiamento climatico. È l’approccio dell’uomo. La tecnologia è solo al suo servizio.   

Ecco allora, 4 scenari di interazione fra tecnologia e cambiamento climatico, che possono portarci in molte direzioni diverse.

CITTA’ RESILIENTI

Il primo l’ho chiamato “Città resilienti”. E vede, come dice il titolo, le città al centro della transizione verso sistemi più sostenibili. Come ho scritto più volte in passato, i temi sono due. Primo, in futuro la maggior parte della popolazione mondiale, circa 2/3, vivrà concentrata in ambienti urbani e mega-città. E quindi non è per nulla strano che siano queste “organizzazioni” umane a prendere la leadership sul tema. Secondo, le megacittà reclamano potere e spesso sono più veloci a prendere decisioni rispetto ai Governi centrali, e quindi è ragionevole pensare che possano sperimentare più rapidamente su scala un po’ più piccola (intesa come più piccola delle Nazioni).

In questo scenario, entro il 2045, le città globali hanno adottato tecnologie avanzate per adattarsi ai cambiamenti climatici. Architetture sostenibili, reti intelligenti e soluzioni green hanno trasformato i centri urbani in oasi resilienti.

Le città del futuro sono diventate laboratori urbani di sostenibilità e adattabilità. Gli edifici sono progettati con materiali intelligenti che si auto-regolano in risposta alle condizioni meteorologiche. Sistemi di trasporto avanzati, basati su energie rinnovabili, riducono le emissioni e migliorano l’efficienza. I parchi e le aree verdi sono integrati nell’architettura urbana, contribuendo alla cattura di carbonio e al benessere della comunità.

La corsa è già iniziata. New York, nel 2019, per esempio, ha reso obbligatoria la realizzazione di tetti verdi per tutti i nuovi edifici e per quelli in ristrutturazione. In concreto, vuol dire che i tetti abbiano orti, prati, spazi verdi con pannelli solari o generatori eolici. Gli esempi di edifici sostenibili sono numerosi. Il Pixel Building a Melbourne è uno dei primi edifici completamente carbon neutral; il Bahrain World Trade Center è orientato in modo da catturare i venti del deserto, incanalarli in tre turbine e produrre energia; il Bosco Verticale di Milano con la sua facciata arricchita da migliaia di piante è noto; la International Hall di Fukuoka in Giappone è costruita con un lato composto da 15 terrazze a gradoni verdeggianti e così via.

Ma non finisce qui, con questa iniziative spesso “isolate” nel contesto urbano. Le reti intelligenti monitorano costantemente l’uso delle risorse, ottimizzando l’energia, l’acqua e i rifiuti. L’intelligenza artificiale e l’analisi dei big data guidano decisioni informate per gestire il territorio urbano in modo sostenibile. Le città resilienti fungono da modelli di innovazione per il resto del mondo, con la condivisione globale delle migliori pratiche e tecnologie. Facile a dirsi quando le città sono progettate da zero, come la coreana Songdo o Noem, la futura smart city islamica affacciata sul Mar Rosso, molto più complicato nelle nostre “vecchie” città medioevali.

L’educazione ambientale è una priorità, con programmi che promuovono la consapevolezza sull’importanza di vivere in armonia con l’ambiente. I residenti sono coinvolti attivamente nelle iniziative di sostenibilità, contribuendo al senso di comunità e alla responsabilità collettiva. Quando ho scritto il capitolo sulle tecnologie per combattere la siccità, ho fatto l’esempio dell’approccio culturale di Israele verso l’acqua. Un esempio che rimane valido.

Questo scenario rappresenta un futuro in cui la tecnologia è impiegata in modo avanzato per affrontare le sfide ambientali, creando città che prosperano in simbiosi con il loro ambiente circostante.

Come possiamo renderci conto se starà accadendo? Guardando agli investimenti in infrastrutture sostenibili, all’adozione di tecnologie verdi come il solare, all’impiego dell’AI per il monitoraggio locale, alla promozione della pianificazione urbana sostenibile. Ed infine alla collaborazione tra pubblico e privato, spesso volano, anche economico, per innovare.

ERA POST TECNOLOGICA

Il secondo scenario, opera invece su scala più globale e potrebbe apparirvi un po’ utopistico. Si intitola “Era post-tecnologica”. Nel decennio 2030-2040, l’umanità ha intrapreso una ritirata dalla tecnologia e si è concentrata sulla rigenerazione ambientale. Il cambiamento climatico è contrastato con approcci basati sulla natura, come la riforestazione su larga scala e la riabilitazione degli ecosistemi. Sarebbe meraviglioso.

La società post-tecnologica ha abbandonato molte delle complessità della vita moderna in favore di un’esistenza più in armonia con la natura. Le persone hanno adottato uno stile di vita più semplice, riducendo drasticamente la dipendenza dalla tecnologia avanzata. La connessione con la natura è prioritaria, con comunità che prosperano attraverso pratiche agricole tradizionali e il rispetto per il ciclo naturale delle stagioni. Noi intanto vediamo l’Europa ritirare le norme sulla riduzione dell’uso dei pesticidi, a causa delle proteste degli agricoltori, e questo forse ci fa capire come questo scenario sia difficile.

Ma continuando nell’alveo della logica ottimistica di questo scenario, la riforestazione su vasta scala è diventata una priorità globale. Comunità locali e organizzazioni internazionali collaborano per piantare alberi, ripristinare ecosistemi e preservare la biodiversità. La tecnologia è utilizzata solo in modo minimale e sostenibile, ad esempio per monitorare la salute degli ecosistemi o coordinare gli sforzi di riforestazione.

La vita quotidiana è incentrata su principi di autosufficienza e comunità. Le persone coltivano il proprio cibo, adottano fonti di energia rinnovabile e condividono risorse all’interno delle comunità locali. Le città, se presenti, sono integrate armoniosamente nella natura circostante, con architetture bioispirate che si fondono con il paesaggio.

L’istruzione pone l’accento sulla conoscenza della natura, sull’agricoltura sostenibile e sulle pratiche ambientali consapevoli. L’arte e la cultura celebrano la bellezza e la diversità della natura, ispirando una profonda connessione tra gli individui e il loro ambiente.

In questo scenario, la rinuncia alla tecnologia avanzata è vista come un ritorno alle radici della vita umana, con un’enfasi rinnovata sulla coesistenza e la collaborazione con la natura per affrontare le sfide climatiche.

Affinché questo scenario si possa materializzare, sin da oggi, dovrebbero iniziare ad accadere alcune cose concrete:

  • Promozione della riforestazione e riabilitazione degli ecosistemi: se da una parte è vero che nel mondo le “aree protette” terrestri e marine sono in aumento (sono 200.000 quelle terrestri ed il 7% di tutti gli oceani quelle marine), dall’altra i progetti di riforestazione ottengono ancora risultati modesti. I mega progetti di riforestazione tra Paesi, delle aree africane desertificate, per ora sono miseramente falliti; salvo qualche parziale successo a livello locale. Finché non vedremo davvero più alberi, il problema continuerà ad esserci.
  • Riduzione della dipendenza dalle tecnologie: al massimo, oggi, abbiamo assistito ad una presa di coscienza verso tecnologie a minore impatto; ma non di sicuro ad un minore uso della tecnologia.
  • Incentivazione dell’agricoltura sostenibile: le differenze tra Paese e Paese rende mondo difficile indicare la tendenza odierna, ma coltivazione e allevamento intensivi sembrano restare la norma. In compenso, se la “carne” vegetale o “coltivata” prendesse piede, potrebbe aiutare a risolvere il problema in maniera sostanziale.

Voi che dite? Io non vedo premesse granché rosee.

ECO SISTEMA OLISTICO

Il terzo scenario va sotto il nome di “Ecosistema olistico”. Oltre il 2035, emergono tecnologie avanzate basate su principi ecosistemici. Cosa intendo? Che la connessione tra intelligenza artificiale, biotecnologia e soluzioni sostenibili crea un ecosistema olistico in cui l’innovazione rispetta l’equilibrio naturale.

La tecnologia è integrata in modo sinergico con la natura, migliorando la sostenibilità globale. Soluzioni biomimetiche, energia pulita e agricoltura intelligente coesistono in un modello di sviluppo armonico con l’ambiente, promuovendo la salute del pianeta e della società.

L’approccio olistico all’innovazione permea ogni aspetto della società e della tecnologia. Gli scienziati e gli ingegneri collaborano strettamente con gli ecologi e gli esperti di biodiversità per sviluppare soluzioni avanzate che migliorano la sostenibilità senza compromettere l’integrità degli ecosistemi. Se ci pensate bene, è lo scenario 1 su una diversa scala: dalle città al pianeta intero.

Le tecnologie biomimetiche, ispirate alla natura, sono ampiamente adottate. I materiali auto-riparanti, influenzati dalla capacità di autorigenerazione degli organismi viventi, sono utilizzati nella costruzione di edifici, veicoli e infrastrutture. La biotecnologia contribuisce alla produzione sostenibile di cibo e alla creazione di fonti di energia pulita, riducendo la dipendenza da risorse non rinnovabili.

Le tecnologie biomimetiche sono quelle che imitano il funzionamento della natura per far funzionare soluzioni umane. Nel loro piccolo, per esempio come scrive molto bene il sito di Rai Scuola, il sonar e il radar imitano l’apparato di geolocalizzazione del pipistrello, il velcro è simile al sistema con cui i semi di alcune piante dotati di uncini si agganciano al pelo degli animali per diffondersi sul territorio; i tessuti antimacchia invece riproducono il modo con cui la foglia di loto si libera del fango. Immaginare che queste tecnologie si diffondano ampiamente e siano anche capaci di contribuire alla riduzione delle emissioni di gas serra, mi sembra interessante, ma poco probabile.

Sui materiali autoriparanti, ho invece più fiducia. I materiali autoriparanti sono una classe di materiali intelligenti in grado di recuperare, parzialmente o totalmente, un danno meccanico in maniera autonoma o in risposta ad uno stimolo esterno. L’autoriparazione consentirebbe di ridurre la manutenzione di molte infrastrutture umane, ma anche qui, se pensiamo a quanto già esistente, è difficile pensare che questa tecnologia possa aiutare in breve tempo.

Più probabile invece, che l’intelligenza artificiale sarà implementata per ottimizzare la gestione degli ecosistemi, monitorando la salute delle foreste, la biodiversità degli oceani e la qualità dell’aria. I sensori avanzati forniscono dati in tempo reale per affrontare rapidamente le emergenze ambientali. Ad inizio anno, ho parlato di un progetto californiano di controllo delle foreste: le telecamere dotate di un software di intelligenza artificiale sono in grado di rilevare potenziali incendi prima ancora che se ne accorga l’uomo. Un piccolo esempio infinitesimale, ma interessante.

In questo scenario, inoltre, la connessione tra umanità e natura è rinforzata attraverso l’educazione e l’arte, con programmi che promuovono un profondo rispetto per l’ambiente. La popolazione globale è coinvolta nella conservazione e nel ripristino degli ecosistemi, promuovendo uno stile di vita in armonia con la terra. Molti si sono già attivati, i programmi di conservazione di specie animali ed ecosistemi in contesti fragili è all’ordine del giorno; qui la sfida, è che la sensibilità si estenda su scale globale.

In conclusione, la tecnologia è un’alleata della natura, e la società prospera attraverso la simbiosi planetaria, dimostrando che è possibile un futuro sostenibile in cui l’innovazione non minaccia, ma migliora la bellezza e l’equilibrio del nostro pianeta.

SFIDA AMBIENTALE GLOBALE

L’ultimo scenario ha invece caratteri più distopici, purtroppo piuttosto realistici. L’ho chiamato “Sfida ambientale globale”. Nel 2040, il cambiamento climatico ha portato a tensioni geopolitiche su risorse limitate. Le nazioni competono per l’accesso alle fonti d’acqua e ai territori abitabili, mettendo alla prova la cooperazione internazionale.

La tecnologia avanza, ma le disuguaglianze nell’accesso alle risorse portano a conflitti. La lotta per la sopravvivenza crea un contesto globale di tensione, mettendo alla prova la capacità dell’umanità di collaborare per affrontare le sfide ambientali.

Il mondo del 2040 è caratterizzato da crescenti disuguaglianze nell’accesso alle risorse chiave. Le nazioni, affrontando la scarsità di acqua, territori fertili e zone abitabili, si trovano coinvolte in tensioni geopolitiche sempre più intense. La lotta per risorse vitali crea un contesto di competizione e sfiducia, minando gli sforzi di collaborazione internazionale.

Quali segnali vediamo oggi in tal senso? Nel 2010 l’ONU ha dichiarato l’accesso all’acqua un diritto fondamentale. Ad inizio secolo però oltre 1 miliardo di persone non avevano accesso all’acqua potabile, il 40% della popolazione mondiale non aveva sufficiente acqua per garantire l’igiene personale e le previsioni di potenziali guerre per accedere a questa risorsa fioccano sempre più frequenti.

Le tecnologie avanzano, ma sono spesso sfruttate per fini militari o per proteggere le risorse nazionali, anziché per affrontare congiuntamente i problemi ambientali. Le guerre per le risorse naturali diventano una triste realtà, provocando migrazioni su vasta scala e creando ondate di profughi ambientali. Secondo la Banca Mondiale, entro il 2050, dovremmo assistere all’emigrazione forzata di oltre 200 milioni di persone a causa degli effetti del cambiamento climatico (desertificazione, inondazioni e così via). Anche se questa stima si riferisce a persone che prevalentemente si sposteranno all’interno dei confini del proprio Stato. Il termine è quindi “improprio”, ma il problema potenzialmente esiste, ovvio.

Organizzazioni internazionali tentano di mediare e promuovere la cooperazione, ma gli interessi nazionali prevalgono spesso sul benessere globale. Il cambiamento climatico accelera la competizione per le risorse scarse, portando a conflitti e instabilità geopolitica.

In questo scenario, la sfida ambientale globale è un catalizzatore per tensioni internazionali, mettendo alla prova la capacità delle nazioni di lavorare insieme per affrontare le minacce ambientali. La situazione è complessa e richiede un approccio globale e collaborativo per evitare una crescente instabilità e garantire la sostenibilità a lungo termine.

CONCLUSIONI

Riassumendo, vi ho presentato 4 scenari:

  • Le “città resilienti”, nuove oasi urbane che combattono il cambiamento climatico grazie a nuove tecnologie e maggiore velocità decisionale;
  • “Era post tecnologica”, con l’umanità che inizia a ritirarsi dall’abuso di tecnologia e si concentra sulla rigenerazione ambientale;
  • “Ecosistema olistico”, dove invece si predilige una sinergia tra tecnologia e natura;
  • Ed infine, la “Sfida ambientale globale”, caratterizzata da un aumento delle tensioni geopolitiche a causa dell’accesso a risorse limitate.

Non voglio fare inutili chiose, a ognuno capire quanto l’attuale situazione sia critica e come le possibili vie di uscita siano alquanto strette e tortuose. Vi invito però ad approfondire nella prossima rubrica “i 5 perché” le motivazioni di questa “fatica”.


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APPROFONDIMENTI

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Homepage – Port of Long Beach (polb.com)


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