
- L’avvento dell’Intelligenza Artificiale Generativa sta distruggendo il modello economico di Internet basato sul “click”, fornendo risposte immediate e rendendo inutile la navigazione verso gli editori, spingendo verso un futuro in cui i contenuti saranno perlopiù a pagamento.
- L’articolo presenta cinque scenari futuri per Internet, tra cui il Cervello Globale (Internet come strato cognitivo AI-driven), i Feudi Digitali (una “splinternet” frammentata in blocchi geopolitici controllati) e il Commons Decentralizzato (il web torna bene comune tramite blockchain e identità auto-sovrane).
- Gli altri scenari includono l’Oligopolio del Metaverso, dominato da pochi ecosistemi chiusi che controllano l’esperienza immersiva, e la TrustNet Regolata, dove Internet diventa un’infrastruttura pubblica e sicura grazie a identità verificate e all’audit degli algoritmi.
Prima di parlare di scenari futuri, merita dire due parole su quello che è successo fino ad oggi. Internet, prima di essere un mercato, era un bene comune. Nata da progetti accademici e militari, la sua filosofia fondante era quella della collaborazione e dello scambio aperto di informazioni.
Nel 1994 la filiale digitale di Wired realizza il primo banner pubblicitario. Gli scrittori devono pur essere pagati ed un incredibile 44% dei visitatori clicca su quei pochi pixel. Ma dove portava quel banner? Si collegava a un tour virtuale di sette dei più grandi musei d’arte del mondo. Questo stabilì l’accordo originale, non scritto: in cambio della tua attenzione, ottieni un web libero e aperto.
La libertà di internet finisce qui
Con l’avvento dei cookie il modello cambio completamente. Tracciando i nostri comportamenti digitali si poteva costruire il nostro profilo fatto di abitudini, interessi e desideri. L’utente non era più il pubblico da servire, ma la materia prima da lavorare.
Google, Facebook, i click, i like, le nostre ricerche sono diventate la materia prima ed il modello ha retto fino ad oggi. Chi l’ha inventato, però, ha anche apparentemente deciso di distruggerlo. L’intelligenza artificiale generativa sta distruggendo il click, la valuta essenziale dell’open web. Per decenni, i motori di ricerca hanno incanalato gli utenti verso gli editori, oggi l’AI vi fornisce la risposta pronta, non serve più andare altrove.
Cosa sta succedendo e cosa potrà accadere? In prima battuta possiamo dire che tutto sta diventando a pagamento. Quantomeno se prodotto dall’uomo. La lista di giornali, magazine, piattaforme, database ed altre risorse che hanno attivato la funzionalità “abbonamento” è cresciuta a dismisura. In un medio periodo possiamo immaginare che internet sarà popolata dai nostri agenti di intelligenza artificiale, veri e propri assistenti AI che acquisteranno per noi. Zero emotività, solo funzionalità. Basterà dare loro i parametri dei nostri acquisti da fare e procederanno in autonomia. Una sorta di “Trivago” per qualsiasi cosa. Saranno tempi duri per la pubblicità che vuole “colpire” le emozioni umane, diventerà inutile.
Ma nel lungo periodo? Vi racconto 5 scenari, come sempre l’obiettivo non è “azzeccare” quello giusto, ma svelare le potenziali destinazioni.
Scenario A – Il Cervello Globale
Nel 2050–2055 l’internet diventa uno strato cognitivo che avvolge la vita quotidiana. L’accesso non è più “aprire un’app”, ma un dialogo continuo con assistenti AI che capiscono contesto, obiettivi e stato fisiologico; gli overlay AR sono ovunque e le interfacce neurali (non invasive per la massa, invasive per i professionisti) aggiungono memoria e capacità di calcolo on-demand. “Cercare” scompare: le risposte arrivano proattivamente, calcolate al bordo della rete (edge) e personalizzate sul tuo gemello digitale.
Gli abilitatori chiave di questo scenario sono le reti mobili di nuova generazione, come il 6G e il 7G, unite a costellazioni satellitari a bassa latenza, al cosiddetto edge computing (cioè l’elaborazione dei dati direttamente vicino alla fonte che li genera, invece che in un data center lontano) e al neuromorphic computing (processori ispirati al funzionamento del cervello umano). A questi si aggiungono intelligenze artificiali multimodali sempre attive, identità e portafogli digitali personali standardizzati, protocolli di fiducia in grado di distinguere contenuti e interazioni generate da esseri umani rispetto a quelle create da macchine, e in alcuni casi anche il quantum networking, cioè reti basate su meccaniche quantistiche per lo scambio sicuro delle chiavi crittografiche.
L’esperienza utente si caratterizza per interfacce conversazionali costanti, sensori ambientali che raccolgono audio, immagini e segnali biologici per adattare in tempo reale le informazioni, e un concetto di “memoria come servizio”, in cui ricordi e contatti sono etichettati e richiamabili con un pensiero o una semplice frase. In questo contesto la collaborazione tra uomo e intelligenza artificiale avviene in tempo reale e senza soluzione di continuità.
Economia dell’intenzione
Dal punto di vista economico si passa dall’attuale “economia dell’attenzione”, che si basa sul tempo speso e sulle pagine viste, a un’economia dell’intenzione, dove si paga per il risultato raggiunto, come ad esempio il completamento di un compito. Emergono mercati per la compravendita di capacità cognitive, dati biometrici, modelli personalizzati e cicli di calcolo distribuiti direttamente al margine della rete.
Sul fronte della governance compaiono nuovi diritti digitali, i cosiddetti neurorights, che riguardano la privacy mentale e l’autodeterminazione cognitiva. Vengono introdotti limiti agli stimoli persuasivi e sistemi di audit, cioè di verifica indipendente, sugli assistenti digitali.
I rischi principali sono una forte dipendenza tecnologica, il conformismo indotto dagli algoritmi, la possibilità di backdoor cognitive (cioè vulnerabilità che permettono di manipolare direttamente i processi mentali), una polarizzazione che non si ferma più solo alle opinioni ma arriva a toccare la percezione stessa, e nuove disuguaglianze tra persone aumentate dalle tecnologie e chi resta indietro.
Le opportunità, invece, comprendono una salute personalizzata, un’istruzione istantaneamente adattiva, una crescita enorme della produttività e una sicurezza sul lavoro migliorata grazie al supporto cognitivo costante.
I segnali da monitorare per capire se ci stiamo muovendo in questa direzione sono l’adozione di dispositivi di realtà aumentata a contatto, come lenti e occhiali intelligenti, i progressi nelle interfacce cervello-computer non invasive (brain-computer interfaces), la creazione di standard globali per le identità digitali e per la provenienza certificata dei contenuti, e infine la diffusione di chip neuromorfici nei dispositivi di consumo.
Scenario B – Feudi Digitali
La “splinternet” prende forma: blocchi geopolitici creano reti quasi autarchiche (AmeriNet, EuroNet, SinoNet, ecc.) con DNS, standard, cloud, AI-stack e regole proprie. L’interoperabilità tra blocchi esiste ma è filtrata: servono visti digitali, gateway certificati, traduzione normativa e, spesso, versioni diverse di uno stesso servizio.
Lo scenario dei “Feudi digitali” immagina un futuro in cui internet si frantuma in blocchi regionali o nazionali, ciascuno con infrastrutture, regole e servizi propri. Al posto di un’unica rete globale, si creano versioni locali come un ipotetico AmeriNet, EuroNet o SinoNet, con sistemi di dominio, standard tecnologici, cloud e piattaforme di intelligenza artificiale separati. La comunicazione tra questi spazi non sparisce, ma diventa filtrata e regolata: per accedere a un servizio estero servono visti digitali, autorizzazioni e passaggi attraverso gateway certificati, un po’ come attraversare confini fisici con dogane e controlli.
Fattori abilitanti esterni
I fattori che abilitano questo scenario sono soprattutto geopolitici e normativi: guerre commerciali, sanzioni, leggi sulla sovranità dei dati e sulla loro localizzazione, divergenze sugli standard per l’intelligenza artificiale e la necessità per i governi di controllare le proprie catene tecnologiche. Tutto questo porta a un internet che non è più neutrale e uniforme, ma stratificato e differenziato a seconda del blocco di appartenenza.
Per l’utente finale l’esperienza cambia radicalmente. App store e servizi diventano specifici per area geografica, i contenuti sono geofiltrati e la stessa app può esistere in versioni diverse, con funzionalità e regole adattate alle normative locali. Anche le identità digitali sono legate alla residenza o alla cittadinanza e chi lavora o vive tra più giurisdizioni incontra difficoltà crescenti.
Sul piano economico aumentano i costi di conformità, perché ogni mercato richiede regole proprie, certificazioni e standard tecnici specifici. Le imprese globali faticano a mantenere la stessa efficienza e spesso sono costrette a duplicare le infrastrutture. Di contro, nascono campioni locali protetti, aziende nazionali che prosperano grazie a mercati chiusi e meno concorrenza internazionale.
I dati sono beni strategici
Dal punto di vista della governance, i dati vengono trattati come beni strategici, simili a risorse naturali o militari. Stati e blocchi geopolitici stipulano accordi bilaterali per consentire il “roaming digitale” o il riconoscimento reciproco di credenziali, creando un sistema di trattati e arbitrati che ricalca quello della diplomazia tradizionale.
I rischi sono evidenti: l’innovazione rallenta, le infrastrutture si duplicano in modo inefficiente e le comunità online diventano sempre più autoreferenziali, generando “camere d’eco” culturali e informative. Allo stesso tempo chi vive tra confini diversi rischia di restare escluso, perché le piattaforme non comunicano tra loro.
Le opportunità, però, non mancano. Questa frammentazione rafforza la resilienza nazionale, favorisce la nascita di filiere tecnologiche locali, protegge il patrimonio culturale e offre ai governi maggiore controllo sulla sicurezza e sulla privacy dei cittadini.
I segnali da osservare per capire se ci stiamo muovendo in questa direzione sono le leggi che impongono la localizzazione dei dati, i firewall di stato sempre più avanzati, la creazione di standard tecnologici alternativi e incompatibili con quelli globali e gli incentivi economici a favore di cloud e piattaforme dichiarate “sovrane”.
Scenario C – Il Commons decentralizzato
Il web torna bene comune grazie a identità auto-sovrane (DID/VC), archivi content-addressed, calcolo e storage p2p, e pagamenti nativi. Gli utenti possiedono dati e grafi sociali, scelgono il proprio algoritmo di raccomandazione come si sceglie un browser, portano reputazione e inventario digitale tra piattaforme. Le comunità finanziano e governano protocolli e servizi tramite DAO e meccanismi di voto/finanziamento (anche con prove a conoscenza zero).
Lo scenario del “Commons decentralizzato” immagina un internet che ritorna a essere un bene comune, gestito da reti distribuite invece che da grandi piattaforme centralizzate. In questo modello gli utenti possiedono davvero i propri dati, la propria identità digitale e perfino gli algoritmi che usano per navigare e ricevere contenuti. Grazie a tecnologie come la blockchain, cioè registri distribuiti che certificano transazioni e proprietà senza bisogno di un’autorità centrale, e alle identità auto-sovrane (DID, Decentralized Identifiers), ciascuno può muoversi liberamente tra servizi diversi mantenendo i propri asset digitali, dal profilo social agli oggetti virtuali.
Wallet al centro
I fattori che rendono possibile questo scenario sono l’evoluzione dei wallet digitali, che diventano sistemi operativi personali per gestire dati e credenziali; l’uso delle zero-knowledge proofs (prove a conoscenza zero), che permettono di dimostrare un’informazione senza rivelarla interamente, garantendo privacy e compliance; i cosiddetti cooperative clouds, reti di archiviazione e calcolo condivise da utenti privati; e la diffusione di standard aperti per social network e messaggistica. Tutto questo crea un’infrastruttura dove il controllo non è concentrato in poche mani, ma distribuito.
L’esperienza utente in questo contesto è molto diversa: le password diventano quasi inutili, perché ci si autentica tramite il proprio wallet digitale; i contenuti possono essere spostati facilmente da una piattaforma all’altra; e ciascuno sceglie il proprio algoritmo di raccomandazione, come oggi si sceglie un browser o un motore di ricerca. La messaggistica e i social network sono interoperabili, mentre gli assistenti AI personali girano localmente sul dispositivo e comunicano tra loro in reti peer-to-peer, senza passare da server centralizzati.
Dal punto di vista economico si sviluppano mercati basati su micropagamenti fluidi, token di utilità o di governance più maturi rispetto agli esperimenti attuali, e nuove forme di guadagno per chi condivide capacità di calcolo, banda internet o spazio di archiviazione da casa propria. In questo modello, l’utente non è più solo consumatore ma anche fornitore attivo di risorse digitali.
Mondo decentralizzato
La governance di queste reti si fonda su costituzioni e regole scritte direttamente nel codice, con DAO (Decentralized Autonomous Organizations, cioè organizzazioni autonome basate su smart contract) che prendono decisioni collettive. I diritti d’uso sono codificati e verificabili e gli arbitrati possono avvenire in forme ibride, mischiando procedure tecniche e deliberazioni comunitarie.
I rischi, naturalmente, non mancano. La complessità d’uso può scoraggiare le persone meno esperte, i sistemi di governance decentralizzati rischiano di essere catturati dai più ricchi (plutocrazia digitale), gli standard possono frammentarsi e aumentano le possibilità di truffe o abusi se l’alfabetizzazione digitale non cresce abbastanza velocemente.
Le opportunità, però, sono significative: un internet più resiliente perché privo di punti centrali di fallimento, una privacy molto più solida, un’economia in cui il valore rimane ai creatori e alle comunità invece che essere drenato dalle piattaforme, e una rete più resistente alla censura.
I segnali da monitorare per capire se ci stiamo muovendo verso questo scenario sono i progressi nell’usabilità dei wallet digitali, l’adozione su larga scala di identità decentralizzate e credenziali verificabili da parte di enti pubblici e privati, la crescita di social network e protocolli realmente interoperabili e la comparsa di agenti AI personali che operano localmente e si scambiano dati in reti distribuite.
Scenario D – L’Oligopolio del metaverso
Pochi ecosistemi integrati (hardware + OS + cloud + contenuti) dominano gli strati immersivi del lavoro, dell’intrattenimento e del commercio. Identità, pagamenti, oggetti digitali e “lavori avatar” vivono dentro giardini cintati con regole, tasse e moderazione proprietarie; la produttività white-collar si svolge in spazi 3D ottimizzati del fornitore, con forte lock-in.
Lo scenario dell’“Oligopolio del metaverso” descrive un futuro in cui pochi grandi ecosistemi tecnologici dominano l’esperienza online, integrando hardware, sistemi operativi, cloud e contenuti in piattaforme chiuse e fortemente controllate. In questi ambienti le persone lavorano, socializzano e consumano in spazi virtuali immersivi, ma sempre all’interno di regole stabilite da un ristretto numero di aziende. Internet, in questa visione, non è più un bene comune ma una serie di “parchi a tema digitali” nei quali l’utente entra alle condizioni dettate dal gestore.
Fusione fisico – digitale
I fattori che rendono possibile questo scenario sono lo sviluppo del spatial computing, cioè il calcolo basato sulla fusione tra mondo fisico e digitale; l’avanzamento del cloud rendering, che consente di generare ambienti 3D complessi da remoto con qualità elevata; la diffusione di dispositivi aptici che permettono di percepire stimoli tattili; e l’integrazione verticale dei servizi, dai visori agli app store fino alle reti di pagamento. Inoltre, accordi esclusivi con scuole, governi e imprese possono rendere queste piattaforme veri e propri ambienti di lavoro e istruzione.
Dal punto di vista dell’esperienza utente, l’offerta è spesso di altissima qualità: ambienti sicuri, moderazione avanzata dei contenuti e interoperabilità all’interno dell’ecosistema stesso. Tuttavia, la portabilità tra piattaforme è minima. Gli oggetti virtuali acquistati in un metaverso non possono essere trasferiti in un altro, le identità digitali sono federate dalla singola azienda e le regole d’uso possono cambiare in base ai termini di servizio senza che l’utente abbia reali possibilità di intervento.
Sul piano economico, queste piattaforme generano ricavi da abbonamenti che combinano lavoro e intrattenimento, da commissioni su transazioni digitali e da nuove forme di pubblicità esperienziale. Si sviluppano anche mercati del lavoro interni, con figure che svolgono attività di assistenza, design o organizzazione di eventi all’interno dei mondi virtuali.
Governance privata
La governance, in questo scenario, è essenzialmente privata. Le aziende stabiliscono sistemi di arbitrato e moderazione, applicano controlli interni, gestiscono la sicurezza e trattano direttamente con i regolatori pubblici attraverso accordi specifici. La “legge” della piattaforma vale più delle norme condivise su scala globale.
I rischi sono evidenti: la concentrazione del potere in poche mani, la sorveglianza capillare degli utenti, la possibilità di manipolazione attraverso ambienti altamente immersivi e la dipendenza economica e sociale da un piccolo numero di fornitori. Anche un semplice blackout o abuso in una di queste piattaforme potrebbe avere effetti sistemici.
Le opportunità, d’altro canto, includono esperienze educative e professionali molto sofisticate, accessibili anche a chi ha difficoltà motorie, strumenti creativi potenti e ambienti digitali nei quali la sicurezza e la qualità sono garantite più facilmente rispetto a un web completamente aperto.
I segnali che ci possono indicare l’avvicinarsi di questo scenario sono l’aumento delle quote di mercato dei visori e degli app store controllati da grandi aziende, la stipula di accordi esclusivi con scuole o pubbliche amministrazioni, il mancato sviluppo di standard per rendere interoperabili gli asset digitali e l’introduzione di tasse e regolamentazioni sulle vendite di beni virtuali.
Scenario E – La TrustNet regolata
Una spinta coordinata di governi e industrie crea un’infrastruttura di fiducia nativa: identità verificate (con possibilità di pseudonimi verificabili), credenziali attestabili, watermarking dei media sintetici, audit dei modelli AI, “provenance by default”. La regola è sicurezza prima: virality circuit-breakers, età verificate, responsabilità per piattaforme e fornitori di modelli.
Lo scenario della “TrustNet regolata” immagina un futuro in cui Internet viene ricostruito attorno a principi di trasparenza, verificabilità e sicurezza, con regole chiare che ne garantiscono la funzione di infrastruttura pubblica. In questa visione, la rete rimane aperta, ma è profondamente regolamentata: i contenuti devono avere un’origine certificata, le identità digitali sono ancorate a standard condivisi, e la manipolazione algoritmica è sottoposta a verifiche indipendenti. Internet non scompare come spazio di libertà, ma diventa uno spazio civile, paragonabile a una piazza o a un servizio pubblico regolato dallo Stato.
Tutto verificato
Gli abilitatori tecnologici di questa trasformazione includono protocolli crittografici che permettono di verificare l’autenticità delle informazioni, sistemi distribuiti di digital provenance (cioè la tracciabilità dell’origine di testi, immagini e video), identità digitali unificate riconosciute a livello sovranazionale e piattaforme di audit algoritmico che consentono di ispezionare e certificare il funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale. Un ruolo crescente lo avranno anche le blockchain di nuova generazione, più sostenibili e veloci, utilizzate non tanto per la speculazione, ma per la certificazione dei dati.
Dal punto di vista dell’esperienza utente, la navigazione appare più sicura e trasparente: i contenuti portano etichette chiare che mostrano la loro origine, gli assistenti digitali forniscono sempre riferimenti verificabili e gli avatar nei mondi virtuali hanno un legame certo con persone o organizzazioni reali. L’interazione con l’AI rimane diffusa e fluida, ma l’utente può sempre distinguere tra interlocutori umani e artificiali grazie a regole di disclosure obbligatorie.
Sul piano economico, questo scenario porta alla nascita di un’economia della fiducia. Aziende e privati guadagnano valore offrendo certificazioni, audit, servizi di garanzia e infrastrutture di verifica. Le pubblicità manipolative diventano meno frequenti, sostituite da modelli basati su reputazione e credibilità, mentre le transazioni digitali beneficiano di una maggiore affidabilità e di un minor rischio di frodi.
Governance multilivello
La governance è multilivello: Stati, istituzioni sovranazionali e organismi indipendenti cooperano per fissare standard tecnici e norme etiche, con l’obiettivo di bilanciare innovazione e protezione dei cittadini. Nascono nuove agenzie globali, paragonabili all’ONU o all’OMS, ma focalizzate su trasparenza dei dati, auditing degli algoritmi e tutela dei diritti digitali.
I rischi non mancano. Un’eccessiva regolamentazione potrebbe rallentare l’innovazione, creare barriere burocratiche e penalizzare le startup rispetto ai grandi player. Inoltre, la concentrazione di potere nelle mani degli enti che certificano e controllano potrebbe portare a nuove forme di censura o di esclusione.
Le opportunità, invece, sono enormi: un’informazione più affidabile e meno manipolata, una maggiore protezione dei cittadini contro truffe e disinformazione, una base solida per sviluppare servizi pubblici digitali di qualità, dall’istruzione alla sanità. In un contesto così regolato, l’AI e le tecnologie immersive potrebbero svilupparsi in maniera sostenibile e con un livello di fiducia molto superiore rispetto ad altri scenari. I segnali da monitorare per capire se ci stiamo muovendo verso questo futuro sono l’adozione di identità digitali nazionali o sovranazionali, l’introduzione di standard di tracciabilità dei contenuti da parte di grandi aziende tecnologiche, la creazione di autorità indipendenti per l’audit degli algoritmi e la crescente pressione sociale e politica per limitare la manipolazione digitale.



