Quali segnali di futuro ci lascia il 2023

Lo spazio dei curiosi di futuro

Quali segnali di futuro ci lascia il 2023

Quali segnali di futuro ci lascia il 2023

L’iconica puntata di fine anno di The Future Of, un appuntamento storico dal 2019.

Nel menù di questo episodio:

  • 4 cose da ricordare sull’intelligenza artificiale generativa
  • the big things of the big tech
  • trend forti (semiconduttori, data center, longevità)
  • il ritorno del nucleare
  • AI e lavoro
  • innovazioni notabili

Quali segnali di futuro ci lascia il 2023, 2022, 2021, 2020, 2019.


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4 COSE DA RICORDARE SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE GENERATIVA

L’intelligenza artificiale generativa capitanata da ChatGPT è sicuramente l’innovazione dell’anno. Dal momento che ne avete sentito parlare già a profusione, non voglio insistere particolarmente sull’argomento, ma alcuni fatti notabili un po’ meno scontati del solito, ve li voglio raccontare.

Primo, l’intelligenza artificiale, a mio avviso, entra di buon diritto nell’elenco dei megatrend. I megatrend sono, come ho raccontato spesso, processi di trasformazione a lungo termine con un’ampia portata e un grande impatto. Ci sono tre caratteristiche, per la precisione, in virtù delle quali i megatrend si differenziano dalle altre tendenze. Uno, l’orizzonte temporale. I megatrend possono essere osservati all’opera per decenni. Due, l’ampiezza del loro operato. I megatrend hanno un impatto globale su tutte le regioni del mondo e portano a trasformazioni multidimensionali di tutti i sottosistemi della società, in politica, nella vita economica e quella sociale. Tre, l’intensità dell’impatto. I megatrend hanno un forte ed esteso impatto su tutti gli attori, siano essi governi, individui con i loro modelli di consumo, o aziende e società con le loro strategie. Se questa è la definizione, l’intelligenza artificiale è un megatrend.

Secondo spunto da non dimenticare mai. Ricordate la storia di quell’avvocato americano che si è fatto scrivere da ChatGPT le argomentazioni per la sua difesa in tribunale? L’algoritmo ha citato precedenti giudiziari che non esistono, inventandoli di sana pianta. Il professionista in questione ha fatto una figuraccia incredibile e preso qualche migliaio di dollari di multa. Gli algoritmi sono sotto il nostro controllo, ma poi li dobbiamo controllare per davvero. Hanno imparato da un mondo ricco di menzogne, bugie e fake news. Quindi l’ultima parola ed il fact check devono restare umani.

IPOTESI DI RALLENTAMENTO

Terzo, l’anno prossimo assisteremo ad una minore accelerazione dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa. Le società che hanno investito centinaia o miliardi di dollari per generarla dovranno cominciare a prendere qualche beneficio dai loro investimenti e alzeranno i prezzi. Anche i vari tentativi di regolamentarla rallenteranno lo sviluppo.

Ultimo, ma non meno importante aspetto, l’intelligenza artificiale generativa diventerà sempre più intermodale. Siamo partiti con le immagini statiche, per passare al testo, alla musica e finalmente alle prime forme di video automatizzato. Con applicazioni che operava separatamente in ciascun campo. Il futuro è la commistione delle iterazioni in entrata ed in uscita, appunto l’intermodalità. Potremo scrivere e far vedere immagini ad un’AI, per ottenere in risposta un video con la musica. E viceversa. E idem per le altre infinite combinazioni di input e output.

THE BIG THINGS OF THE BIG TECH

L’anno per le Big Tech non è stato dei più facili. Il crollo finanziario della Silicon Valley Bank, un’ancora di salvezza fondamentale per molte startup, ha provocato onde d’urto nel settore, evidenziando la necessità di una maggiore stabilità finanziaria e di un maggiore sostegno alle imprese innovative. Il crollo di FTX, un’importante borsa di criptovalute, ha messo in luce le vulnerabilità del mercato delle criptovalute e ha ricordato il potenziale di frode e la necessità di norme più severe.

Anche i giganti dei social media hanno occupato le prime pagine dei giornali nel 2023. Il rebranding di Twitter e i cambiamenti delle politiche sotto la guida di Elon Musk hanno scatenato polemiche e dibattiti, sollevando domande sulla direzione e sui valori fondamentali della piattaforma. Il potenziale divieto di TikTok negli Stati Uniti ha acceso discussioni sulla sicurezza nazionale, sulla libertà di parola e sul complesso rapporto tra governo e tecnologia. Le cause intentate da Stati e privati alle Big Tech ormai non si contano più. La marea di licenziamenti in copia da parte di aziende che continuano a generare profitti per miliardi di dollari non ha alcun senso etico.

GIG ECONOMY

Ma forse, l’elemento che mi ha colpito di più è una riflessione su quei modelli di gig economy o di crowd economy, che abbiamo spesso esaltato con una certa faciloneria. Alla ricerca del profitto, alcune delle principali aziende tecnologiche come Netflix, Disney e Amazon Prime Video hanno aumentato i prezzi dei servizi di streaming, rendendoli costosi e complessi come quelli tradizionali via cavo. Il Financial Times riporta che un paniere dei principali servizi di streaming statunitensi costa oggi 87 dollari, rispetto ai 73 dollari di un anno fa, superando il costo medio del pacchetto TV via cavo di 83 dollari al mese.

Allo stesso modo, i servizi di ride-hailing come Uber e Lyft hanno aumentato i prezzi per raggiungere la marginalità obiettivo, erodendo i vantaggi dirompenti della loro visione originale. Inoltre, le promesse di un’informatica più economica e sicura nel cloud sono state messe in discussione, con fornitori leader come Salesforce e Microsoft 365 che hanno aumentato i prezzi e con l’emergere di preoccupazioni sulle implicazioni di costo a lungo termine e sui problemi di sicurezza associati ai servizi cloud. Un buon alloggio su Airbnb oggi non costa molto meno di una camera di albergo equivalente, ma con più servizi.

Alcuni modelli, esaltati per la loro velocità di diffusione e per la presunta democratizzazione dei loro settori, in realtà si basavano su non pagare le tasse, non retribuire i lavoratori in maniera dignitosa, aggirare le norme dei vari settori. Riportati in riga da iniziative legislative, cause tributarie, aumento dell’inflazione e del costo del denaro… stanno iniziando a sciogliersi come neve al sole. Non generalizzo e non ne sono felice, ma alcuni erano davvero oltre il limite.

TREND FORTI

Se all’intelligenza artificiale ho dato lo status di megatrend, lo stesso non si può dire per altri fenomeni che però nell’anno passato hanno preso piede in modo sostanziale. E non voglio dimenticarli.

Nel contesto dinamico del mercato alimentare, emerge con chiarezza la crescente affermazione dei prodotti di origine non animale. Nel corso del 2022, il mercato globale del latte vegano ha sperimentato una notevole espansione, raggiungendo quasi 2,3 miliardi di dollari soltanto negli Stati Uniti. Il latte d’avena si è distinto particolarmente, registrando un incremento delle vendite del 50%, un trend che ha mantenuto slancio anche nel 2023, in attesa delle valutazioni conclusive. L’espansione complessiva del settore del latte vegetale indica chiaramente un cambiamento nelle preferenze dei consumatori, con una quota del 16% del mercato totale del latte detenuta dal latte vegano. Le proiezioni suggeriscono che questa tendenza è destinata a perdurare, con il settore del latte vegetale stimato a valere oltre 123 miliardi di dollari entro il 2030. La rivoluzione è appena all’inizio!

Anche i numeri relativi ai prodotti a base di carne vegetale sono rilevanti. Progettati per replicare le qualità e le caratteristiche delle carni tradizionali, fungendo da sostituti sostenibili, rappresentano un mercato di oltre 6 miliardi di dollari negli Stati Uniti, con una crescita costante. Questi prodotti offrono ai consumatori un’alternativa più ecologica rispetto ai prodotti a base di carne, utilizzando piante e altri ingredienti non animali. In Italia, purtroppo, tali produzioni sono attualmente limitate da restrizioni temporanee, ma è una pausa che non fermerà il costante avanzare di questa tendenza, al di là di logiche protezioniste.

MICROPROCESSORI

Un’altra forza tecnologica, anzi due, che hanno ormai le caratteristiche di un fiume in piena sono la costruzione di fabbriche per la produzione di chip ed i data center.

Le carenze di fornitura, cui abbiamo assistito negli ultimi anni, hanno portato a colli di bottiglia nella produzione di qualsiasi cosa, dalle automobili ai computer, e hanno evidenziato come i piccoli chip siano fondamentali per il buon funzionamento dell’economia globale. Per molti versi, il nostro mondo è “costruito” sui semiconduttori. L’analisi di McKinsey, basata su una serie di ipotesi macroeconomiche, suggerisce che la crescita annuale aggregata del settore potrebbe essere in media del 6-8% all’anno fino al 2030. Il risultato? Un’industria da 1.000 miliardi di dollari, o un trilione se preferite, entro la fine del decennio.

A Settembre 2023 erano in espansione o in costruzione nel mondo 73 nuove mega-fabbriche di chip. L’attesa è che nel 2024 se ne aggiungano altre 84, con un investimento cumulato di circa 500 miliardi dollari. Cina, Sud Corea, Taiwan e Giappone la fanno da padrone, con gli USA principale player occidentale e ruoli primari anche per India e Singapore. Considerato che una struttura completamente nuova richiede investimenti ormai superiori ai 10 miliardi di dollari, stiamo parlando di una economia nell’economia.

Mentre gli altri costruiscono, l’Europa intanto promulga lo European Chips Act per mettere il tema al centro della strategia. Siamo molto bravi a fare Act.

DATA CENTER

I data center cruciali per generare la potenza di calcolo necessaria alle nuove applicazioni, inclusa l’intelligenza artificiale generativa, seguono un trend simile, ma su scala più piccola. Il mercato della costruzione di queste infrastrutture cruciali è destinato a salire a 73 miliardi di dollari, dagli attuali 50, su scala globale entro il 2028. Se guardiamo l’elenco dei paesi europei più coinvolti troviamo Norvegia, Inghilterra, Germania, Danimarca e Francia. Ovviamente, se da una parte investire in data center ci fa piacere, dall’altra parte l’impatto energetico non è banale.

Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, attualmente i data center rappresentano tra l’1 e l’1,5% del consumo globale di elettricità. E il boom dell’intelligenza artificiale, ancora in fase di esplosione, potrebbe far salire di molto questo numero, e molto in fretta. Se le tendenze attuali della capacità e dell’adozione dell’intelligenza artificiale dovessero continuare, la sola NVIDIA potrebbe spedire 1,5 milioni di unità di server AI all’anno entro il 2027. Secondo la nuova valutazione, questi 1,5 milioni di server, funzionando a pieno regime, consumerebbero almeno 85,4 terawattora di elettricità all’anno, più di quanto consumano molti piccoli paesi in un anno. Per mettere tutto in prospettiva i consumi nel mondo di energia ammontano a 25.500 terawattora nel 2022. Quindi un incremento gigantesco per una sola tecnologia!

LONGEVITA’

Il terzo trend forte che nel 2023 ha avuto un seguito davvero importante è quella della longevità o, meglio, delle cosiddette tecnologie per combattere l’invecchiamento. Come forse sapete, molti ritengono l’invecchiamento un semplice processo biologico dal quale non si può scappare, ma una parte della scienza ritiene invece che possa essere “curato”, alla stregua di una qualsiasi malattia. Gli studi nel 2023 sono incredibilmente numerosi. Ve ne riporto due, pietre miliari di questa posizione.

In uno studio pubblicato il 12 gennaio su Cell, dopo ben 13 anni di studi, David Sinclair, professore di genetica della Harvard Medical School, ha identificato e descritto un innovativo orologio dell’invecchiamento che può accelerare o invertire l’invecchiamento delle cellule.

L’epigenoma è come un insieme di istruzioni che dice alle nostre cellule cosa fare con le informazioni genetiche di cui dispongono. Immaginate il DNA come un tessuto e l’epigenoma come il modello usato dai sarti. Guida le cellule a diventare tipi specifici, come le cellule della pelle o del cervello, attivando o disattivando determinati geni. Nello studio citato, gli scienziati hanno scoperto che l’invecchiamento potrebbe non essere causato da mutazioni del DNA ma da errori in queste istruzioni epigenetiche. Utilizzando una tecnica per resettare queste istruzioni nei topi, hanno potuto invertire i segni dell’invecchiamento, suggerendo un nuovo modo di pensare e possibilmente di trattare le malattie legate all’invecchiamento in futuro. Spesso quando qualcosa non funziona facciamo la battuta che per risolvere il problema basta “spegnere e riaccendere”: attenzione, questo modo di dire, nel campo della lotta all’invecchiamento potrebbe assumere un significato davvero trasformativo. Farci ritornare giovani, o qualcosa di simile.

SUPER-AGERS

Ma non è l’unico progresso che mi ha colpito. Secondo uno studio dell’Università di Bristol, iniettando i geni di individui eccezionalmente sani, noti come “super-agers“, nelle cellule cardiache invecchiate di altri pazienti è stato dimostrato che si può invertire il declino della funzione cardiaca, facendo agire le cellule come se fossero più giovani di 10 anni. Questa scoperta suggerisce un potenziale metodo di trattamento o prevenzione dell’insufficienza cardiaca attraverso la riprogrammazione delle cellule danneggiate e i ricercatori stanno valutando se la somministrazione della proteina specifica del gene possa essere un’alternativa più sicura e praticabile alla terapia genica per migliorare la salute del cuore negli individui anziani.

Questa scoperta scientifica mi richiama alla memoria la canzone “Forever Young” di Alphaville. La canzone esplora il desiderio di rimanere giovani e vitali per sempre, un concetto che si collega alla prospettiva di invertire il processo di invecchiamento descritto nello studio dell’Università di Bristol. “Forever Young” esprime un sentimento di eterna giovinezza e di desiderio di vivere senza le limitazioni imposte dall’età. Si tratta, evidentemente, solo di esempi, ma la tendenza ad allungare e migliorare le nostre vite, continua senza esitazioni. Quanto a vivere senza le limitazioni imposte dall’età… questa è tutta un’altra storia!

IL RITORNO DEL NUCLEARE

Il nucleare è tornato prepotentemente in auge con la COP28 del mese di dicembre. L’industria nucleare è entusiasta, gli ambientalisti sono divisi. Venti paesi hanno firmato un impegno a triplicare la loro capacità di produzione di energia nucleare entro il 2050.

La decisione, presa per lo più da paesi europei e nordamericani, significa che l’energia nucleare potrebbe passare dal soddisfare il 10% dell’attuale fabbisogno mondiale di elettricità a quasi un terzo entro 25 anni. Una scelta che segue quella dell’Unione Europea, che nel 2022, ha definito il nucleare come un’energia verde e pulita. E questo è stato un grande vantaggio per il rinnovamento del settore, nonostante la mancanza di siti permanenti per lo smaltimento sicuro delle scorie radioattive.

Quando a marzo la Russia ha preso il controllo della centrale ucraina di Zaporizhzhia, però, sono tornati gli spettri. Non c’è dubbio che la percezione dell’energia nucleare da parte dell’opinione pubblica è spesso influenzata da narrazioni storiche di pericoli e catastrofi, che però potrebbero non riflettere accuratamente le misure di sicurezza in vigore oggi. Basta, infatti, una breve ricerca su internet per ricordarsi dei 4 mila morti e 116 mila sfollati di Chernobyl, non è difficile.

Nonostante gli aspetti negativi, è però chiarissima la minore impronta di carbonio dell’energia nucleare rispetto alle fonti rinnovabili e il fatto che non emette praticamente alcun gas serra.

Oggi esistono 440 centrali nucleari in 31 paesi e sono quelle più vecchie a generare i maggiori patemi d’animo. Quello che è certo è che la strada per il futuro non sarà quella di costruire nuove megacentrali. Anche se dalla prima centrale aperta nel mondo nel 1950 ad oggi, sono stati cumulati più di 20.000 anni di operatività del nucleare, il futuro sembra orientato ai piccoli reattori.

SMR

Come suggerisce il nome, i reattori modulari di piccole dimensioni (detti SMR) producono quantità di energia inferiori rispetto ai reattori nucleari tipici. Per essere considerato un SMR, un reattore non può generare più di 300 megawatt per modulo, rispetto agli attuali reattori nucleari che possono produrre da 500 megawatt a oltre 1.000 megawatt. Un progetto SMR dell’azienda NuScale di Portland, Oregon, produrrebbe 60 megawatt, un’energia sufficiente ad alimentare 45.000 abitazioni.

Ma diverse unità SMR potrebbero essere combinate in una rete e costruite in scala in base alle esigenze delle comunità che servono. La loro potenza potrebbe essere regolata anche dopo l’entrata in funzione, in base alla domanda dei consumatori o alla disponibilità di elettricità prodotta da altre fonti in un determinato momento della giornata o dell’anno. Insomma, più funzionali, meno costose e meno rischiose.

E qualcuno sta già progettando di entrare in questo settore con prodotti ancora più “piccoli”. Una nuova generazione di startup sta sviluppando reattori più piccoli che, secondo loro, potrebbero essere più sicuri dei vecchi progetti grazie a caratteristiche come pressioni operative più basse, e anche più economici, dato che potrebbero teoricamente essere prodotti in serie.

Il minuscolo reattore di Oklo, l’Aurora Powerhouse, che sarebbe circa 60 volte più piccolo di un impianto nucleare tipico, è uno dei più avanzati. Anche se l’azienda ha incontrato un ostacolo normativo negli Stati Uniti all’inizio dello scorso anno, Oklo ha recentemente firmato un accordo preliminare con l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti per la costruzione di un reattore destinato ad alimentare una base in Alaska. Non credo che possiamo parlare di alimentare le nostre case con il nucleare… ma la riduzione della scala operativa potrebbe innescare un trend virtuoso? O è solo una proliferazione dei pericoli percepiti?

L’eterna dicotomia tra entusiasmo dell’industria e scetticismo ambientalista, amplificata dagli eventi come il controllo della centrale ucraina e le cicatrici ancora aperte di Chernobyl, rimane un tema centrale.

AI E LAVORO

Prima di passare ad elencare alcune delle più belle innovazioni di nicchia dell’anno, merita fare un’ultima riflessione sul rapporto tra intelligenza artificiale, automazione, robotica e lavoro.

Sono in molti ad esplorare ed anche testare l’idea di un reddito di base universale (Universal Basic Income o UBI) come potenziale soluzione alle sfide poste dall’intelligenza artificiale alla forza lavoro. Con il progredire dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, infatti, sono cresciute le preoccupazioni per la perdita di posti di lavoro, la disuguaglianza salariale e l’insicurezza del lavoro. I fautori dell’UBI sostengono che potrebbe affrontare questi problemi fornendo un sostegno finanziario alle persone colpite dalla perdita di lavoro indotta dall’AI.

Alcuni esperti ritengono che la crescita dell’AI possa spingere i colletti bianchi verso lavori insicuri e mal pagati, contribuendo alla diminuzione dei salari e all’aumento della disuguaglianza. L’UBI è vista come una risposta politica per garantire un’equa distribuzione dei benefici della crescita economica tra i lavoratori. Inoltre, si sostiene che l’UBI potrebbe essere considerata un dividendo per il contributo dei lavoratori allo sviluppo delle conoscenze utilizzate per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.

Studi ed esperimenti sull’UBI, come quello condotto nei Paesi Bassi, hanno mostrato potenziali impatti positivi sulla partecipazione al mercato del lavoro. Eliminando le condizioni tradizionalmente imposte a chi cerca lavoro, gli individui che ricevono l’UBI hanno maggiori probabilità di ottenere contratti a tempo indeterminato. Gli esperimenti UBI indicano anche che pagamenti più elevati possono indurre alcune persone a ridurre l’orario di lavoro, consentendo loro di svolgere attività alternative come l’aggiornamento professionale, la riqualificazione o l’assistenza non retribuita.

Il più grande programma UBI del mondo è in Kenya, dove i beneficiari hanno utilizzato il sostegno finanziario per avviare imprese, con conseguente aumento dell’imprenditorialità e dei salari per coloro che lavorano. Tuttavia, paragonare l’applicazione in paesi ove la povertà rimane un problema più urgente dell’automazione, con paesi dove la situazione economica generale è ben diversa. Richiede di contestualizzare bene il tutto.

Esistono anche proposte alternative, come la tassa sui robot. L’idea prevede di tassare le aziende che sostituiscono i lavoratori con i robot per finanziare l’UBI. È una strada sicuramente complessa e incerta. Ma è sicuramente ancora più complesso trovare e concordare una strategia globale per affrontare il complesso impatto dell’AI sul lavoro. E quindi è importante rimanere vigili sugli esperimenti condotti su base locale, per imparare cosa funziona e cosa no su questo delicato argomento. E perché.

INNOVAZIONI NOTABILI

E per chiudere con maggiore leggerezza questa super puntata, vi racconto alcune innovazioni del 2023 che rappresentano degli ottimi segnali per il futuro. Niente classifiche, solo spunti intriganti. Quattro applicazioni citate dalla famosa graduatoria del Time, che mi hanno particolarmente colpito.

  1. In California, un programma chiamato AlertCalifornia, gestito dall’Università della California di San Diego, ha utilizzato l’intelligenza artificiale per individuare tempestivamente gli incendi. L’intelligenza artificiale è stata addestrata per riconoscere i segni di incendio, come il fumo, utilizzando oltre 1.050 telecamere nelle foreste dello stato. Quando l’intelligenza artificiale individua qualcosa, invia un messaggio di testo ai vigili del fuoco locali. Nei primi due mesi, il sistema ha identificato 77 incendi prima che qualcuno chiamasse il 911, prevenendo molti potenziali disastri. Sarebbe molto utile anche da noi.
  2. Immaginate una vernice in grado di rendere gli edifici più freschi e di far risparmiare energia. Gli scienziati della Purdue University hanno creato una speciale vernice bianca che riflette fino al 98% della luce solare che riceve. La vernice utilizza sostanze chimiche che disperdono i raggi UV, inviando il calore nello spazio profondo. Ciò significa che gli edifici rimangono più freschi e le bollette dell’aria condizionata potrebbero diminuire fino al 40%. Il team sta anche lavorando a una versione più sottile che potrebbe essere utilizzata su aerei, automobili e persino mezzi spaziali. E se il segreto fosse dipingere tutto di bianco?
  3. La produzione di cemento rilascia di solito molte emissioni di carbonio, persino più dell’industria aeronautica. L’azienda Brimstone ha trovato una soluzione a questo problema. Invece di utilizzare il calcare, che rilascia CO2 durante la lavorazione, utilizza una roccia di silicato di calcio. Questa roccia è più abbondante e crea un sottoprodotto che assorbe effettivamente la CO2, rendendo il cemento di Brimstone carbon negative. A luglio hanno ottenuto la certificazione che il loro prodotto è resistente quanto il normale cemento. Come spesso vado dicendo, le migliori innovazioni non sono cose completamente nuove che mai viste, ma la rivisitazione migliorata di qualcosa che già esiste.
  4. Gli scienziati usano i satelliti per vedere come sta cambiando il nostro pianeta, ma a volte gli alberi o l’oscurità possono nascondere dettagli importanti. È qui che entra in gioco Nuview. Sta lanciando 20 satelliti LiDAR che inviano un impulso laser verso la Terra e misurano quanto tempo impiega a rimbalzare. Questo aiuta a creare un’immagine 3D del territorio, creando una mappa dell’intero pianeta. Anche se i satelliti non inizieranno a funzionare prima del 2025, Nuview si è già assicurata 1,2 miliardi di dollari in accordi commerciali. Tra cui uno con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Quest’anno ho scritto una puntata memorabile sul LiDAR e vi ho raccontato come venga solitamente installato su aerei, che poi mappano le zone di interesse. Qui saliamo completamente di livello. Strepitoso.

APPROFONDIMENTI

Tech’s Broken Promises: Streaming, Ride-Hailing, Cloud Computing (businessinsider.com)

Nuview LiDAR Satellite Constellation: The 200 Best Inventions of 2023 | TIME

Scientist Discovers Aging Clock to Speed and Reverse Aging | Time

2023 year in review: Top tech business topics (techtarget.com)


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