News dal futuro #94

Il futuro è già qui

Casseforti di dati droghe proteine ed Alzheimer hacking dei trattori anche il DNA mente zero carbon impact

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Casseforti di dati droghe proteine ed Alzheimer hacking dei trattori anche il DNA mente zero carbon impact

  • Il padre di internet Tim-Berners Lee propone la tecnologia delle “pods” (personal on-line data stores) per la gestione delle informazioni personali, introducendo il concetto di “sovranità dei dati”.
  • Un Team di scienziati utilizza un particolare composto sintetico per far “ripartire” il cervello dei malati di Alzheimer e recuperare le capacità cognitive perdute.
  • Continua la battaglia del movimento right-to-repair, quello che ho comprato è mio e devo avere il diritto di ripararlo, a costo di hackerare i trattori con software piratati; quando tecnologia ed agricoltura entrano in conflitto.
  • Un indagato per omicidio, ottiene la possibilità di visionare il codice del software alla base dell’analisi del DNA. E scopriamo che non funziona sempre in maniera impeccabile.
  • Una startup americana, riceve finanziamenti da Bill Gates, per dividere il metano in idrogeno gassoso e carbonio solido. Vi spiegherò perché e come questo può aiutare nella lotta ai cambiamenti climatici.

Se avete 1 minuto vi invito a compilare il questionario di The Future Of sul comportamento d’ascolto dei podcast
https://intoway.net/w/?bi=705#p/1039

La community di The Future Of


CASSEFORTI DI DATI

Trent’anni fa quando Tim Berners-Lee, il “padre” di internet, diede vita al world wide web, disse la famosa frase “questo è per tutti”. Ancora di più fece il medico Albert Sabin, un altro dei giganti dello scorso secolo, che rinunciò a brevettare il vaccino contro la poliomelite, lasciandolo gratuito ed accessibile a tutti, dicendo “è il mio regalo a tutti i bambini del mondo”.

E’ però destino che le cose brillanti nate gratuite e per tutti, finiscano presto nelle mani di sistemi e persone che, al contrario, non vedono altro che monetizzazione. Sui vaccini e sulle compagnie farmaceutiche, in questo periodo forse è meglio non esprimersi, ma su internet due parole le possiamo spendere.

Lo stesso Berners-Lee ha ideato un piano per salvare la sua invenzione, nel tentativo di riportare internet all’età dell’oro che esisteva prima della sua attuale incarnazione, caratterizzata da una raccolta invasiva di dati da parte di governi e corporazioni.

E’ partito dalla dichiarazione di principio sulla “sovranità dei dati”, che significa molto semplicemente dare agli utenti il potere sui loro dati, riconquistare il controllo delle informazioni personali che abbiamo ceduto nel tempo alle grandi corporation come Microsoft, Amazon, Google, Apple e Facebook tra le altre.

Un approccio già in netto contrasto con le attuali pratiche sui dati che sono alla base dei modelli di business delle Big Tech: le quali oggi estraggono ed utilizzano i nostri dati senza un nostro significativo consenso, senza compenso e di fatto senza considerare i dati come di nostra proprietà. Il resto del fenomeno dipende dal cosiddetto “effetto network”: ho più dati, conosco meglio i miei utilizzatori, disegno servizi migliori, attiro nuovi utenti ed il ciclo ricomincia, portando di fatto ad oligopoli e montagne impossibili da scalare per i nuovi arrivati.

E quindi, al di là delle dichiarazioni di principio il padre di internet ha fondato la startup Inrupt, che sta lavorando sulla tecnologia per creare un nuovo sistema chiamato “pods”: personal on-line data stores o archivi personali di dati online.

I pods funzionano come casseforti di dati personali. Memorizzando i propri dati in un pod, gli individui mantengono la proprietà e il controllo degli stessi, piuttosto che trasferirli alle  piattaforme digitali. Con questo sistema, le aziende possono richiedere l’accesso al pods di un individuo, offrendo alcuni servizi in cambio, ma non possono estrarre o vendere quei dati in seguito. E lo farebbero utilizzando la tecnologia di archiviazione dati open source dell’azienda chiamata Solid.

Non è ancora partito che già emergono alcune critiche, ma anche ulteriori spunti su approcci ancora completamente diversi.

Una delle critiche all’idea dei pods è che considerano i singoli dati come una commodity. Ma il vero valore non risiederebbe nei dati individuali, bensì negli aggregati. I dati hanno poco valore quando vengono comprati e venduti da soli: il loro valore emerge solo dalla loro aggregazione e analisi, maturata attraverso effetti di rete. Quindi se eliminiamo l’effetto di rete, i dati non valgono nulla. E quindi con i pods non ci guadagnerebbero né i singoli utenti, né le Big Tech.

Io se dovessi fare una critica, semmai, direi che se i pods sono delle casseforti, chi li gestisce sarebbe di fatto una banca. E chi gestisce la banca? C’è il rischio di passare da un oligopolio ad un monopolio? E l’indipendenza dove la mettiamo? Ci fideremo della banca? Insomma tutti temi risolvibili, ma non banali.

Un’altra ipotesi emergente, resa popolare dal Premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom è quella di considerare i dati personali come un bene comune, nelle mani ed a servizio della comunità; quindi ne’ di proprietà del singolo, ne’ delle corporation. Un’idea intrigante, ma che non ha ancora una sua controparte tecnologica per renderlo possibile, sempre che abbia senso davvero sposare questo approccio.

E voi da che parte state? Questi benedetti dati personali, a chi li diamo?

DROGHE, PROTEINE ED ALZHEIMER

Una nuova ricerca suggerisce che le conseguenze devastanti del morbo di Alzheimer, come la perdita delle capacità cognitive, una volta ritenute irreversibili, potrebbero essere trattate con farmaci sintetici unici progettati per aiutare il cervello a elaborare le proteine.

Anche se una cura vera e propria per l’Alzheimer non esiste ancora e rimane un obiettivo di lungo termine, un team di neuroscienziati americani e brasiliani, riferiscono che potrebbero aver trovato un nuovo percorso verso la riparazione di alcuni dei danni causati dalla malattia.

In uno studio pubblicato martedì sulla rivista Science Signaling, i ricercatori riferiscono che, attraverso una serie di esperimenti sulla memoria dei topi, hanno scoperto farmaci speciali che lavorano sulla sintesi delle proteine nel cervello e potrebbero aiutare a ripristinare alcune delle funzioni cognitive perse o ostacolate dall’Alzheimer.

Gli scienziati sostengono che le loro scoperte partono dall’evidenza che quando si tratta della formazione e della gestione dei ricordi nel cervello, poche cose sono importanti quanto la capacità del cervello stesso di sintetizzare le proteine giuste. Questo processo permette al cervello di mantenere un’attività neurale abbastanza forte per conservare i ricordi. Al contrario, coloro che soffrono di Alzheimer fanno molta più fatica a creare quelle proteine cruciali.

Quindi la sfida era doppia: primo, far ripartire la capacità del cervello di sintetizzare le proteine utili, secondo verificare che se le capacità cognitive perse, venivano recuperate.

E così è stato, grazie ad una molecola speciale di nome ISRIB. Scoperto solo nel 2013, ISRIB è un composto sintetico che può interagire con i codici genetici nel cervello per aiutare a stimolare la sintesi proteica in alcune cellule cerebrali. E pensare che l’ISRIB non era nata per questo scopo, però si era già dimostrata efficace nel ripristinare le funzioni cerebrali di pazienti che hanno a che fare con lesioni cerebrali traumatiche o con la sindrome di Down. E da qui all’Alzheimer il passo è stato breve.

E nei topi malati di Alzheimer dei nostri bravissimi scienziati ha funzionato proprio così. Attraverso una serie di test di memoria e sfide, i topi hanno percorso con successo un labirinto o hanno riconosciuto un oggetto a cui erano stati esposti ore prima, e così via e quando sono stati trattati con l’ISRIB, il composto sintetico ha portato drastici miglioramenti di memoria e cognitivi.

La cosa importante è che non sono serviti nemmeno lunghi trattamenti. Lo studio aggiunge che questo farmaco può letteralmente sbloccare le “autostrade” del cervello che gestiscono la memoria e la flessibilità mentale, con poche dosi. Ed i risultati cominciano a mostrarsi da un giorno all’altro, come se il danno non ci fosse mai stato.

In pratica ISRIB, passatemi il termine, fa una sorta di reboot del nostro cervello.

Quindi partendo dai traumi, siamo arrivati all’Alzheimer, una malattia che colpisce 35 milioni di persone nel modo, e quale sarà il prossimo passo? Oltre alla ovvia sperimentazione sull’uomo? Secondo la professoressa Susanna Rosi, “Può sembrare un’idea folle, ma chiedere se il farmaco potrebbe invertire i sintomi dell’invecchiamento stesso è solo un logico passo successivo“. 

Vuoi vedere che anche oggi abbiamo parlato di lotta all’invecchiamento senza saperlo?

HACKING DEI TRATTORI

Qualche puntata fa vi ho parlato del movimento right-to-repair e del principio che sta facendo scontrare produttori di tecnologia ed utilizzatori. I produttori vogliono chiaramente tenere riservati i manuali, i software e l’ingegnerizzazione dei loro prodotti, gli acquirenti vogliono essere liberi di metterci le mani per ripararli, come avveniva un tempo per i macchinari basati sulla sola meccanica.

Una battaglia che negli USA coinvolge principalmente gli agricoltori ed i loro trattori, ma che ha implicazioni che possono andare molto più lontano: oggi il trattore, domani il frigorifero, dopodomani lo smartphone… ed i profitti derivanti da assistenza, manutenzione e riparazione andrebbero a farsi benedire.

Non è una sorpresa che la battaglia provenga dal mondo agricolo, dove i ritmi sono gioco forza più allineati a quelli di madre natura e meno frenetici di quelli delle grandi corporation e dove l’uomo è abituato ad usare le cose fino a che funzionano e anche oltre, riparandole e dando loro nuova vita. E’ proprio un fatto culturale, che tra l’altro ha portato alcuni Stati americani come il Nebraska, ove l’agricoltura ha un ruolo ancora cruciale sull’economia, ad emettere legislazioni più favorevoli al movimento right-to-repair.

Se però passiamo dai martelli e cacciaviti, ai firmware, le patch ed al codice, ovviamente i giochi si fanno duri. E quindi iniziano le battaglie che vedono il mondo agricolo contro, per esempio, la John Deere, azienda che produce mezzi fantastici, ma pone limitazioni all’accesso ai software di bordo.

I proprietari che hanno solo bisogno della loro attrezzatura per lavorare sostengono che quando hanno comprato un trattore, questo dovrebbe significare che hanno comprato l’intero trattore, compreso il diritto di riparare le loro cose. E se poi ci riescono con un martello o sono capaci di entrare nei meandri del coding, fatti loro.

E se pensate che agricoltore e software siano concetti che non si sposano, probabilmente vi sbagliate. Se alcuni agricoltori stanno tornando ad attrezzature più vecchie e semplici che sono più facili da riparare, altri agricoltori stanno piratando il firmware del trattore solo per mantenere le loro attrezzature più moderne in funzione. E il bello è che, almeno secondo le leggi vigenti negli USA oggi, non è nemmeno illegale, anche se chiaramente border line e complicato. 

Il firmware pirata dei trattori, secondo quanto riferisce il magazine Freethink, passa da un mercato nero di forum a pagamento e su invito. Gran parte di esso proviene dall’Europa dell’Est, e i siti stessi sono difficili da trovare e raggiungere. Una volta lì, gli agricoltori possono trovare i data link ai server, i programmi di diagnostica, i generatori di chiavi di licenza, i modificatori di limiti di velocità e persino i cavi reingegnerizzati di cui hanno bisogno per mantenere le loro attrezzature in funzione.

Perché dove c’è una proibizione c’è un potenziale mercato nero. Con ancora meno tutele per chi ci naviga dentro ed ancora più danni economici per chi vedere scappare li le proprie informazioni pregiate. Sarebbe il caso di prendere una posizione legislativa chiara, perché il problema degli agricoltori del Nebraska, fra poco lo avremo tutti, perché le nuove auto elettriche a guida semi-autonoma, come le Tesla ed in futuro tante altre, non sono auto con un software, ma smartphone con quattro ruote. 

ANCHE IL DNA MENTE

Siamo cresciuti con la convinzione che la prova del DNA sia definitiva e risolutiva. Il principio in realtà resta intatto, ma visto che le analisi si basano su software, in realtà è questo anello della catena che sta scricchiolando.

Ce lo testimonia una storia molto particolare che arriva dagli USA. Una corte d’appello del New Jersey ha stabilito che un uomo accusato di omicidio ha il diritto di esaminare un software proprietario di test genetici, per contestare le prove presentate contro di lui.

Gli avvocati che difendono Corey Pickett, sotto processo per una sparatoria mortale a Jersey City avvenuta nel 2017, hanno chiesto di esaminare il codice sorgente di un programma chiamato TrueAllele per valutarne l’affidabilità. Il software ha aiutato ad analizzare un campione genetico da un’arma, campione che è stato usato per collegare l’imputato al crimine. E siccome non stiamo parlando di una cosa da poco, ma di un omicidio, le cui implicazioni penali possono essere davvero pesanti per l’imputato, essere certi del test del DNA ha comunque un senso.

Il creatore del software, la Cybergenetics, ha insistito in tribunale che il codice sorgente del programma è un segreto commerciale e quindi non può essere rivelato. Il co-fondatore della società ha argomentato opponendosi all’analisi del codice sorgente, dichiarando che il programma, che consiste di 170.000 linee di codice MATLAB, è così denso che ci vorrebbero otto anni e mezzo per esaminarlo al ritmo di dieci linee all’ora.

Ma la difesa non si è data per vinta. L’azienda ha allora offerto alla difesa l’accesso sotto condizioni strettamente controllate, all’interno di un accordo di non divulgazione, che includeva l’accettazione di una multa di 1 milione di dollari di responsabilità nel caso in cui i dettagli del codice fossero trapelati. Ma il team della difesa si è opposto alle condizioni, che hanno sostenuto che avrebbero ostacolato la loro valutazione e avrebbero dissuaso qualsiasi testimone esperto dal partecipare.

E qui viene il bello. La difesa ha citato problemi passati con altri software di test genetici come STRmix e FST (Forensic Statistical Tool). Gli esperti della difesa hanno detto che in uno di questi software sono stati rilevati 13 errori di codifica che hanno impattato su ben 60 casi, errori che non sono stati rivelati fino alla revisione del codice sorgente.

E la Corte ha quindi dato ragione alla difesa, ammettendo la disamina con questa motivazione “Senza esaminare il codice sorgente del software, un insieme di istruzioni fatte dall’uomo che possono contenere bug, glitch ed errori, nel contesto di un contraddittorio, non si può capire realisticamente se esso implementa correttamente la scienza sottostante”.

Ora, ovviamente questo non vuol dire che il software contenga errori, anzi non possiamo che auspicare il contrario, però ci fornisce una lezione importante: spesso accettiamo passivamente i risultati di un software o di una macchina, perché pensiamo che gli algoritmi siano potenti ed infallibili, ma le righe di codice le scrive l’uomo e l’uomo è fallibile. Ed anche quando ci affidiamo al potentissimo machine learning, sappiamo che gli algoritmi possono incorporare dei bias, insiti nei dati che sono stati in pasto all’algoritmo per imparare.

Non dobbiamo mai perdere la capacità di dubitare, un po’ di sano scetticismo potrebbe essere davvero l’ultimo baluardo che ci distingue dalle macchine.

ZERO CARBON IMPACT

Breakthrough Energy Ventures, il fondo guidato da Bill Gates, ha chiuso un round di finanziamento per 11,5 milioni di dollari a favore della startup californiana C-Zero Inc.

Cosa ha di speciale questo deal, tra i tanti che vengono fatti ogni giorno negli States? Peraltro, per un importo neanche particolarmente significativo per il mercato del venture americano.

La startup ha sviluppato una tecnologia per abbassare le emissioni di gas serra derivanti dall’uso del gas naturale. Invece di bruciare il combustibile per produrre anidride carbonica e acqua, C-Zero fa scorrere il gas attraverso una miscela di sali fusi. Così facendo divide il metano, il componente principale del gas naturale, in idrogeno gassoso e carbonio solido. Quando l’idrogeno brucia, produce acqua; il carbonio solido finisce in discarica.

Scindere il metano, che è composto da un atomo di carbonio e quattro di idrogeno, in idrogeno e carbonio solido non è difficile in termini di chimica. La sfida principale più che altro è abbassare il costo e per questo serve scalare la tecnologia, cioè renderla capace di produrre volumi più elevati. Ecco perché servono fondi privati, come sempre in campo startup, per accelerare quello che normalmente andrebbe a ritmi più lenti.

E’ un problema comune nell’adozione di tecnologie per la produzione di energie dalle rinnovabili. Ma in questo caso, i benefici sono addirittura doppi. Il gas naturale, infatti, non fa danni all’ambiente solo quando viene bruciato. 

Produrre e trasportare il combustibile fanno la loro parte nella generazione di gas serra. Pozzi e tubi sono soggetti a perdite, ed a causa di questo scaricano il metano incombusto nell’atmosfera e questo ovviamente produce ulteriori danni. Il vantaggio della tecnologia di C-Zero è che può essere applicata direttamente alla fonte, proprio sui pozzi di estrazione, riducendo le perdite di metano, un plus che non è passato inosservato agli investitori.

E non ci ha visto lungo solo Bill Gates, notoriamente sensibile ai temi ambientali, ma anche Eni Next, il braccio venture del nostro colosso, oltre a Mitsubishi Heavy Industries, che sta sviluppando turbine a idrogeno e Bloomberg, un nome comunque rilevante nel panorama degli investimenti per dare ulteriore reputazione alla compagine.

Il settore è in fermento, e catturano una certa attenzione anche altre startup che stanno cercando di valorizzare anche la componente di scarto del processo, il carbonio solido.

Una società di nome Monolith Materials, spera di trovare un mercato per il carbonio solido prodotto come sottoprodotto della trasformazione del metano in idrogeno. Il fatto che finisca in discarica, chiaramente non è la destinazione migliore che possiamo immaginare. L’australiana Hazer Group Ltd trasforma il gas naturale in idrogeno e grafite, una forma di carbonio che può essere usata nelle batterie agli ioni di litio.

Insomma la battaglia non è certo ancora vinta, ma ogni innovazione ed ogni investimento ci fanno procedere un po’ più speditamente verso la salvaguardia del nostro clima, così tanto in difficoltà.

SALUTI

Grazie per aver ascoltato The Future Of, davvero! Avresti potuto ascoltare la radio, avresti potuto far girare un vinile, avresti potuto mettere su una cassetta, avresti potuto usare uno stereotto, eh, a sapere cosa fosse, e invece hai preferito The Future Of. E’ per questo che ti ringrazio, ed hai ancora centinaia di puntate da scoprire.

Yuval Noah Harari ha scritto: “la cosa più sorprendente del futuro non saranno le astronavi, ma gli esseri che le pilotano.”

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