News dal futuro #102

Il podcast ed il blog che parlano del nostro futuro

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In questa puntata segnali di futuro, spunti di riflessione, notizie che lasciano sbalorditi:

  • Uno. Bypass neurale e macachi. Connettere una scimmia wireless ad un pc, ma anche usare sensori non invasivi per stimolare cervello e muscoli a funzionare anche in persone paralizzate… strategie diverse tra scienza e tweet sensazionalistici.
  • Due. Jet supersonici low-boom. Una startup americana lavora al prototipo del nuovo Air Force One pensandolo supersonico e low-boom. Anche qui tanto hype, un’utilità vera, ma i tempi sono ancora biblici e come mai se ne occupa un’azienda neonata?
  • Tre. La nascita del DCash. Debutta la nuova valuta digitale di un gruppo di isole caraibiche. Interessante, ma è opportuno capire in cosa si distingue dalle criptovalute perchè è altra cosa da loro, anche se alla base c’è sempre la blockchain. 
  • Quattro. I led di Akasaki. Ci lascia un personaggio fenomenale, un premio Nobel che ha inventato uno degli oggetti più impattanti per il futuro dell’umanità, i led blu. E ci racconta una storia di resilienza, che è una lezione di vita per ogni innovatore.
  • Cinque. Deep Nostalgia. Un software che anima in brevi video, le foto antiche di persone care, probabilmente scomparse, ci fa riflettere su un futuro di zero digital trust; però nel frattempo raccoglie oltre 70 milioni di utenti in poche settimane.

La community di The Future Of



BYPASS NEURALE E MACACHI

Questa settimana l’ennesimo tweet di Elon Musk ci ha aggiornato su Neuralink, una delle società della sua galassia, che ha impiantato un chip in un macaco di nome Pager, consentendogli di giocare a Pong, usando solo la sua mente attraverso una connessione wireless. Ve lo ricordate Pong? Ma si dai, è il famoso giochino dove due barrette fanno da racchetta ed un pixel gigantesco da pallina.

Il comunicato ufficiale recita “Oggi siamo lieti di rivelare la capacità del Link di permettere a una scimmia macaco, chiamata Pager, di muovere un cursore sullo schermo di un computer con l’attività neurale utilizzando un dispositivo di registrazione neurale e trasmissione dati completamente impiantato con 1.024 elettrodi, chiamato N1 Link. Abbiamo impiantato il Link nelle aree della mano e del braccio della corteccia motoria, una parte del cervello coinvolta nella pianificazione ed esecuzione dei movimenti.”

A detta dell’imprenditore di origini sudafricane, Il primo prodotto Neuralink permetterà a qualcuno con paralisi di usare uno smartphone con la mente, più velocemente di chi usa i pollici…

Bello, ma non bellissimo. L’obiettivo è nobile, non c’è dubbio, nei soli Stati Uniti vivono oltre 5 milioni di persone che hanno un qualche tipo di paralisi, ma mentre Neuralink gioca con le scimmie, qualcuno è decisamente più avanti.

Un team di ricercatori americani, per realizzare un sistema più pratico e conveniente, ha sviluppato un device completamente non invasivo, chiamato GlidePath. Hanno reclutato volontari che hanno lesioni del midollo spinale, ma con ancora una certa mobilità delle spalle. Hanno posizionato un mix proprietario di sensori inerziali e biometrici sulle braccia dei volontari, ed hanno chiesto loro di immaginare di raggiungere diversi oggetti. 

I dati provenienti dai sensori sono stati inseriti in un algoritmo di apprendimento automatico che ha permesso di dedurre le intenzioni di presa dei volontari. Elettrodi flessibili sui loro avambracci hanno poi stimolato i muscoli in una particolare sequenza. In una sessione, un volontario ha usato questo bypass indossabile per prendere una barretta di muesli da un tavolo e portarla alla bocca e darle un morso. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Bioelectronic Medicine, senza tweet e senza scalpore.

Il tutto ha origine da un bellissimo esperimento fatto nel 2015, dove un brain implant creato dallo stesso team aveva consentito ad una persona paralizzata di giocare a Guitar Hero, seppur con una interfaccia di chitarra semplificata ed adattata allo scopo.

I suoi movimenti non dipendevano dal midollo spinale danneggiato all’interno del suo corpo, ma da una tecnologia, nota come bypass neurale, utile per trasformare le intenzioni in azioni. L’ammontare dei dati raccolti dagli elettrodi era incredibile: ognuno dei 96 elettrodi misurava l’attività 30.000 volte al secondo. In questo oceano di dati, gli scienziati riuscirono ad identificare i segnali discreti che significavano “flettere il pollice” o “estendere l’indice”, e così via. Scienza, non fantascienza. Anzi, a onor del vero, una combinazione di intelligenza artificiale e settimane di durissimo training per il volontario.

Oggi, con sistemi non invasivi posizionati sul braccio e non nel cervello, si apre una nuova era. Per accelerare il processo di calibrazione dei modelli di stimolazione, ora i ricercatori stanno costruendo un database di modelli che mappano i movimenti della mano, con l’aiuto di volontari sia abili che paralizzati. Mentre ogni persona risponde in modo diverso alla stimolazione, ci sono abbastanza somiglianze per addestrare un sistema, del quale potranno beneficiare tutti.

A valle dei movimenti, poi bisognerà trovare anche soluzioni per far percepire nuovamente la consistenza degli oggetti toccati. Qualcosa che riguarda specificamente le dita, i loro movimenti e gli aspetti sensoriali. Se portare un cibo alla bocca è diventato fattibile, far percepire la consistenza, la temperatura ed altre caratteristiche tattili di un oggetto è ancora una frontiera. E non è banale. Senza questo aspetto, per esempio, non riuscireste nemmeno ad allacciarvi il bottone della camicia, un gesto comunissimo per noi, ma non per i malati evidentemente.

Magari un giorno Neuralink ed il team dell’Institute of Bioelectronic Medicine di Manhasset, New York, decideranno di collaborare, perché la scienza è bellissima, ma se progredisce in gruppo, ed anche senza troppi rulli di tamburo, probabilmente va anche più veloce.

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JET SUPERSONICI LOW-BOOM

E’ ormai dal Settembre del 2020 che si parla di nuovi progetti attorno all’aereo più famoso del mondo, l’Air Force One, ovvero quello sul quale si muove abitualmente il Presidente degli Stati Uniti.

Fu proprio il Pentagono a twittare… si avete capito bene a twittare, di voler “sviluppare un velivolo supersonico a basso impatto sonoro, da trasporto executive, che permetterà ai decisori chiave ed ai team di viaggiare intorno al mondo nella metà del tempo che si impiega ora!

Eravamo ancora in epoca trumpiana, dove da twitter passavano gli umori del Presidente, ma in ogni caso l’idea di sostituire l’attuale Boeing 747-200B, un velivolo comunque già ampiamente modificato rispetto a quello usato per scopi commerciali, era già nell’aria. Del resto aumentare drasticamente la velocità potrebbe cambiare radicalmente la natura dei viaggi presidenziali e rendere gli spostamenti internazionali molto più facili e veloci.

Ed ecco allora spuntare quasi dal nulla una startup, Exosonic che si propone di realizzare tale velivolo. La logica è giusta, il futuro del trasporto rapido globale di passeggeri potrebbe essere il volo supersonico a basso boom. Il cosiddetto “low boom” permette ai viaggiatori di volare a velocità supersoniche senza generare rumori dirompenti per coloro che si trovano a terra. Obiettivo che, viaggiando alla velocità attesa di 2.222 km orari non è banale, ma consentirebbe all’aereo di utilizzare nuove tratte, anche sorvolando la terra e zone abitate.

Quando un oggetto immobile, come uno stereo, produce un suono, le sue onde sonore si diffondono in tutte le direzioni. Se fossero visibili ad occhio nudo, queste onde sarebbero simili a ciò che vedete quando un sasso viene lasciato cadere in uno stagno, con piccole onde che si diffondono in cerchi concentrici.

Quando un aeroplano diventa supersonico, si sposta in avanti rispetto al suono che produce. Questo fa sì che le sue onde sonore si formino dietro l’aereo, con una forma a cono, simile alle onde che si trascinano dietro una barca. Le ondine del sasso per continuare nell’analogia, ma tridimensionali nello spazio, invece che piatte sull’acqua. Un aereo supersonico in avvicinamento è impercettibile, ma quando supera l’osservatore, questi viene colpito da un suono improvviso, simile a un boom di onde sonore concentrate che è fastidioso ed anche pericoloso. In alcuni casi questi boom possono causare danni agli edifici e i jet militari supersonici che sorvolano la terraferma sono stati persino in grado di rompere vetri e finestre.

Ecco che Exosonic vuole lavorare su nuovi velivoli che hanno forme e volumi pensati specificamente a risolvere questo problema.

Ma da dove arriva Exosonic? Fondata nel Giugno 2019, riceve un seed round da 150.000 dollari da YCombinator. Ok parliamo di uno dei più grandi acceleratori di startup americani, ma l’importo chiaramente è poca roba per costruire un jet supersonico. Nemmeno un anno dopo, hanno ottenuto un contratto di ricerca per l’innovazione delle piccole imprese da 1 milione di dollari dalla United States Air Force, per prototipare il velivolo da utilizzare come Air Force One.

Parliamo ancora quindi di investire per un prototipo di un velivolo che, a quanto dichiarato da Exosonic, dovrà essere certificato nel 2029 ed essere operativo per la metà degli anni ‘30.

E poi c’è anche la questione dell’autonomia. Il jet supersonico di Exosonic sarà in grado di volare per circa 15.000 km prima di fare rifornimento. Questo lo porterà comodamente da Washington a Seattle per esempio, ma non a Tokyo o in Medio Oriente.

Il velivolo in fase di studio, avrebbe una capienza di 31 passeggeri, quindi sicuramente di lusso e super tecnologico, ma forse un po’ piccolo per il Presidente. Le funzioni dei velivoli presidenziali variano a seconda delle necessità, ma questo aereo potrebbe essere utilizzato principalmente come Air Force Two, cioè semmai quello che trasporta il vicepresidente degli Stati Uniti e non il Presidente, con il suo numeroso staff e codazzo di giornalisti al seguito.

Quello che mi colpisce è anche il fatto che gli USA si siano affidati ad una startup per questo progetto. Far rivivere in versione presidenziale un velivolo con prestazioni comparabili, se non superiori al Concorde, è un bellissimo progetto, ma realizzare macchine volanti non è uno scherzo, e non è un caso che il mercato oggi sia ormai concentrato attorno a pochissimi produttori esperti: servono tantissimi soldi ed expertise umano importante.

Potreste obiettare che con abbastanza soldi si può fare tutto, ma anche il fatto che gli investitori sceglieranno di investire su questa tecnologia basata sull’hardware, mentre il mondo del venture capital americano sembra ampiamente concentrato sul software, mi stupisce un po’.

Lungi da me essere scettico su un progetto startup, è il campo nel quale vivo e lavoro, ma questo sembra davvero complesso. Quindi un grande in bocca al lupo ad Exosonic, perché quella che sta affrontando è una sfida davvero ambiziosa.

LA NASCITA DEL DCASH

I Caraibi orientali hanno creato la propria forma di valuta digitale per aiutare a velocizzare le transazioni e servire le persone senza conti bancari.

La Banca Centrale dei Caraibi orientali ha creato il suo DCash, cioè è la prima valuta basata su blockchain introdotta da una delle unioni monetarie del mondo, anche se alcune singole nazioni hanno già adottato soluzioni simili. Il DCash è diventato disponibile da mercoledì scorso in quattro nazioni insulari nell’ambito di un programma pilota di un anno: Santa Lucia, Grenada, Antigua e Barbuda, e St.Kitts e Nevis.

E dopo il “wow” iniziale, se entriamo più nei dettagli del progetto, capiamo che comunque qualche limite c’è, rispetto all’uso decentralizzato e libero delle criptovalute sulla blockchain, nella sua forma più pura ed originaria, anche perché parliamo di due cose diverse.

Il DCash è stato creato dalla società fintech Bitt, con sede a Barbados, in collaborazione con la Banca Centrale. A differenza delle criptovalute, è emesso da una Banca Centrale ufficiale ed ha un valore fisso, legato all’esistente dollaro dei Caraibi orientali, utilizzato in gran parte nella regione. Quindi non si crea con il mining ed infatti, non ha nemmeno senso definirla una criptovaluta, anche se il riferimento alla blockchain ovviamente può risultare ingannevole.

Il sistema permette agli utenti, anche senza conti bancari, ma con uno smartphone, di utilizzare un’app scaricata ed effettuare pagamenti tramite un QR code. Coloro che non hanno un conto corrente bancario, si dovranno recare da un agente autorizzato o da un’istituzione finanziaria non bancaria che dovrà verificare le informazioni relative alla persona e poi approvare un portafoglio “DCash”. Quella persona, per alimentare il conto poi, dovrà andare in un supermercato o in un altro negozio e dare al cassiere denaro fisico che verrà poi depositato come valuta nel portafoglio digitale. Invece, per chi ha già un conto bancario, di fatto basta fare un “giroconto”.

Inoltre, ci sono limiti sulla quantità di denaro che le persone possono inviare tramite DCash e non ci sono piani per ora di integrare le carte di credito o altri servizi nel tool.

Ora credo che il tema sia chiaro, si parla di valuta digitale emessa da una Banca Centrale, il cui valore è ancorato ad una valuta tradizionale e per avere il wallet digitale, ci si deve far riconoscere ed autorizzare. Poi, per avere la valuta digitale, si devono versare soldi in contanti e poi finalmente si può spendere. Insomma, dello spirito e delle funzioni originarie delle criptovalute rimane poco, ed anche se le transazioni sono registrate su blockchain, stiamo parlando di altro, cioè di valute digitali.

Ed infatti, il vero obiettivo del progetto è agevolare una riduzione del 50% nell’uso del contante fisico entro il 2025, e fornire un ulteriore strumento di pagamento a persone che non hanno un conto bancario. E nelle isole, tra agricoltori, pescatori, madri single e piccoli artigiani, l’elenco dei potenziali utilizzatori sembra ragionevolmente lungo. Se poi aggiungiamo che il denaro digitale è più difficile da rubare di quello fisico, e che di sicuro aumenta la velocità delle transazioni per esempio rispetto ad un assegno, sicuramente abbiamo un quadro completo sulla potenziale utilità dello strumento.

Quando invece si dice che la soluzione sia meno costosa… mi permetto di dubitare. Una Banca Centrale, insieme ad una fintech, lanciano una valuta digitale, che richiede un’infrastruttura per funzionare e nessuno tranne i consumatori ed i merchant ci guadagnano? I miei dubbi restano. Se andate sul sito della Eastern Caribbean Central Bank, alla domanda “ci sono fee per l’utilizzo del DCash?”, la risposta è “no, non ci sono fee ad usare il DCash, durante il periodo pilota”. Notare “durante il periodo pilota”. Vedremo.

Il progetto arriva poco più di due mesi dopo che la Banca Centrale Europea, la Banca del Giappone, la Banca del Canada, la Banca d’Inghilterra, la Swedish Riksbank e la Banca Nazionale Svizzera hanno creato un gruppo per studiare se ha senso emettere valute digitali, e come. Ma i più, restano scettici sul fatto che tali progetti debbano prendere le mosse da banche centrali o joint ventures di operatori privati, che comunque a valle un profitto lo devono sempre fare.

Io, intanto, ai Caraibi ci andrei volentieri per prendere il sole e stare sotto una palma a bere un cocktail, come poi lo debba pagare, per adesso mi risulta ancora abbastanza indifferente.

I LED DI AKASAKI

The Future Of è un podcast che parla di futuro, ma per una volta vi devo raccontare una storia che arriva dal passato, perché ha alcuni aspetti che ho trovato molto belli e molto umani. Nei giorni scorsi si è spento a 92 anni, in Giappone, un signore di nome Isamu Akasaki.

Sono abbastanza sicuro che la maggior parte di noi non ne abbia mai sentito parlare prima, eppure se avete potuto cliccare l’icona dei podcast sul vostro smartphone o se state leggendo il testo di questa storia sul sito web, in parte lo dovete anche a lui.

Akasaki ha vinto il premio Nobel per la fisica nel 2014, molti anni dopo la grande invenzione sulla quale ha lavorato e poi perfezionato: i led. Anzi in particolare i led a luce blu.

Se le lampadine ad incandescenza di Edison hanno illuminato il secolo scorso, i led di Akasaki illumineranno il secolo attuale. 

I diodi rossi e verdi esistevano già da tempo, ma inventare un LED blu era il Santo Graal, poiché per ricreare la luce bianca del sole, tutti e tre i colori dovevano essere sommati.

Il LED blu era il più difficile da produrre a causa della sua elevata energia fotonica e della scarsa sensibilità dell’occhio umano alle basse lunghezze d’onda, ma una volta realizzato, ha dato vita alle nuove generazioni di chip, dove i colori sono comandati da appositi software e possono replicare qualsiasi colore. Risultato? Televisori, monitor, smartphone, torce, fari delle automobili, telecomandi a infrarosso… l’elenco delle applicazioni è ormai diventato lunghissimo.

Ma non si tratta solo di una vittoria tecnologica, i LED sono un’arma in più contro il riscaldamento globale e la povertà. Le lampade a LED durano decine di migliaia di ore e utilizzano solo una frazione di energia rispetto alla lampadina a incandescenza. Potete capire le implicazioni di una tecnologia che dura di più e costa meno, sapendo che l’illuminazione rappresenta da sola circa un quarto del consumo energetico del pianeta.

Ora, se state pensando che questo signore abbia solo messo l’ultimo tassello che completa il puzzle, c’è di più. Gli eventi che hanno caratterizzato la scoperta di Akasaki, insieme ai “soci” Amano e Nakamura, vincitori insieme del Nobel, sono costellati di fatti notevoli.

Prima di tutto, il fatto che ci siano voluti trent’anni. Ci stavano provando in tanti, aziende e scienziati, ma i tre ci sono arrivati per primi. Una maratona lunga una vita.

Emblematico il caso di Nakamura, che lavorava di notte ai led con la luce blu, perché la sua compagnia, la Nichia Corporation era contraria alle sue ricerche. E quando fu il momento di brevettare l’innovazione, la società se la cavò pagandogli appena 200 dollari.

In Giappone non era abitudine che le società stilassero accordi con i loro ingegneri per condividere la proprietà ed i profitti delle invenzioni, ma la Nichia, tanti anni dopo, nel 2005 avrebbe imparato a sue spese che essere poco riconoscenti costa. Un tribunale la obbligherà a pagare a Nakamura molti milioni di dollari di risarcimento. Altro che 200 dollari.

Ma sono simboliche anche le parole di Akasaki stesso “Quando nel 1981 abbiamo annunciato dei risultati importanti per l’epoca in una conferenza internazionale, non c’è stata nessuna reazione. Nessuna. Mi sentivo solo nel deserto. Ma ero determinato a non abbandonare questa ricerca, anche se ero solo“.

Un bell’esempio per tutti, la storia di questi tre uomini, che in vari momenti del loro percorso sono stati osteggiati, sottopagati ed ignorati. Ma hanno aiutato a realizzare qualcosa che davvero ha ricadute potenziali sull’intera umanità. Bravo Akasaki, qualcosa mi dice che nel tuo buio eterno, da qualche parte si accenderà un LED.

DEEP NOSTALGIA

Il mese scorso è stato lanciato un tool grafico dove un’intelligenza artificiale è in grado di animare brevemente, ma in maniera incredibilmente realistica, vecchie foto. Dare vita al volto di un parente scomparso o ad una vecchia foto di vostra madre da giovane è diventato immediato ed alla portata di tutti. Basta caricare la foto ed il software si occupa di tutto in pochi secondi.

Sono andato a provarlo e onestamente devo dire che è sbalorditivo. Certo a guardare bene le immagini, qualche sfocatura vicino alle orecchie e nei contorni si percepisce ancora, però se non volete fare il pelo ed il contropelo, vedere un viso che si anima, ruota leggermente, ammicca, sorride o lancia un bacio è un’esperienza singolare.

Se poi quel viso è di una persona cara, lo strumento riesce a creare, anche se pochi secondi, una connessione emozionale notevole.

Gli utenti devono semplicemente caricare una fotografia attraverso il sito web di MyHeritage, dove viene prima analizzata e poi migliorata non solo per garantire la qualità dell’animazione finale, ma anche per rendere più facile all’algoritmo di deep learning, creato da una società chiamata D-ID, di fare il suo lavoro. L’orientamento della persona nella foto viene analizzato per determinare la direzione in cui guardano la testa e gli occhi, e poi viene selezionato un video driver corrispondente, una registrazione moderna di un volto che fa movimenti come se stesse posando per una foto, per guidare l’animazione della foto.

Si perché di fatto, dietro l’animazione, c’è un movimento pre-registrato da attori. L’algoritmo sceglie quello più adatto alla posizione della testa nella foto e poi li monta insieme, solo che chiaramente non vedrete muoversi l’attore, bensì il volto della persona cara.

Nei giorni scorsi sono state aggiunte 10 nuove opzioni di movimento che potrebbero essere particolarmente strappalacrime per alcuni utenti, in quanto includono movimenti ed espressioni emotivamente forti come baci, uno sguardo compassionevole, sorrisi e persino un cenno di approvazione.

Nelle prime 5 settimane dal lancio, il sito ha animato la bellezza di quasi 75 milioni di immagini, un numero record che indica come il “gioco” stia diventando rapidamente popolare. E la tecnologia di D-ID promette di aggiungere anche il parlato, rendendo in futuro l’interazione ancora più stupefacente, anche nell’applicazione di MyHeritage questa funzionalità è esclusa, probabilmente per evitare che lo strumento si trasformi nella frontiera a basso costo della creazione di deep-fake. Insomma, per ora si sta ritagliando uno spazio nella nicchia dell’uso personale, intimo, ma di fatto la tecnologia è già lì, ed i rischi potenziali quindi esistono.

Infatti le reazioni a Deep Nostalgia sono state miste. Questo futuro che riporta in vita il passato, per alcuni è un tool affascinante, per altri un rischio da prendere con le molle, per altri solo un tentativo tecnologico di sfidare il tempo e, forse anche la morte.

Senza dimenticare che, per ovvi motivi, nessuno dei volti che gli utenti hanno testato, hanno ovviamente dato un consenso. Mentre i loro volti, ed i vostri dati di subscribers, entrano nel database dell’azienda. Azienda nata per fare test del DNA e ricostruire interi alberi genealogici e che, nel 2018, subì un hackeraggio, un data breach che coinvolse i dati di 92 milioni di utenti.

Io per questo motivo ho deciso di non testare Deep Nostalgia con foto personali, ma con immagini d’epoca prese dalla rete. Eppure la tentazione di usare l’immagine di una persona cara è forte. E penso che, se per me che ho conosciuto quella persona, sarebbe facile apprezzare le differenze con i modi dell’individuo reale che ho conosciuto, al contrario se si trattasse di un estraneo qualsiasi, ingannarmi sarebbe molto più facile. E così andiamo sempre di più verso questo mondo del “zero-trust” digitale, dove non ci fidiamo più di niente di quello che ci appare su uno schermo. Qualcosa che dividerà il mondo in due categorie polarizzate, i creduloni digitali che si berranno tutto e gli scettici cronici che rifiuteranno ogni cosa che non sia detta davanti a loro da una persona in carne ed ossa.

E riconoscere la verità, che già non è mai stato facile, diventerà ancora più difficile.    

SALUTI

Grazie per aver ascoltato The Future Of, davvero! Avresti potuto ascoltare la radio, avresti potuto far girare un vinile, avresti potuto mettere su una cassetta, avresti potuto usare uno stereotto, ehm, a sapere cosa fosse, e invece hai preferito The Future Of. E’ per questo che ti ringrazio, ed hai ancora centinaia di puntate da scoprire.

La frase della settimana. Robert Goddard ha scritto “È difficile dire ciò che è impossibile, perché il sogno di ieri è la speranza di oggi e la realtà di domani.

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