Recruiting AI – ricarica droni – Embodied vs Digital

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Recruiting AI - ricarica droni - Embodied vs Digital

S.9 Ep.188 – Recruiting AI – ricarica droni – Embodied vs Digital

AI e Watermark: Le aziende tech propongono il watermarking come soluzione contro la disinformazione generata dall’AI, ma gli esperti sollevano dubbi sulla sua efficacia e fattibilità.

Right to disconnect: la California propone una legge che garantirebbe ai dipendenti il diritto di ignorare le comunicazioni del datore di lavoro al di fuori dell’orario lavorativo, suscitando riflessioni sul confine tra vita professionale e personale.

Reclutamento con l’AI: il reclutamento basato sull’AI è sempre più diffuso, ma i candidati esprimono preoccupazioni riguardo alla discriminazione e alla trasparenza, mentre l’efficacia di questo metodo rimane da dimostrare.

Waymo + Uber: la partnership tra Waymo e Uber Eats a Phoenix promette una consegna di cibo più efficiente e sostenibile tramite veicoli autonomi, anche se ci sono sfide da affrontare riguardo all’interazione con i clienti e l’impatto ambientale.

Droni a ricarica infinita: ricercatori danesi sviluppano droni auto-ricaricabili autonomi, potenzialmente rivoluzionando il settore con vantaggi sia operativi che ambientali.

Embodied vs Digital: l’intelligenza artificiale “embodied”, integrata in un corpo fisico o simulato, si propone come alternativa alle IA “digital-only”, promettendo una maggiore interazione e apprendimento dall’ambiente fisico.

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AI E WATERMARK

L’era digitale ci ha portato non solo innovazioni straordinarie, ma anche sfide senza precedenti, tra cui la diffusione di disinformazione generata dall’intelligenza artificiale. In un mondo dove i deepfake e altri contenuti sintetici possono essere così realistici da ingannare persino gli esperti, la lotta contro la manipolazione dell’informazione è diventata un imperativo urgente.

Se vi sembra un concetto generico ascoltate questi numeri. DALL-E2 genera circa 34 milioni di immagini al giorno, Firefly di Adobe avrebbe raggiunto il traguardo di 1 miliardo di immagini generate in soli 3 mesi, Midjourney produce circa 2,5 milioni di rendering al giorno, per un totale di 964 milioni di immagini dalla sua nascita. Lato video, non ci sono numeri ufficiali disponibili, saranno sicuramente più piccoli rispetto alle immagini, ma ugualmente in crescita.

OpenAI ha appena annunciato che ha rimandato il lancio di un prodotto che consentirebbe di clonare qualsiasi voce umana con un campione di appena 15 secondi, ovviamente per paura di abusi di questa tecnologia.

Recentemente, le principali aziende tecnologiche hanno proposto l’uso di watermarking come potenziale soluzione a questo problema sempre più pressante. L’idea è quella di applicare marcature visibili e invisibili sui contenuti generati dall’AI, consentendo così di identificare facilmente l’origine di un determinato contenuto.

DUBBI

Tuttavia, nonostante le promesse, esperti del settore nutrono dubbi sulla fattibilità di questa soluzione. Sottolineano la vulnerabilità alla rimozione delle marcature e la continua evoluzione dei modelli di AI come ostacoli significativi. C’è il forte rischio che “fatta la legge trovato l’inganno”. Inoltre, il passaggio a uno standard comune di watermarking rappresenta una sfida considerevole, data la frammentazione del panorama degli sviluppatori e delle piattaforme di AI. Bisognerebbe mettere d’accordo tutti, in modo che riconoscano i watermark degli altri e non solo quelli generati dalle loro tecnologie. Pensate alla complessità per soluzioni come Facebook ed Instagram, ma il problema coinvolgerebbe chiunque ospiti un qualsiasi contenuto.

L’importanza di affrontare questa sfida non può essere sottovalutata. La diffusione incontrollata di disinformazione mina la fiducia nelle istituzioni, alimenta la polarizzazione e mette a rischio la sicurezza dei singoli individui. Inoltre, in un mondo sempre più dipendente dalle tecnologie digitali, la capacità di distinguere la verità dalla menzogna diventa essenziale per il funzionamento stesso della democrazia.

È incoraggiante vedere il Congresso americano prendere in considerazione legislazioni bipartisan per affrontare questa minaccia crescente. Proposte come l’obbligo di etichettatura per i video e l’audio generati dall’AI rappresentano un passo nella giusta direzione, anche se è evidente che molto lavoro rimane da fare per tradurre queste proposte in normative efficaci e applicabili.


RIGHT TO DISCONNECT

Il “diritto alla disconnessione” rappresenta un tema cruciale nell’ambito dei diritti dei lavoratori nel mondo moderno, in cui la tecnologia rende sempre più sfumati i confini tra vita professionale e personale. La California sta attualmente considerando un provvedimento legislativo, l’Assembly Bill 2751, che potrebbe aprire la strada a importanti cambiamenti nel rapporto tra dipendenti e datori di lavoro.

Se approvata, questa legge garantirebbe ai dipendenti il diritto di ignorare le comunicazioni provenienti dal loro datore di lavoro al di fuori dell’orario lavorativo, fatta eccezione per casi di emergenza. Inoltre, i datori di lavoro sarebbero tenuti a definire chiaramente gli orari non lavorativi attraverso un accordo scritto con i dipendenti.

Il successo di questa iniziativa potrebbe anche esercitare pressioni su altri stati degli Stati Uniti a seguire l’esempio, creando un effetto domino in questo dibattito sui diritti dei lavoratori. Tra l’altro, se è vero che la California potrebbe essere in prima linea nell’introduzione del “diritto alla disconnessione” negli Stati Uniti, altri paesi come Francia (sin dal 2017), Canada, Filippine, Argentina, Irlanda, Messico, Spagna ed altri ancora hanno già implementato politiche simili.

La California non sarebbe quindi particolarmente innovativa a livello globale, ma solo negli USA. È quasi ironico che la California, ospitando la Silicon Valley, sia il luogo dove sono nati Gmail, l’iPhone, Asana, Trello, Slack, Zoom, Dropbox, Evernote ed altri famosissimi software e tool pensati per massimizzare la produttività e facilitare il lavoro in Team.

METTERE UN FRENO

Forse adesso, però, è giunta l’ora di mettere un freno a questa produttività a tutti i costi. Sebbene il futuro di questa proposta legislativa sia ancora incerto, il dibattito in corso offre un’opportunità cruciale per riflettere sulle sfide che derivano dall’evoluzione del mondo del lavoro.

A me, personalmente, preoccupa che la semplice e giusta adozione di questo diritto comporti delle ricadute negative sui dipendenti. Potrebbero essere pagati meno? I datori di lavoro potrebbero rallentare i percorsi di carriera? O, peggio ancora, nasceranno tool di AI in grado di far svolgere agli algoritmi i lavori che le persone non sono più disponibili a fare dopo il normale orario di lavoro? E che dire di quei ruoli importanti e ben pagati che, avendo maggiori responsabilità, forse dovrebbero dare qualcosa di più? Litigheremo per stabilire se davvero era questione di emergenza o meno, quando ci hanno disturbato a tarda sera?

Ovviamente una legge non risolve tutti i problemi, però la logica mi sembra corretta. In Italia non mi risulta esista una legge dedicata al tema, anche se gli statuti dei lavoratori e gli accordi sullo smartworking solitamente normano o almeno accennano al tema. Quando inizieremo a parlarne seriamente anche da noi?


RECRUITING CON L’AI

L’Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando radicalmente il processo di reclutamento per le posizioni lavorative aperte e sta influenzando anche il modo in cui i candidati rispondono agli annunci di lavoro.

Un report recente ha rivelato che quasi tutte le aziende Fortune 500 (il 99%, secondo una ricerca di Jobscan) utilizzano già la tecnologia per filtrare automaticamente i candidati durante il processo di reclutamento. Un sondaggio condotto da Resume Builder ha rilevato che, quest’anno, circa il 40% delle aziende utilizzerà l’AI per le interazioni iniziali con i candidati. Le ricerche sono tante e vanno tutte nella stessa direzione, lo strumento si sta diffondendo.

I candidati in compenso continuano ad esprimere riserve sulla tecnologia. E non per niente. Uno studio condotto da ricercatori di Stanford e dell’Allen Institute ha rivelato che gli strumenti di reclutamento basati sull’AI potrebbero fare ipotesi discriminatorie sui candidati basandosi su modelli di linguaggio. Le maggiori preoccupazioni nell’uso dell’AI sono risultate essere: la mancanza di sfumature tipiche del giudizio umano, la scarsa accuratezza e affidabilità e la tecnologia immatura. La percezione non è positiva.

E non è solo un tema di tecnologia: un recente studio ha scoperto che quasi tre quarti dei datori di lavoro “non sanno” come implementare efficacemente l’AI. Un tema che spesso possiamo ricondurre al tema della trasparenza. L’AI si sta proprio sostituendo ai tradizionali recruiter umani, con i datori di lavoro che utilizzano la tecnologia per condurre le interviste preliminari di screening. E questo avviene spesso in modo inaspettato per i candidati, che possono trovarsi a dover rispondere a domande entro un limite di tempo, senza la presenza di un intervistatore umano.

IN ITALIA

In Italia il Garante per la protezione dei dati personali ha raccomandato la trasparenza, ma per esempio, nel nostro Paese non esiste ancora una legge specifica che obblighi a informare i candidati. A New York al contrario, l’obbligo vige, ma paradossalmente non è obbligatorio che la scelta finale venga fatta o almeno supervisionata da un essere umano; la macchina può decidere da sola!

Nonostante queste sfide, il futuro del reclutamento con l’AI resta promettente. Le piattaforme di reclutamento alimentate dall’AI stanno semplificando il processo di assunzione, analizzando i curriculum, identificando candidati adatti e prevedendo la loro idoneità al lavoro, risparmiando tempo e risorse alle aziende.

Almeno sulla carta. E questo lo dico perché, se guardiamo al solo processo di recruiting, non c’è dubbio che l’automazione aiuti a filtrare migliaia di CV e portare a compimento un gran numero di interviste. In tempi più brevi e con costi minori. Ma io non ho ancora mai, e dico mai, visto una singola ricerca che dimostri in maniera chiara che i candidati assunti attraverso questo processo abbiano generato performance migliori, per l’azienda, di quelli reclutati con i metodi tradizionali, più lenti e costosi.

Perché il successo del processo di selezione non si misura con l’obiettivo fine a sé stesso di assumere un candidato, ma di assumere una persona capace di generare valore per l’azienda. Quindi senza questi dati, non possiamo dire che assumere con l’AI sia meglio che assumere senza. In compenso, la grande competenze ed esperienza dei recruiter umani, rischia di andare persa nel giro di pochi anni, perché le macchine li sostituiranno a breve.


WAYMO + UBER

Il concetto di consegna dei pasti attraverso veicoli autonomi è diventato una realtà più concreta, grazie alla recente collaborazione tra Uber Eats e Waymo nella zona metropolitana di Phoenix. Questa iniziativa, che rappresenta un importante passo avanti nell’evoluzione del settore dei servizi di consegna, potrebbe delineare il futuro del delivery con auto autonome.

Attualmente, i clienti di Uber Eats nella zona di Phoenix, Chandler, Mesa e Tempe possono già ricevere i loro ordini, consegnati da uno dei veicoli autonomi di Waymo, segnando così il debutto ufficiale della partnership di consegna tra le due aziende. Iniziativa che si inserisce in un più ampio quadro di collaborazione pluriannuale, annunciato l’anno scorso, che ha visto Uber offrire anche servizi di trasporto passeggeri utilizzando i veicoli autonomi di Waymo.

Oltre a offrire maggiore comodità e efficienza ai consumatori, questa partnership mira a promuovere viaggi a zero emissioni e a sbloccare nuove opportunità di innovazione per consumatori e commercianti.

Sebbene al momento il servizio sia limitato ad alcune aree selezionate di Phoenix, è probabile che nel futuro il delivery con auto autonome si espanda ad altre città e aree metropolitane, rendendo sempre più comune l’esperienza di ricevere i pasti consegnati da veicoli senza conducente.

SFIDE

Una delle principali sfide da affrontare riguarda il miglioramento dell’interazione tra il veicolo autonomo e il cliente durante la consegna. Attualmente, i clienti devono ancora uscire di casa per accogliere il veicolo e ritirare il loro ordine dal bagagliaio. Tuttavia, con ulteriori sviluppi tecnologici e l’integrazione di dispositivi di interfaccia avanzati, potrebbe diventare possibile un processo di consegna completamente senza interazioni umane.

Anche se le recenti pratiche dei rider ci hanno già parzialmente abituati. In passato, per esempio, gli ordini mi venivano consegnati direttamente alla porta, oggi, devo comunque scendere io per prenderlo dalle mani del rider. Oggettivamente che sia una persona o una macchina in doppia fila davanti a casa, con un bagagliaio da sbloccare via app, non fa una grande differenza. Certo, se però abitassi in un’area dove un auto non può arrivare, fosse anche una via privata o avessi una bellissima villa con il cancello ad un kilometro dalla porta di casa non sarei certo contento di fare più strada.

EFFICIENZA ENERGETICA

Inoltre, è importante considerare l’impatto ambientale di questo tipo di servizio. Sebbene i veicoli utilizzati da Waymo siano tutti elettrici, esiste comunque la questione dell’efficienza energetica e della sostenibilità a lungo termine di un’operazione di consegna che impiega veicoli progettati per il trasporto passeggeri anziché merci.

E questo non è un tema banale. Già oggi usiamo le macchine per muoverci spesso da soli; quindi, usiamo l’energia che serve per spostare un mezzo di 1.000 – 2.000 kg che trasporta solo i miei 75 kg. E domani probabilmente faremo lo stesso per portare una cena che, direi, non supererà 1 kg di peso. Anche se avesse più scomparti nel bagagliaio e ne portasse più di una, il peso resterebbe risibile. E va bene che i veicoli sono elettrici e non a combustibili fossili, ma francamente non mi sembra un gran modello di business. Ben diverso sarebbe un furgoncino elettrico che mi consegna la libreria di Ikea o la spesa pesante e ingombrante.

Insomma, l’esperimento è intrigante, ma siamo sicuri che sia questa la strada da seguire? 


DRONI A RICARICA INFINITA

I droni sono una delle tecnologie di recente sviluppo che continuano a stupire. Le applicazioni sono in continuo aumento e perfezionamento. Certo, non trasportano passeggeri ancora, ma questo è principalmente un tema di regolamentazione che vedremo cambiare nel prossimo decennio.

Quello che lascia perplessi noi utilizzatori comuni ed anche molti operatori professionali è sempre stata la durata della batteria. Spesso troppo breve rispetto agli utilizzi che vorremo fare con questi strumenti.

Problema risolto. I ricercatori dell’Istituto di Ingegneria Meccanica ed Elettrica dell’Università della Danimarca Meridionale hanno appena pubblicato uno studio che dimostra un sistema di droni auto-ricaricabili completamente autonomi in grado di operare in prossimità di linee elettriche.

Per un motivo ben preciso. Il drone è dotato di un robusto sistema di percezione e navigazione a bordo che gli permette di individuare le linee elettriche e di avvicinarsi ad esse per atterrarci sopra. Un meccanismo di presa ad azionamento passivo afferra il cavo della linea elettrica durante l’atterraggio, dopodiché un circuito di controllo regola il campo magnetico all’interno di un trasformatore di corrente per fornire la ricarica della batteria.

VANTAGGI

Avete capito bene, il drone non dovrà più atterrare, identifica una linea elettrica aerea, ci si poggia sopra ed è progettato per ricaricarsi. Del resto, lì di corrente ce ne è sicuramente tanta.

Con questa logica è stata dimostrata la possibilità di più ore contigue di operazioni ininterrotte completamente autonome del drone, composte da diversi cicli di volo, atterraggio, ricarica e decollo, convalidando la capacità di una durata operativa estesa, essenzialmente illimitata.

Ma se ci pensiamo bene, i vantaggi potrebbero essere molti di più. I droni potrebbero coprire distanze maggiori, senza dover tornare alla base per ricaricarsi. Questo aumenterebbe il loro tempo utile per svolgere le loro funzioni, erogare servizi ed aumentare i ricavi. Anche dal punto di vista delle batterie, forse, potrebbero durare di più, riducendo l’impatto ambientale rispetto al frequente smaltimento.

Servizi come la consegna di beni, la ricerca e il soccorso in zone impervie, il monitoraggio ambientale in tempo reale e quasi continuo, le ispezioni infrastrutturali e molte altre applicazioni potrebbero trarne giovamento.

Per il momento non mi è chiaro come si potrebbe riconoscere ed applicare una tariffa ad un drone che preleva corrente dalle linee aeree, ma probabilmente anche da questo punto di vista potrebbero esserci evoluzioni.

Se pensavate di aver già visto tutto su questa tecnologia, ecco un’innovazione che potrebbe cambiare radicalmente gli scenari per il futuro prossimo.


EMBODIED VS DIGITAL

L’intelligenza artificiale “embodied”, cioè che opera all’interno di un corpo fisico, è un campo di studio nell’ambito dell’AI che sostiene che per raggiungere un livello di intelligenza simile a quello umano, l’AI deve essere in grado di interagire con e navigare all’interno di un ambiente fisico, simile al modo in cui imparano i bambini. Questo concetto si basa sull’ipotesi dell’incorporazione, che suggerisce che l’intelligenza non sia limitata solo al cervello, ma emerga anche dalle interazioni del corpo con l’ambiente circostante.

Questa visione risulta alternativa alle cosiddette “digital-only AI”, ovvero le intelligenze artificiali che esistono solo nel mondo digitale senza una presenza fisica o la capacità di percepire e interagire con il mondo reale.

Queste ultime avrebbero parecchi difetti. Le AI digitali sono essenzialmente codici e algoritmi senza una presenza fisica tangibile, il che le limita nell’interagire significativamente con il mondo esterno. Inoltre, senza la capacità di percepire il mondo fisico attraverso sensori come telecamere, microfoni o sensori di contatto, le AI digitali possono avere difficoltà a navigare e rispondere in modo efficace a situazioni reali.

Ed ancora più importante, senza interazione con il mondo reale farebbero una gran fatica a comprendere il contesto circostante e quindi le loro “decisioni” sarebbe necessariamente limitate, basate su informazioni parziali. Dipendendo solo dai dati “storici”, quelli che hanno appreso durante la fase di training, sarebbero ben poco adattabili a situazioni impreviste.

VANTAGGI

L’Embodied AI mira a superare proprio queste limitazioni integrando sensori e attuatori nelle intelligenze artificiali, consentendo loro di percepire, interagire e apprendere dall’ambiente fisico. Questo approccio promette una vasta gamma di vantaggi e applicazioni pratiche in settori come la robotica, l’assistenza sanitaria, la produzione, l’esplorazione spaziale e molto altro ancora.

Ovviamente imparare come fanno i bambini, esplorando il mondo e facendo errori, non è comunque facile. Ed a volte nemmeno ottimale. Se dotiamo di un corpo fisico un’AI, come per esempio un robot, questo potrebbe andare a sbattere, danneggiare sé stesso ed eventualmente arrecare danno anche alle persone. Inoltre, i tempi di apprendimento sarebbero chiaramente lenti, come quelli di un bambino che gattona, appunto.

Ma la tecnologia sembra aver trovato una soluzione anche per questo. Dare alle AI dei corpi digitali, virtuali che si possono muovere in ambienti a loro volta digitali, simulati. E questo consentirebbe di imparare senza rischi, in un tempo decisamente minore.

Poiché le simulazioni non devono muoversi alla velocità del mondo reale, un’AI potrebbe andare molto più rapida: quando l’MIT stava addestrando il suo famoso robot ghepardo dotato di AI, ad esempio, le simulazioni digitali gli hanno permesso di sperimentare 100 giorni di corsa in sole tre ore. E questo è solo un esempio.

Insomma, quando la settimana scorsa vi ho parlato delle AI sorelle, che sono state in grado di insegnare l’una all’altra, ho chiuso la storia dicendo che questo potrebbe essere un passo significativo verso l’intelligenza artificiale generale. Ovviamente, i fautori dell’Embodied AI non sarebbero del tutto d’accordo. E allora rilancio. Se un AI, dotata di un corpo fisico o della capacità di percepirlo, fosse in grado di insegnare le sue competenze ad un’altra AI, non saremmo più vicini all’intelligenza artificiale generale?


VIDEO


APPROFONDIMENTI

New bipartisan bill would require labeling of AI-generated videos and audio | PBS NewsHour

California introduces ‘right to disconnect’ bill that would allow employees to possibly relax (engadget.com)

40% of Companies Will Use AI to ‘Interview’ Job Applicants, Report | IBTimes UK

Waymo self-driving cars are delivering Uber Eats orders for first time (cnbc.com)

Autonomous Overhead Powerline Recharging for Uninterrupted Drone Operations – UAS VISION

Does AI need a “body” to become truly intelligent? Meta thinks so. (freethink.com)


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