Teleoperation robotica – geoingegneria solare – dumbphone

Lo spazio dei curiosi di futuro

Teleoperation robotica - geoingegneria solare - dumbphone

S.9 Ep.189 – Teleoperation robotica – geoingegneria solare – dumbphone

TELEOPERATION ROBOTICA: Un nuovo metodo permette di teleoperare robot umanoidi in tempo reale con una telecamera normale, aprendo nuove possibilità per il lavoro collaborativo e a distanza.

CENTRALI SOLARI IN ORBITA: un esperimento (terrestre) ci avvicina alla possibilità di realizzare centrali solari in orbita. Ma il progetto di Space Solar è ancora lungo e complesso.

GEOINGEGNERIA DELLE NUVOLE: Un esperimento di geoingegneria solare per aumentare la copertura nuvolosa e contrastare il riscaldamento globale solleva preoccupazioni per gli impatti ambientali e la sua equità.

VEICOLI ELETTRICI: NUMERI AGGIORNATI: Il mercato dei veicoli elettrici cresce a livello globale, con la Cina che guida la transizione grazie a sussidi e tecnologie innovative, mentre alcuni operatori occidentali rallentano gli investimenti.

VIVI DOPO 46.000 ANNI: Vermiformi congelati nel permafrost per 46.000 anni sono tornati in vita dopo lo scongelamento, aprendo nuove possibilità per la conservazione delle specie e l’adattamento al cambiamento climatico.

DUMBPHONE: I dumbphone, telefoni con solo funzioni basilari, stanno diventando popolari come risposta all’impatto negativo degli smartphone sul benessere mentale e sulla privacy.

DEPRESSIONE E REALTA’ VIRTUALE: La realtà virtuale si presenta come un nuovo strumento promettente per alleviare i sintomi della depressione e migliorare la qualità della vita dei pazienti.

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TELEOPERATION ROBOTICA

Il 2024, a detta di molti operatori del mondo della tecnologia, sarà l’anno dei robot umanoidi. Probabilmente non vedremo ancora all’opera prodotti definitivi e compiuti con l’abilità di sostituire l’uomo in tutto e per tutto, ma quest’anno ci si aspetta quanto meno che la tecnologia venga migliorata e porti sul mercato i primi prodotti utili, almeno in ambito industriale.

Il fatto che i robot abbiano forma e fattezze umanoidi, in alcuni ambiti, ha generato profonda antipatia per queste macchine. Toglierebbero il lavoro agli esseri umani. In realtà l’automazione ha già sostituito in parte il lavoro umano. Solo che, se parliamo di sistemi di controllo numerico, trasportatori a nastro, telecamere dotate di visione artificiale e così via… tendiamo ad enfatizzare il loro contributo alla produttività di un’azienda. Se invece parliamo di robot umanoidi, l’aspetto che più rileva sembra essere che rubano lavoro umano e sono in competizione con le persone.

Il fatto che abbiano forma antropomorfa non aiuta psicologicamente, è più facile percepirli come rivali rispetto ad un braccio meccanico che raccoglie un prodotto da un nastro. Inoltre, l’effetto novità provoca spesso sospetto. Siamo ormai abituati a robotici industriali che hanno le forme tradizionali di un macchinario, non ai robot con due braccia e due gambe.

Un macchinario industriale, infine, ci sembra più prevedibile e quindi controllabile. Un sistema che si occupa di saldare, assemblare pezzi, stampare, unire componenti pensiamo che tutto sommato faccia solo quello. Un robot umanoide al contrario, forse proprio perché assomiglia ad un uomo, potrebbe fare qualcosa che non ci aspettiamo?

HUMAN TO HUMANOID

Intanto che riflettiamo su queste cose, i ricercatori della Carnegie Mellon University hanno sviluppato un nuovo metodo chiamato H2O (Human2HumanOid) che permette di teleoperare in tempo reale con tutto il corpo dei robot umanoidi utilizzando solo una normale telecamera.

In passato abbiamo visto che per consentire ad un uomo di insegnare ad un robot a muoversi, servivano apparecchiature costose e complesse, telecamere, sensori, computer con grande potenza e altre diavolerie per ottenere, spesso, il risultato modesto di vedere i robot muoversi come pupazzi un po’ goffi.

Ora tutto cambia. H2O funziona innanzitutto ritarando i movimenti umani in base alle capacità fisiche del robot umanoide. E questo assicura che i movimenti siano fattibili per il robot. Ma più che altro, i dati di movimento reali vengono poi utilizzati per addestrare un modello basato sull’apprendimento per rinforzo in grado di imitare questi movimenti in tempo reale.

Quindi il robot non replica meramente i movimenti che l’uomo sta facendo in quell’istante, punto per punto nello spazio, ma ha imparato a replicarli nella maniera più efficace ed adatta alla situazione reale. Quindi l’uomo da l’input ed il robot agisce al meglio delle sue possibilità.

Per ora, i movimenti che un robot replica bene sono abbastanza semplici, spostare delle scatole, spingere un passeggino, tirare un calcio ad un pallone. Gli spazi di miglioramento però sono pressoché infiniti.

IMPORTANZA

Perché questo è interessante? Primo, perché faciliterà l’adozione di robot collaborativi. L’uomo continuerà a dare l’input sentendosi padrone della situazione ed in una posizione di controllo e superiorità rispetto alla macchina. Secondo, perché paradossalmente potrebbe aprire allo smart working anche per compiti fisici, manuali, meccanici che oggi tipicamente è precluso ad operai, tecnici ed altre figure “sul campo”. Potrei far svitare una vite o assemblare due pezzi da un robot che si trova in fabbrica, mentre io sono comodamente nel salotto di casa mia. Dalla telecamera del robot vedo la situazione reale, accenno il movimento da fare e lui lo completa perché ha già imparato a farlo. Ruba ancora il lavoro all’uomo? E se quel robot fosse stato, per esempio, all’ottavo piano interrato sott’acqua di una centrale idroelettrica in Emilia Romagna?


CENTRALI SOLARI IN ORBITA

Se l’idea di costruire centrali solari in orbita fino a qualche anno fa era il tipico segnale debole di futuro, ora le cose stanno cambiando. Se ne parlava con scarsa frequenza e solo negli ambienti degli appassionati. E si dicevano più o meno sempre le stesse cose.

Ora l’argomento compare molto più spesso e mostra una varietà di informazioni, dettagli e approfondimenti tali da farmi pensare che si stia trasformando sempre più in una vera e propria tecnologia emergente.

Cosa c’è di nuovo questa settimana? Andiamo con ordine. Un’azienda inglese ha superato un traguardo cruciale nello sviluppo di una prima centrale solare spaziale, con il successo in un esperimento con un prototipo sulla Terra.

Si tratta di Space Solar, azienda che ha un obiettivo parecchio ambizioso: entro il 2030, alimentare oltre un milione di case con una struttura complessa di specchi e pannelli solari orbitanti a 35.000 chilometri sopra le nostre teste.

Il design del progetto, chiamato CASSIOPeiA, vuole sfruttare la luce solare costante. Per funzionare, il sistema deve ruotare per seguire il Sole, mantenendo al contempo la possibilità di trasmettere energia verso un ricevitore fisso sulla Terra. L’ho chiaramente semplificato, banalizzando i passaggi; come potete immaginare non è una cosa da poco.

L’ESPERIMENTO

Questo aspetto critico ha avuto successo per la prima volta presso la Queen’s University di Belfast, dove un raggio wireless è stato “diretto” con successo attraverso un laboratorio per accendere una luce. Non dovete pensare chiaramente al dito umano che clicca un interruttore, et voilà, si accende una lampadina. Ma ad un sistema complesso che ha provato a replicare alcune delle condizioni che i pannelli, lassù nello spazio, si troveranno ad affrontare in un ambiente decisamente più ostile.

I vantaggi sono facili da capire per tutti. Maggiore produzione di energia. I pannelli solari nello spazio ricevono 13 volte più energia rispetto a quelli sulla Terra, grazie all’intensità luminosa più elevata e all’assenza di atmosfera, nuvole e notte. Energia costante. A differenza dei pannelli solari terrestri, che funzionano solo durante il giorno, quelli in orbita possono generare energia 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ed infine, energia pulita. L’energia solare non produce emissioni di gas serra o rifiuti radioattivi, a differenza di altre fonti energetiche come carbone, petrolio e gas naturale.

Poi ovviamente ci sono infiniti ostacoli da superare. Assemblare la centrale solare in orbita richiederà circa 68 lanci di razzi spaziali e l’utilizzo di robot in grado di costruire le strutture in loco. La costruzione e il lancio della struttura nello spazio saranno costosi, anche se il costo dell’energia prodotta dovrebbe essere inferiore a quello dell’energia nucleare.

Ed infine, aspetto non trascurabile, il fascio laser che trasmetterà l’energia sulla Terra dovrà essere assolutamente sicuro per evitare danni a persone e animali. E qui c’è ancora da lavorare. In conclusione, il passo avanti compiuto a Belfast è importante, ma le sfide da vincere mi sembrano ancora davvero notevoli. Esprimo il mio scetticismo sul fatto che nel 2030 questo progetto sarà operativo e fornirà energia ad un milione di case, ma ogni percorso, ogni cammino… inizia con un singolo passo. Staremo a vedere.


GEOINGEGNERIA DELLE NUVOLE

Nella baia di San Francisco, un esperimento audace sta sollevando interrogativi e preoccupazioni: parliamo di geoingegneria solare. L’obiettivo? Contrastare il riscaldamento globale aumentando la copertura nuvolosa per riflettere la luce del sole.

In passato, a The Future Of, vi ho parlato di soluzioni per irrorare le nuvole con alcune sostanze chimiche per far scendere la pioggia. Qui parliamo ancora di nuvole, ma con un obiettivo completamente diverso.

Il progetto, chiamato Coastal Atmospheric Aerosol Research and Engagement (CAARE), è condotto dall’Università di Washington e prevede di spruzzare nell’atmosfera microscopiche particelle di sale marino. Queste particelle dovrebbero aumentare la densità e la capacità di riflessione delle nuvole, creando di fatto uno “scudo” contro il calore solare.

L’idea dietro la geoingegneria solare è semplice: imitare i vulcani. Quando un vulcano erutta, emette nell’atmosfera ceneri e gas che si disperdono e formano nuvole. Queste nuvole, più dense e riflettenti, possono temporaneamente abbassare la temperatura globale. Se la luce solare non filtra, fanno appunto da scudo.

Il progetto CAARE vuole replicare questo effetto, ma in modo controllato, utilizzando il sale marino come sostituto delle ceneri vulcaniche. I ricercatori sperano che questo possa aiutare a mitigare gli effetti del cambiamento climatico, almeno in parte.

Tuttavia, la geoingegneria solare è un campo controverso. Nonostante le sue potenziali promesse, solleva diverse preoccupazioni.

CONTROVERSIE

Gli impatti ambientali sono incerti. L’alterazione dei modelli meteorologici e i potenziali danni agli ecosistemi marini e agricoli sono ancora da valutare appieno. Inoltre, questa non sarebbe certo una soluzione duratura. La geoingegneria solare non affronta la radice del problema, ovvero l’emissione di gas serra. Sarebbe come mettere un cerotto su una ferita profonda: potrebbe dare sollievo temporaneo, ma non risolve il problema alla base.

E poi le questioni etiche. La mancanza di coinvolgimento pubblico e di consenso globale solleva dubbi sulla correttezza e sull’equità di questa tecnologia. Chi decide come e dove usarla? Chi ne trarrà i benefici e chi potrebbe subirne i danni? La segretezza di questo esperimento non ha aiutato. Gli organizzatori di CAARE hanno inizialmente deciso di mantenere i dettagli dell’operazione riservati, alimentando la sfiducia e la preoccupazione tra la popolazione. Una sorta di effetto boomerang.

Nonostante le controversie, alcuni vedono nella geoingegneria solare un potenziale progresso scientifico nella lotta al cambiamento climatico. Tuttavia, è fondamentale procedere con cautela, con una valutazione attenta dei rischi e dei benefici, un dialogo aperto e inclusivo con la società civile e una governance trasparente e responsabile.

E c’è tempo per farlo. L’esperimento CAARE, infatti, è solo un primo passo, una fase iniziale di uno studio più ampio. La seconda fase si svolgerà su un molo costiero, più vicino alla terra abitata, non in mezzo al mare.

È fondamentale, a mio avviso, che questi tipi di ricerche e il loro potenziale utilizzo siano accompagnati da un dibattito pubblico aperto, da una valutazione scientifica rigorosa e da un impegno per la giustizia e l’equità. Solo così potremo capire se questa tecnologia può davvero essere parte della soluzione al cambiamento climatico o se rischia di creare nuovi problemi.


VEICOLI ELETTRICI: NUMERI AGGIORNATI

Come tutti i mercati emergenti, anche quello dei veicoli elettrici affronta alti e bassi. Alcuni giorni sembra destinato ad esplodere, in altri periodi sembra che i principali operatori del settore procedano più cauti o addirittura tirino i remi in barca.

Oggi siamo in questa fase. Ford ha annunciato che avrebbe rinviato o tagliato 12 miliardi di investimenti sui veicoli elettrici. Le vendite della casa di Detroit non sono quelle attese ed alcune perdite finanziarie hanno imposto una maggiore prudenza.

Renault voleva quotare in Borsa Ampere, la società creata per lo sviluppo di veicoli elettrici nel 2024. Il 2024 è arrivato, ma la casa francese ha dichiarato che le condizioni di mercato, in questo momento, non sono favorevoli e l’operazione è stata ritirata.

Anche Volskwagen ha rallentato la produzione, BMW non ha mai fissato una data teorica di abbandono delle auto tradizionali, Toyota ha specificato chiaramente che l’elettrico non è la soluzione definitiva, Stellantis non ha mai davvero visto decollare le vendite.

CINA

Un de profundis? Mica tanto. Dati aggiornati ci dicono che nell’ultimo Quarter del 2023, a livello globale, il 20% delle vendite di automobili ha riguardato l’elettrico. La Cina è poco sotto il 40%. L’Europa si avvicina al 30%. Il Quarter è stato record praticamente in ogni geografia mondiale. Anche senza citare la solita virtuosa Norvegia, dove pare che quasi ogni nuovo mezzo venduto sia elettrico.

E anche i camion elettrici, su cui si è molto dubitato, per una presunta incapacità dell’elettrico di generare abbastanza potenza per trasportare carichi pesanti, ha raggiunto vendite mai viste prima. In Cina le vendite oscillano tra il 10 ed il 15% del totale. Parliamo di oltre 330.000 veicoli in un anno.

Certo nel Paese asiatico i sussidi non sono banali, ma c’è un altro aspetto. Lo “swap delle batterie”, cioè la possibilità di sostituirle “in corsa”, senza quindi dover aspettare i tempi di ricarica, sta contribuendo all’elettrificazione delle vendite di camion in Cina. Mentre la sostituzione delle batterie rimane una tecnologia di nicchia per i veicoli passeggeri, quasi la metà di tutti i camion elettrici a batteria pesante venduti l’anno scorso in Cina disponeva di batterie sostituibili. Si tratta di un aumento sostanziale rispetto al 34% del 2021.

Certo, non possiamo prendere la Cina come paradigma. Nel resto del mondo i contesti sono diversi. I cinesi hanno CATL, il più grande produttore di batterie al mondo; hanno BYD, che dal 2022 è il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici ed ha spodestato Tesla. Ma i cinesi hanno anche NIO, operatore pioniere proprio sui veicoli con batterie swappabili. E molti altri nomi.

Ora, mi viene il dubbio, ma non è che da noi l’elettrico non tira perché gli operatori automotive occidentali preferiscono difendere le loro tecnologie oppure non hanno o non voglio spendere i soldi per cambiarle? Facendolo renderebbero vecchi ed inutili impianti e processi che in decenni di storia sono costati una montagna di soldi. Inoltre, noi abbiamo molti operatori, il mercato è ancora abbastanza frammentato, in competizione tra loro. La storiella che non ci sarebbe abbastanza energia pulita per far funzionare questi mezzi è vera o è inventata ad arte? In cinesi, al contrario, hanno fatto sistema. Si è scelto l’indirizzo, si è sussidiato il settore, supportato player locali, si è partiti senza l’eredità di sistemi produttivi del passato… e la transizione sta avvenendo.


VIVI DOPO 46.000 ANNI

Pensate per un attimo a quell’epoca dominata da mammut e ghiacciai giganti che chiamiamo Pleistocene. Se vi dicessi che di quell’epoca non ci resta in mano più nulla di concreto, tangibile, toccabile… o addirittura vivo, probabilmente sareste d’accordo. Ma non è così.

Un gruppo di scienziati russi ha scoperto dei minuscoli vermi tondi, chiamati nematodi, che sono rimasti intrappolati nel permafrost siberiano per ben 46.000 anni. Niente di clamoroso penserete voi.  E invece sì. Una volta scongelati, questi minuscoli esseri, tornati in vita dopo millenni, hanno iniziato a riprodursi, dando vita a nuove generazioni. Una scoperta sensazionale che ha aperto un mondo di domande e possibilità.

Come hanno fatto a sopravvivere per così tanto tempo? Quali segreti nascondono i loro geni? Cosa possono insegnarci questi vermi immortali sull’adattamento ai cambiamenti climatici e sulla sopravvivenza in condizioni estreme?

Gli scienziati studiato il DNA ed hanno scoperto che si tratta di una specie completamente nuova, mai vista prima. Ma la vera sorpresa è stata un’altra: il vermetto del passato condivide molti geni con un verme molto più conosciuto, il Caenorhabditis elegans, un vero e proprio campione di resistenza, già ampiamente studiato per la sua capacità di sopportare ambienti estremi come la disidratazione e il congelamento.

CRIPTOBIOSI

Un elemento chiave di questa straordinaria capacità di sopravvivenza sembra essere la produzione di un tipo di zucchero, il trealosio, che permette ai vermi di resistere al congelamento e alla disidratazione intensa. Inoltre, gli scienziati hanno scoperto che una leggera disidratazione prima del congelamento aiuta i vermi a prepararsi meglio alla criptobiosi, uno stato di “animazione sospesa” che permette loro di rallentare o arrestare completamente le loro funzioni vitali.

Ma i misteri della criptobiosi non sono ancora del tutto svelati. Come fanno questi vermi a fermare tutti i loro processi metabolici e poi a riattivarli all’improvviso? È come se un’intera città si fermasse di colpo e poi, in un istante, tornasse in vita. Un vero miracolo della natura che gli scienziati stanno cercando di comprendere.

Le implicazioni di questa scoperta sono enormi. Studiando questi vermi immortali, i ricercatori sperano di imparare nuovi trucchi per la conservazione delle specie e per sviluppare tecnologie che ci permettano di adattarci a un clima in rapido cambiamento.

Ora, non facciamoci facili illusioni. Ho parlato a The Future Of e parlerò anche nel mio prossimo libro di crio-conservazione. Siamo lontani da avere una tecnologia per congelare, tenere in vita e risvegliare un essere umano fra qualche centinaio di anni. Però apprendere dal mondo della scienza se esistono soluzioni e abilitatori, fa parte della ricerca in questo campo. Semmai il problema è che la scoperta di questi vermi immortali apre anche interrogativi inquietanti. Cosa altro si nasconde sotto il permafrost che si scioglie? Quali altre forme di vita potrebbero emergere da questo ghiaccio millenario? Creature benefiche o dannose per l’uomo? Solo il tempo lo dirà.


DUMBPHONE

Li chiamano dumbphone. La traduzione letterale significa telefoni muti, ma in realtà si riferisce a tutti quei telefoni, ancora perfettamente funzionanti, che svolgono solo una funzione o quasi: telefonare. Niente app, browser, cam evolute, video, AI ed altre sofisticazioni tecnologiche che ci hanno portato ad essere quasi “schiavi” dello smartphone. Perché i nuovi strumenti sono addictive per natura. Ore passate sui social, a guardare i video su Instagram o TikTok, litigare su Twitter, leggere notizie veicolate da Meta su Facebook, oppure a fare giochini che ci rubano tempo, vera socialità e capacità di riflettere attivamente sulle cose.

Il fenomeno è in crescita. Lo vediamo da tanti piccoli e grandi indicatori. Alcune aziende produttrici di dumbphone, come Light Phone e Punkt, hanno registrato un aumento significativo delle vendite negli ultimi anni. Non esistono molte ricerche globali affidabili, ma parlano di vendite a crescita in doppia cifra sin dal 2021.

Le ricerche online per “dumbphone” su Google Trends sono aumentate negli ultimi anni, indicando un crescente interesse per questo tipo di telefono. Numerose recensioni e testimonianze online raccontano esperienze positive con i dumbphone, evidenziando i loro benefici per il benessere mentale e la concentrazione. Online (ironicamente), sono nate diverse comunità attorno all’argomento, offrendo agli utenti uno spazio per condividere esperienze, consigli e supporto.

Le motivazioni dietro a questo “ritorno al passato” sono molteplici. Preoccupazione crescente per l’impatto negativo degli smartphone sul benessere mentale e sulla produttività. Desiderio di semplificare la vita. Rifiuto del consumismo tecnologico. Preoccupazioni per la sicurezza dei dati e la privacy online. Rifiuto della cultura digitale dominante e ritorno a un’epoca di connessioni più autentiche. Timore che i più giovani cadano nelle trappole e nei pericoli del mondo digitale moderno. Meno ansia da FOMO. Eliminazione di fonti di stress che portano persino a non dormire o sviluppare malattie psico-somatiche. Insomma, ce ne è per tutti i gusti.

LIGHT PHONE II E NOKIA 3310

Sono andato a vedere il Light Phone II. Ecco cosa mi ha complito. Prima di tutto il claim “progettato per essere usato il meno possibile”. Il telefono utilizza uno schermo elettronico in stile “carta”, tecnologia presente anche nei più diffusi e-reader. Non emette luce blu come i tradizionali schermi retroilluminati. È visibile alla luce diretta del sole e, intenzionalmente, è limitato al bianco e nero.

Dispone di jack per le cuffie, connessione bluetooth e può fare anche da hotspot, quindi poco ma non esattamente nulla. Si può collegare ad internet, si agli SMS, no a Whatsapp o altri strumenti di messaggistica. Ovviamente niente navigazione sui siti. Gli strumenti attualmente disponibili includono una sveglia, un timer, una calcolatrice, indicazioni stradali, un semplice lettore musicale, note vocali, un calendario e uno strumento per i podcast. Fine.

Tra parentesi, farei notare che comunque non serve acquistare un telefono nuovo per entrare in questo mondo. Il Nokia 3310, lanciato nel 2000, ma riprogettato in versione moderna da HMD Global vi riporterà alla vostra gioventù. Ma ne esistono molti altri, con prezzi davvero ridicoli se comparati agli smartphone attuali (siamo spesso sotto i 50 euro, quasi sempre sotto i 100).

E se volessi usare un Nokia 3310 originale del 2000 funzionerebbe ancora? Le cose da guardare sono tante. A partire dalla compatibilità con le SIM odierne. Il 3310 usava le mini-SIM, mentre oggi parliamo di mini o micro-SIM. Però esistono gli adattatori. Semmai, il problema, è che quel modello funziona solo con le reti 2G, che in alcune zone potrebbero essere in fase di dismissione. In questo caso, il telefono non sarebbe più in grado di effettuare chiamate o inviare SMS. Insomma, se volete fare un ritorno al passato, ci sono sia opzioni moderne che scimmiottano i bei tempi andati, ma in alcuni casi funzionano ancora anche i modelli originali.


DEPRESSIONE E REALTA’ VIRTUALE

La depressione, un male oscuro che colpisce milioni di persone in tutto il mondo, sta trovando un nuovo alleato nella lotta contro i suoi sintomi: la realtà virtuale. Questa tecnologia immersiva, capace di creare mondi digitali realistici e coinvolgenti, apre nuove e promettenti strade per il trattamento di questa complessa patologia, che spesso non si riesce a curare solamente con le medicine.

L’articolo “Imagining virtual reality as a simple tool to treat depression” pubblicato su Stanford Scope esplora le potenzialità della VR come strumento semplice e accessibile per alleviare i sintomi depressivi e migliorare la qualità della vita di chi ne soffre.

Uno dei principali vantaggi della VR risiede nella sua capacità di offrire esperienze immersive che trasportano le persone lontano dai loro pensieri negativi. Attraverso scenari virtuali mozzafiato o attività coinvolgenti, la VR può creare una distrazione efficace, offrendo un sollievo temporaneo dai sintomi depressivi e favorendo un senso di benessere momentaneo.

La VR si rivela inoltre un potente strumento per affrontare paure e fobie, tipiche manifestazioni della depressione. Attraverso un’esposizione graduale e controllata a situazioni temute all’interno di un ambiente virtuale sicuro, le persone possono superare le loro ansie e desensibilizzarsi gradualmente, costruendo maggiore sicurezza e fiducia in sé stessi.

Inoltre, combattendo l’isolamento e la solitudine che spesso accompagnano la depressione, la VR offre la possibilità di creare ambienti virtuali dove le persone possono socializzare, interagire con altri e costruire relazioni positive. Questa interazione sociale virtuale può ridurre i sentimenti di solitudine e favorire un senso di appartenenza, elementi cruciali per il miglioramento del benessere mentale.

Infine, un aspetto fondamentale della VR risiede nella sua accessibilità. Rispetto ad altre terapie, come la terapia individuale, la VR si presenta come uno strumento più economico e facilmente fruibile, abbattendo le barriere economiche e logistiche che spesso impediscono l’accesso alle cure.

PROBLEMI

Ovviamente non è così semplice come sembra. L’accesso alla tecnologia, ancora non diffuso a livello globale, potrebbe limitare l’utilizzo di questo strumento in alcune aree. Inoltre, è importante sottolineare che la VR non sostituisce la terapia tradizionale, ma dovrebbe essere utilizzata in combinazione con il supporto professionale di un terapista qualificato. Ed i contenuti, giustamente, devono essere creati ad-hoc per affrontare la problematica secondo criteri medici. Insomma, non è un giochino.

Sebbene la ricerca in questo campo sia ancora in corso, però, i risultati preliminari sono incoraggianti e suggeriscono che la VR potrebbe avere un impatto positivo significativo sulla vita di milioni di persone che combattono contro la depressione. A me questa cosa piace.


VIDEO


APPROFONDIMENTI

A scalable reinforcement learning–based framework to facilitate the teleoperation of humanoid robots (techxplore.com)

World first UK prototype could pave the way for constant energy all the time – from space (sky.com)

Geoengineering Test Quietly Launches Salt Crystals into Atmosphere | Scientific American

China’s Clean-Truck Surprise Defies the EV Slowdown Narrative | BloombergNEF (bnef.com)

Scientists found 46,000-year-old roundworms alive beneath the Arctic ice | CBC Radio

The Dumbphone Boom Is Real | The New Yorker

Imagining virtual reality as a simple tool to treat depression   – Scope (stanford.edu)


I LIBRI DI THE FUTURE OF