Terapia genica – asteroid mining – deadbot

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Terapia genica - asteroid mining - deadbot

S.9 Ep.194 – Terapia genica – asteroid mining – deadbot

Terapia genica uditiva: una bambina britannica di 18 mesi, nata sorda a causa di una rara malattia genetica, ha recuperato l’udito grazie alla terapia genica. Un trattamento innovativo che rappresenta una svolta promettente nella cura della sordità.

Un millimetro cubo: ricercatori di Harvard e Google AI hanno mappato un millimetro cubo di tessuto cerebrale umano, rivelando dettagli complessi e nuovi delle connessioni neuronali, evidenziando la straordinaria complessità del cervello.

AI contro AI: la selezione del personale è sempre più affidata a algoritmi di intelligenza artificiale, creando una corsa tra aziende e candidati. Infatti anche questi ultimi utilizzano strumenti AI per ottimizzare il processo di assunzione, rischiando di perdere l’elemento umano essenziale.

Mining degli asteroidi: nonostante molti fallimenti passati, nuove aziende e tecnologie stanno rilanciando l’interesse per l’estrazione mineraria dagli asteroidi, ma le sfide tecniche ed economiche rimangono significative.

Deadbot: la ri-creazione digitale di persone defunte tramite AI, sebbene tecnicamente sempre più accessibile, solleva serie preoccupazioni etiche, legali e psicologiche, soprattutto per il potenziale impatto sui familiari sopravvissuti.

Parole chiave: Terapia genica – asteroid mining – deadbot

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TERAPIA GENICA UDITIVA

Questa settimana voglio aprire The Future Of, con una di quelle belle notizie di tech for good che ci raccontano davvero di un mondo pieno di possibilità.

Una bambina britannica di appena 18 mesi nata sorda a causa di una rara malattia genetica, è diventata la prima persona al mondo a recuperare l’udito grazie alla terapia genica. Un caso che rappresenta una svolta promettente nel trattamento della sordità, che deve ancora avere sviluppi successivi tutti da monitorare, ma rappresenta un passo nella direzione fondamentale.

La terapia, chiamata CHORD, è stata condotta al Addenbrooke’s Hospital a Cambridge. La bimba ha ricevuto un’infusione contenente un virus innocuo (AAV1) che trasportava una copia del gene OTOF funzionante. Il virus è quindi una sorta di autobus ed il gene sano il prezioso passeggero. Questo gene, una volta in loco, produce una proteina chiamata otoferlina, necessaria per l’udito.

Come funziona

La terapia genica, per semplicità, ha introdotto una copia sana del gene nelle cellule dell’orecchio interno, permettendo la produzione della proteina mancante e il ripristino della funzione uditiva. La produzione di otoferlina, infatti, consente la trasmissione dei segnali elettrici dal nervo uditivo al cervello, funzione senza la quale non si può sentire.

La terapia è stata ben tollerata e ha dimostrato di essere sicura ed efficace. Dopo circa 4 settimane, la bimba di nome Opal ha iniziato a reagire ai suoni anche con l’impianto cocleare dell’orecchio sinistro spento. A 24 settimane riusciva già a sentire sussurri.

I genitori ovviamente sono entusiasti del successo della terapia. Sperano che questa possa aiutare altri bambini e le loro famiglie, migliorando la loro qualità di vita quotidiana.

La sordità di Opal era causata da una neuropatia uditiva, una malattia rara che colpisce circa uno o due bambini su diecimila nati. Lo studio è ancora in corso e prevede altre fasi: conclusa la prima con una dose bassa in un orecchio, la seconda si baserà su una dose più alta e la terza con entrambe le orecchie. I pazienti saranno monitorati per cinque anni.

Il cammino è ancora lungo, ma se il buongiorno si vede dal mattino…

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UN MILLIMETRO CUBO

Ricercatori di Harvard e Google AI hanno collaborato per mappare in modo completo un campione di tessuto cerebrale umano di appena un millimetro cubo. Poca roba direte voi, all’incirca un sassolino. Per immagazzinare questo minuscolo campione sono servite immagini al microscopio elettronico di ogni singola sezione, per un totale di 1,4 petabyte di dati, o detto in maniera più comprensibile l’equivalente di 14.000 film in 4K.

Per fare una proporzione, mappare un cervello umano intero con lo stesso metodo richiederebbe circa 1,6 zettabyte di storage, che costerebbe all’incirca 50 miliardi di dollari e occuperebbe un’area di mezzo chilometro quadrato, richiedendo così il più grande data center del pianeta.

Grazie all’intelligenza artificiale di Google è stato possibile ricostruire le immagini e mappare con precisione fibre e cellule cerebrali, rivelando interessanti novità. Sono stati scoperti ammassi cellulari speculari, un singolo neurone con oltre 5.000 connessioni ad altri neuroni e assoni (le estremità dei nervi che trasportano i segnali) avvolti su sé stessi a forma di gomitolo per ragioni ancora sconosciute.

Complessità

Questo studio ci ricorda, se ce ne fosse mai bisogno, l’enorme complessità del cervello e la difficoltà di decodificarne il funzionamento. Mappare un intero cervello umano con la tecnologia attuale sarebbe infatti non solo economicamente proibitivo, ma anche poco utile scientificamente, data la mancanza di strumenti per interpretare una tale mole di dati.

Questo piccolo progresso tecnologico ci ricorda però anche la velocità cui sta progredendo la tecnologia. In questi giorni sto facendo la centesima rilettura del mio prossimo libro “Il futuro non capita per caso” e proprio ieri mi sono imbattuto in una sezione dove raccontavo un’impresa analoga, di appena un paio di anni fa, dove ad essere scansionato era un millimetro cubo del cervello di un topo. Che, per svariate motivazioni, è concettualmente più semplice di quella di un cervello umano. Insomma, il tempo di scriverlo, e tale impresa è già superata.

È vero che non abbiamo gli strumenti per “digerire” e capire l’intero cervello se anche riuscissimo a scansionarlo per intero, però passo dopo passo anche questo sta accadendo. Se la mappatura del DNA ci ha aperto a infiniti progressi nella genetica e nella medicina, scoprire il nostro cervello dove ci porterà?

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AI CONTRO AI

La selezione del personale ed il recruiting tradizionali stanno morendo. Ho affermato più volte che i selezionatori stanno cedendo tutto il loro potere e le loro abilità agli algoritmi. E per questo sono destinati a scomparire.

Facciamo qualche breve considerazione. Le aziende sono arrivate prima dei candidati. Ormai dispongono di software in grado di scrivere le inserzioni per la ricerca del personale, ricevere ed analizzare grandi volumi di CV, scartare quelli inadeguati, condurre interviste telefoniche, via chatbot e video con i potenziali candidati, riassumere gli esiti di una conversazione e scegliere il più adatto.

I risparmi in termini di ore del vecchio personale umano destinato allo scopo si misurano in milioni di ore e di euro. Almeno per le grandi multinazionali, dove ormai l’AI per fare recruitment è quasi ubiqua. Si punta all’obiettivo che tre curriculum su quattro non passino mai nemmeno davanti all’occhio di un essere umano.

Spesso sentiamo dire che questo approccio molto meccanico di gestione dei grandi numeri andrebbe bene per le figure più junior, mentre per i top manager con grandi responsabilità è sempre meglio l’intervento di un selezionatore umano.

Trovo questo concetto profondamente sbagliato, le figure più giovani che iniziano dal basso sono le nuove leve, il vivaio, sono esattamente le figure che più di altre dovrebbero essere scrutinate per il loro potenziale umano, visto che hanno poca o nulla esperienza professionale.

Ridurre la loro selezione ad un semplice match di parole chiave o all’osservazione di quanto sia prestigiosa o meno l’università di provenienza è la cosa più idiota che si possa fare.

Video

L’ultima moda sono le interviste AI in video. L’Università del Sussex ha già ampiamente dimostrato che causano disorientamento nei candidati, che tendono a comportarsi in maniera meno naturale che in presenza di un essere umano. Pensate che tristezza, giochiamo a fare la macchina per dialogare con la macchina. Un ricercatore di nome McInerney ha dimostrato che anche cose apparentemente banali come indossare un velo o avere una libreria sullo sfondo possono cambiare il punteggio della personalità, assegnato dall’algoritmo. Senza contare i classici bias raziali o di genere dei quali abbiamo già parlato in passato.

L’AI dovrebbe assistere l’uomo a fare un lavoro, non sostituirlo. E quindi, se le aziende si comportano così, i candidati iniziano a combattere (che brutta parola) con le stesse armi.

È nata un’industria di strumenti che aiutano i candidati a sfruttare i sistemi di intelligenza artificiale. Uno di questi, chiamato LazyApply, ad esempio, può candidarvi a migliaia di posti di lavoro online per appena 250 dollari. Con un CV magari scritto o rivisto da ChatGPT ed una lettera introduttiva di motivazioni fatta con Gemini. Una risposta comunque deleteria, semplicemente perché, se le aziende hanno scelto una strada di strumenti poveri e spersonalizzanti, con questi tool ci si abbassa al loro livello. E non abbiamo ancora visto nulla. Perché prossimamente alle video interviste fatte da un’AI i candidati cominceranno a mandare i loro avatar. Ed in questa rincorsa a simulare la perfezione reciproca, le brutte sorprese le avranno le aziende. Che si troveranno ad assumere persone che non conoscono minimamente perché hanno mandato i loro avatar e la versione edulcorata di sé stessi a fare i colloqui.

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MINING DEGLI ASTEROIDI

È fatto conosciuto che gli asteroidi contengano minerali e materiali che sarebbe utile poter utilizzare. Dal platino per l’elettronica, al cobalto per le batterie, fino ad un’infinità di materiali preziosi, c’è più abbondanza nello spazio che sul nostro pianeta.

Se però ci guardiamo indietro, la scia di fallimenti in questo campo è infinitamente più lunga di quella dei successi. Un elenco ancora vuoto.

Fondata nel 2013, Planetary Resources era una delle aziende leader nel settore del mining di asteroidi. Aveva l’obiettivo di estrarre metalli preziosi e altri materiali dagli asteroidi vicini alla Terra. L’azienda ha raccolto oltre 100 milioni di dollari in finanziamenti, ma ha dovuto dichiarare bancarotta nel 2018 a causa di problemi finanziari e di ritardi tecnologici.

Fondata nello stesso anno, Deep Space Industries era un’altra azienda pioniera nel mining di asteroidi. Aveva l’obiettivo di sviluppare tecnologie per estrarre acqua e altri materiali dagli asteroidi. L’azienda ha raccolto oltre 20 milioni di dollari in finanziamenti, ma ha cessato le sue attività nel 2019 a causa di problemi finanziari.

E potremmo continuare con Asteroid Mining Corporation e molte altre. Anche SpaceX vorrebbe estrarre acqua dagli asteroidi per usarla nel processo di realizzazione di propellente dei razzi nello spazio, Blue Origin vorrebbe sviluppare tecnologie per l’estrazione, Lockheed Martin lo sta facendo.

Ma per ora siamo ancora lontani da un primo caso di successo.

A volte ritornano

Recentemente l’argomento sta tornando di attualità. La riduzione dei costi dei lanci, avvenuta negli ultimi anni potrebbe aiutare. Alcuni paesi hanno varato leggi specifiche che consentono l’estrazione mineraria spaziale. Nuovi operatori si affacciano sul mercato.

AstroForge ha lanciato nello spazio un satellite grande come un forno a microonde e lo ha caricato con rocce contenti platino per simulare l’estrazione in orbita. Una simulazione che, però, purtroppo è fallita. Un’altra società, chiamata TransAstra, sta vendendo un telescopio e un software progettato per rilevare oggetti come gli asteroidi che si muovono nel cielo. Non è vero e proprio mining, ma una tecnologia abilitante. La società cinese Origin Space ha un satellite per l’osservazione degli asteroidi in orbita attorno alla Terra e sta testando la sua tecnologia mineraria. Nel frattempo, la società del Colorado Karman+ prevede di andare direttamente su un asteroide nel 2026 e testare le attrezzature di scavo.

Ce la farà questa nuova generazione di pretendenti? Servono molte risorse ed il costo del denaro è ancora alto, i fallimenti del passato non aiutano i nuovi arrivati, il mercato dell’import spaziale di materiali preziosi tecnicamente non esiste. Insomma, l’ottimismo c’è, è un settore da guardare con interesse (non c’è solo la conquista della Luna quando si parla di spazio), ma le difficoltà mi sembrano ancora gigantesche.

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DEADBOT

La ri-creazione digitale di persone defunte è un’attività che continua a procedere dietro le quinte ed in alcuni casi arriva anche fino al pubblico. In passato vi ho parlato di Deep Nostalgia, di app che stanno tentando l’esercizio e ho anche scritto una storia dedicata all’argomento nel mio libro Emozioni 2051.

Esiste un luogo che si chiama Centro Leverhulme di Cambridge per il futuro dell’intelligenza artificiale, che ha studiato l’argomento e detto la sua. La prima preoccupazione riguarda il fatto che ricreare digitalmente un defunto sta diventando più semplice. Se prima servivano doti di programmazione professionali per consentire all’AI di svolgere un compito simile, oggi queste competenze stanno diventando sempre più diffuse ed a basso costo.

Secondo, non esistono praticamente leggi in alcun luogo del mondo che regolino o vietino queste pratiche. Potremmo dire sia per uso privato che per motivi commerciali. Qualcuno potrebbe monetizzare senza che una persona che ci ha lasciato si sia mai potuta nemmeno esprimere in proposito.

Terzo, dal punto di vista etico è un campo minato. In alcuni casi, si rileva che tra coloro che vogliono far sviluppare una ricreazione digitale ci siano spesso i coniugi sopravvissuti alla scomparsa del o della partner. Lo strumento servirebbe a mitigare il loro dolore o quello di eventuali figli. Peccato che nessuno studio serio condotto finora abbia dimostrato l’utilità dello strumento. Anzi, gli esperti, lo ritengono potenzialmente pericoloso, specialmente per bambini e più giovani.

Conclusioni

Il pensiero che faccio io è relativamente semplice. Se il data set di informazioni testuali, immagini, video ed altro che addestra l’AI sulla personalità del defunto è ben fatto, sarei certamente curioso di vederne il risultato. Ma poi ripensandoci bene, se questi algoritmi sono semplicemente dei “pappagalli stocastici”, probabilmente resterei deluso. Cercherei di restare ben conscio che quello che ho di fronte è comunque una copia sbiadita del reale. Cioè, se l’algoritmo non ha vera comprensione del significato di quello che dice, ma è solo una buona combinazione semantica di testo, mi sembrerebbe comunque una mancanza di rispetto verso mio padre, per esempio, farlo rivivere in questa versione così povera.


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APPROFONDIMENTI

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Full scan of 1 cubic millimeter of brain tissue took 1.4 petabytes of data, equivalent to 14,000 4K movies — Google’s AI experts assist researchers | Tom’s Hardware (tomshardware.com)

 The weird new war over job hiring (yahoo.com)

In the race for space metals, companies hope to cash in | Ars Technica

Digital recreations of dead people need urgent regulation, AI ethicists say | Artificial intelligence (AI) | The Guardian


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