News dal futuro #106

Il futuro è già qui

internet costa di più Venere infernale droni autonomi livello 4 false recensioni hackerare una Tesla

News dal futuro – internet costa di più, Venere infernale, droni autonomi livello 4, false recensioni, hackerare una Tesla

internet costa di più Venere infernale droni autonomi livello 4 false recensioni hackerare una Tesla

In questa puntata:

  • Uno. Internet costa di più. Al di là delle dichiarazioni di Trump, e prima di lui di Obama, il costo della bolletta internet in USA è aumentato in maniera sostanziale. Ora tocca a Biden, vediamo se è più forte lui o la lobby del cavo.
  • Due. Venere infernale. Gli scienziati hanno raggiunto un livello tecnologico tale da realizzare strumenti a base di carburo di silicio, che potrebbero resistere ai quasi 500° di temperatura bollente su Venere. Pronti all’esplorazione?
  • Tre. Droni autonomi di livello 4. Anche i droni autonomi avanzano. Vi racconto la storia di una startup di Philadelphia che ha realizzato un velivolo capace di una missione completamente autonoma, e perché questa è una pietra miliare. 
  • Quattro. False recensioni. Come spesso accade, le malefatte vengono scoperte per caso, ma questa volta con centinaia di migliaia di venditori e users che lavorano insieme per offrire ai loro prodotti recensioni a 5 stelle su Amazon, siamo di fronte a qualcosa di davvero grosso.
  • Cinque. Hackerare una Tesla. Trattandosi di un software con le ruote, per di più aggiornato on-air, la casa americana lotta da tempo, molto seriamente per proteggersi dagli hacker. Ma in questa storia, gli hacker arrivano dal cielo, vincono a mani basse, ma per fortuna non avevano cattive intenzioni.

La community di The Future Of



INTERNET COSTA DI PIU’

La bolletta media di Internet negli Stati Uniti è aumentata del 19 per cento durante i primi tre anni dell’amministrazione Trump, smentendo l’affermazione dell’ex presidente della Federal Communications Commission, Ajit Pai secondo il quale la deregolamentazione avrebbe aiutato ad abbassare i prezzi.

Questo è quanto emerge da un nuovo report del gruppo Free Press. Per decine di milioni di famiglie questi aumenti hanno avuto un impatto notevole, specialmente in un periodo come quello pandemico, dove la rete ha dimostrato di essere una vera e propria utility indispensabile alla stregua di acqua, luce o gas.

L’aumento del 19% dell’era Trump, anche se corretto per tenere conto dell’inflazione ha portato il costo mensile da 39 dollari nel 2016 a 47 dollari nel 2019. Senza l’aggiustamento dell’inflazione, quindi ai soli valori nominali, l’aumento sarebbe addirittura del 27%.

Quello che emerge dallo stesso report è anche che, l’Amministrazione precedente, quella di Obama per intenderci, aveva fatto anche peggio. Dal 2013 al 2016 l’incremento dei prezzi era stato un notevole 22%, portando la spesa da 32 a 39 dollari mensili.

Negli Stati Uniti quando si parla di lobby, qui in Europa la prima cosa che ci viene in mente, probabilmente è quella delle armi, ma esiste anche una lobby del cavo. Ci sono diversi modi di misurare i prezzi di Internet. I gruppi della lobby della banda larga sostengono che i prezzi stanno diventando più bassi, indicando un prezzo per megabit in calo o focalizzando l’analisi dei prezzi sui prodotti con “il livello di velocità più popolare“. 

E questa seconda metrica è tremenda, perché se la fasce più abbienti e meno numerose acquistano servizi sempre più performanti a prezzi sostanzialmente più alti, le famiglie più in difficoltà accedono a servizi di qualità inferiore con prezzi promozionali di ingresso aggressivi, che abbassano la media costo totale, ma sono appunto solo temporanei. 

Secondo il rapporto della Free Press quello che bisogna ricordare è molto semplice: “il prezzo effettivo che i clienti pagano ogni mese, che è spesso gonfiato da tasse nascoste, spese di noleggio delle attrezzature e spese per il data-cap, è la metrica più importante da avere per l’analisi economica e la politica, e sta crescendo“.

C’è però anche un altro fenomeno macro da tenere in considerazione. L’Amministrazione Obama ha spinto i grandi Internet Service Providers a sostenere importanti investimenti per rinnovare le reti, fino al 2016. E non è una sorpresa che i colossi abbiano aderito, anche perché per fronteggiare la mostruosa crescita prevista del video e dello streaming, indiscutibilmente servivano degli upgrade importanti.

Ma fatti questi investimenti, le varie AT&T, Comcast ed altri, hanno cominciato a ridurre questi costi e grazie a tariffe crescenti hanno cominciato a rientrare degli investimenti fatti. Che comunque è un comportamento fisiologico. L’investimento in capex da parte dei fornitori di Internet è sceso: per AT&T, per esempio, l’investimento del 2020 è stato del 52% sotto il totale del 2016 e per Comcast l’investimento del segmento via cavo del 2020 è stato del 22% inferiore a quello del 2016.

Ma a parte gli USA, cosa succede nel mondo? Ecco una breve lista di facts che ci raccontano come la rete non sia ancora un bene diffuso in maniera omogenea sul pianeta.

  • Per la prima volta dall’inizio degli studi che svolge su scala globale il sito di comparazioni Cable, il prezzo medio di un pacchetto a banda larga non è sceso negli ultimi 12 mesi.
  • L’Ucraina ha l’internet più economico del mondo con un costo medio di appena 6,41 dollari al mese.
  • Al contrario, l’Eritrea ha l’internet più costoso del mondo con un prezzo medio di 2.666 dollari al mese.
  • I paesi dell’Africa sub-sahariana sono i più costosi in assoluto, con 37 paesi della regione collocati nella metà più costosa della tabella.
  • Dei 15 stati indipendenti che una volta erano repubbliche sovietiche, cinque sono tra i 10 paesi più economici: Ucraina, Russia, Kazakistan, Moldavia e Bielorussia.
  • Gli Stati Uniti, sono al 131° posto con un costo medio mensile di 60 dollari, un valore persino più alto della rilevazione di Free Press al 2019, e quindi tra le nazioni occidentali, è una delle più care.

Ce la faremo ad uniformare il mondo su valori più ragionevoli?

VENERE INFERNALE

Venere è un pianeta straordinariamente interessante. Per gli scienziati, sotto alcuni aspetti, viene considerato uno dei possibili gemelli del nostro mondo.

Infatti le dimensioni e la massa dei due pianeti sono molto simili, e le prove indicano che in passato, per ben 3 miliardi di anni, Venere potrebbe aver avuto enormi oceani proprio come la Terra ha oggi, e quindi, forse, c’era vita. Quali eventi catastrofici hanno portato alla perdita di acqua su Venere, è ancora un mistero. Gli scienziati vorrebbero saperlo, perché potrebbe darci informazioni utili sul nostro destino, mentre il clima cambia.

Però per saperne di più bisogna andare in loco, e non è banale.

L’entusiasmo per una possibile missione su Venere è stato alimentato dalla scoperta, per altro oggetto di ampio dibattito ed anche dissenso, della presenza di gas fosfina nell’atmosfera del pianeta, sostanza che potrebbe essere un possibile precursore o addirittura un segno di vita microbica.

Ma Venere ha un ambiente così estremo che il lander più duraturo, il sovietico Venera 13, è stato in grado di inviare dati solo per 2 ore e 7 minuti, una volta raggiunta la superficie del pianeta. La temperatura media della superficie di Venere è di 464 °C, l’atmosfera è densa di goccioline altamente corrosive di acido solforico e la pressione atmosferica in superficie è circa 90 volte quella della Terra. Parliamo, quindi, di uno dei luoghi più inospitali che ci siano nel cosmo conosciuto. 

Quindi se mandiamo qualcosa su Venere, i sistemi odierni basati sul silicio non durerebbero un giorno, ed intendiamo proprio un giorno terrestre di 24 ore, non quello venusiano che è pari a 243 giorni terrestri. Anche l’aggiunta di sistemi di raffreddamento attivo, si stima che potrebbero dare ai nostri equipaggiamenti terrestri appena qualche ora di vita in più.

E quindi non c’è soluzione? Ovviamente la scienza non si arrende tanto facilmente. La risposta è un semiconduttore che combina due elementi abbondanti, carbonio e silicio, in un rapporto 1:1, sostanza che va sotto il nome di carburo di silicio. Questo può infatti resistere a temperature estremamente elevate e continuare a funzionare bene. 

E pensare che il primo ad iniziare la produzione su larga scala di tale materiale fu Edward Goodrich Acheson nel lontano 1895. Il chimico americano stava tentando di creare diamanti artificiali, quando i suoi esperimenti produssero cristalli di carburo di silicio.

Oggi, tale sostanza sta già lasciando il segno nell’elettronica di potenza per gli inverter solari, nell’elettronica per l’azionamento dei motori dei veicoli elettrici e negli interruttori avanzati delle smart-grid.

Ma perché ci ha messo tanto a diffondersi? Perché i cristalli di SiC (il suo nome abbreviato) sono notoriamente difficili da produrre in modo ripetibile. Solo verso la fine degli anni ’90 gli ingegneri sono riusciti a realizzare attrezzature capaci di utilizzare i cristalli per fabbricare transistor. 

Questi wafer iniziali di carburo di silicio erano di soli 30 millimetri di diametro, ma l’industria ha lentamente progredito fino a wafer di 50, 100 e ora 200 mm, rendendo i dispositivi più economici. La ricerca e il progresso sono aumentati costantemente negli ultimi 20 anni fino al punto che i dispositivi semiconduttori di potenza SiC possono ora essere acquistati commercialmente.

Ora, con questa scala di produzione, gli scienziati del Glenn Research Center della NASA hanno fatto funzionare alcuni di questi wafer, per più di un anno a 500 °C, dimostrando che possono sopportare il calore per la durata della missione di un lander.

La creazione di circuiti che possono controllare un rover sul paesaggio infernale di Venere e inviare dati da lì alla Terra metterà alla prova questo materiale ai suoi limiti. Se ci riuscirà, avremo un avamposto mobile in uno dei punti meno ospitali del sistema solare.

E forse qualche informazione in più sul nostro possibile futuro. Pensavate che la frontiera fosse Marte? Venere è un’altra bellissima sfida, infernale, bollente, ma estremamente affascinante.

internet costa di più Venere infernale droni autonomi livello 4 false recensioni hackerare una Tesla

DRONI AUTONOMI LIVELLO 4

Nel mondo delle automobili a guida autonoma, come sapete esistono dei livelli codificati che indicano il grado di autonomia del veicolo, di indipendenza da qualsiasi controllo umano. Nel mondo dei droni, gli standard non sono così ben definiti, ma questa settimana i ponieri di Exyn Technologies hanno infranto le barriere di ciò che è possibile fare con i droni in luoghi bui, polverosi e pericolosi dove nemmeno il GPS è disponibile. 

Al livello 4A di autonomia, i droni di Exyn sono ora in grado di esplorare in volo libero spazi complessi a velocità di due metri al secondo, mentre raccolgono dati dall’ambiente. I droni LiDAR di Exyn sono stati in grado di mappare e sorvegliare complesse miniere sotterranee da soli, senza alcun pilota al seguito.

A differenza dei precedenti standard industriali di autonomia aerea che utilizzano waypoint e voli multipli per ottenere informazioni adeguate, i droni di Exyn sono ora completamente autosufficienti per un’esplorazione senza limiti. Cosa vuol dire waypoint? Il panorama dell’autonomia aerea di livello 3 è definito dalla navigazione punto a punto, in cui un operatore stabilisce una sequenza di luoghi da visitare per un robot, e il robot fa del suo meglio per arrivarci. La nuova tecnologia supera questo limite, dato che per selezionare i vari punti l’operatore deve conoscere molto bene l’ambiente, il che non è sempre vero, e poi tutti i punti devono essere realmente accessibili al drone, cosa anche questa non sempre possibile. Qui il software fa tutto da solo.

Perché è una pietra miliare? Perché gli UAV o “unmanned aerial vehicles” hanno un compito molto più difficile rispetto alle loro controparti terrestri. Mentre le strade offrono alle macchine un ambiente in qualche modo strutturato, gli spazi tridimensionali complessi dell’aria richiedono una reattività quasi istantanea e una mappatura del percorso su tre assi. I droni hanno anche capacità di carico utile limitate, e questo rende più impegnativa la sfida di dotarli di suite di sensori e potenza di calcolo direttamente a bordo.

Exyn dice di aver raggiunto il livello 4A, una fase in cui appunto il drone diventa completamente autosufficiente per l’esplorazione aperta e non richiede alcuna interazione umana durante il volo. In condizioni ideali, i droni LiDAR di Exyn possono coprire 16 milioni di metri cubi in un solo volo, un equivalente volumetrico di quasi nove stadi di calcio.

Per aiutare a capire meglio questa impresa, l’azienda ha pubblicato un video che mostra il suo drone che esplora da solo un volume 3D di interesse in una miniera sotterranea. Per chi ha piacere di andarlo a vedere, vi lascio il link sulla pagina web di The Future Of, dura appena 1 minuto, ma fornisce un’idea chiarissima di come il sistema opera, anche per un profano.

Attualmente, Exyn sta commercializzando droni per servizi a livello industriale con clienti nel settore minerario, delle costruzioni e della logistica, e le sue nuove capacità autonome di livello 4 saranno disponibili nei prossimi mesi. 

Ma anche le applicazioni militari potrebbero diventare più diffuse. Ovviamente questa cosa ci piace di meno, ma è chiaro che la Difesa potrebbe essere un committente importante, con molte risorse da spendere sulle nuove tecnologie. E comunque non finisce qui, la società sta già lavorando per raggiungere il livello 4B di autonomia con gli sciami, o sistemi multirobot collaborativi, dove una moltitudine di mezzi lavora congiuntamente.

E possiamo scommettere che la startup americana ha fretta di realizzare i suoi progetti. Exyn è guidata da un team di esperti in sistemi autonomi, robotica e ingegneria industriale, ed è uno spin-out del GRASP Laboratory dell’Università della Pennsylvania, famoso in tutto il mondo. Ma di fatto l’azienda è finanziata da fondi di venture capital e quindi possiamo immaginare che la pressione sui risultati non sarà banale.

FALSE RECENSIONI

Il cancro delle finte recensioni di prodotti, ristoranti, libri, podcast ed ogni possibile oggetto e servizio fisico o digitale, si arricchisce di un nuovo capitolo alquanto inquietante.

Un truffatore tecnologicamente analfabeta, se così possiamo definirlo, ha accidentalmente esposto più di 13 milioni di record di dati contenuti in un database aperto per errore, relativo a una truffa di recensioni false, su larga scala che coinvolge sia venditori che utenti Amazon.

E’ arduo dire se sia più illegale o più immorale, ma sicuramente è enorme. I dati, che ammontano a 7GB e si riferiscono a più di 200.000 individui, sono stati scoperti da ricercatori che lavorano per conto degli specialisti di antivirus SafetyDetectives, che hanno trovato il server il 1 marzo 2021 e monitorato per alcuni giorni. Il server non protetto sembra essere fisicamente situato in Cina, ma i dati si riferiscono a individui sia in Europa che negli Stati Uniti.

Nessuno è riuscito a risalire ai proprietari o agli organizzatori delle attività, quindi vi invito a non fare facili insinuazioni su chi sia il colpevole e perché, ma di sicuro il meccanismo era molto ben organizzato.

Il processo di procurare recensioni false su Amazon che è stato esposto nella fuga di notizie funziona come segue. I venditori inviano alle persone che sono disposte a lasciare recensioni false una lista di prodotti per i quali vorrebbero una recensione a cinque stelle su Amazon. Queste persone poi comprano i prodotti e lasciano la recensione, a quel punto inviano un messaggio al venditore contenente un link al loro profilo Amazon e, fondamentale per la truffa, i loro dettagli PayPal per un “rimborso”. Di fatto lasciano la recensione positiva, ricevono i soldi indietro e si possono tenere il prodotto che hanno comprato.

Venendo attivato il processo di rimborso, il processo fa apparire la recensione legittima, ed evita di suscitare l’attenzione dei moderatori di Amazon.

Tradotto, la truffata sembra essere Amazon, anche se poi è ovvio che il miglioramento delle recensioni porta a vendere più prodotti, cosa di cui beneficiano tutti, sia i venditori indipendenti, che Amazon stessa.

I dati esposti durante l’errore includevano dettagli di contatto dei venditori, indirizzi e-mail e numeri di telefono collegati agli account WhatsApp e Telegram utilizzati per comunicare con i recensori. I dati relativi ai recensori fraudolenti riguardavano, invece, più elementi di informazioni personali identificabili, tra cui 75.000 link ai loro account e profili Amazon, dettagli di account PayPal, oltre 230.000 indirizzi Gmail e nomi utente, molti dei quali contenevano nomi reali.

Ed ora cosa può succedere? I venditori coinvolti possono essere sanzionati in diversi modi, di solito chiudendo i loro account Amazon in modo permanente, o trattenendo i loro guadagni pending che Amazon può decidere di non pagare. Le recensioni stesse saranno rimosse da qualsiasi pagina di prodotto che le contenga, e quel prodotto non potrà ricevere recensioni o valutazioni in futuro.

Ovviamente nulla vieta al gigante di Bezos di fare causa o di esporre al pubblico i nomi dei venditori scorretti ed infedeli, che forse sarebbe ancora una delle peggiori punizioni, almeno nel breve termine.

Qualcosa  però rischiano anche le persone fisiche. I singoli recensori coinvolti possono anche essere perseguiti legalmente. Negli Stati Uniti, le multe possono arrivare fino a 10.000 dollari ed in rari casi si applicano anche pene detentive, anche se, ove il recensore può fornire le prove di essere stato ingannato, le pene possono essere più leggere. 

E questo è in parte applicabile a questo caso. Persone un po’ facilone o in difficoltà, possono essere state prese di mira dai venditori con l’offerta di prodotti gratuiti in cambio di una recensione. I venditori usano un linguaggio “professionale” per presentare l’offerta come commercio legittimo, utilizzando frasi come “test” e “prove gratuite dei prodotti” quando inviano messaggi ai potenziali recensori. E questo in parte li scagiona, visto che provare la loro intenzione di truffare il sistema non è facilissima.

Certamente, infine, rischia molto anche il proprietario del server in questione, visto che l’attività e la gestione non solo operano in frode al commercio, ma anche in barba a qualsiasi regolamento sulla privacy dei dati.

In ogni caso, quelli che restano senza nulla siamo noi consumatori, che da oggi in poi spero guarderemo le recensioni su Amazon con occhio critico ed un maggiore disincanto. Non dimentichiamoci che la forza del crowd opera sia nel bene che nel male.

HACKERARE UNA TESLA

Se è vero che una Tesla è un software con le ruote, più che un’automobile con un software, il tema del suo hackeraggio va preso sul serio. 

Se poi aggiungiamo alla storia un drone e ci mettiamo a parlare di hackeraggio dal cielo, potrebbe sembrare un film di fantascienza, ed invece un gruppo di white hacker ha dimostrato che si può fare.

Per fortuna si tratta di quella categoria di esperti che dopo essere riuscita a condurre in porto il proprio hack, ne condividono il metodo con i produttori, dando loro modo e tempo per porre rimedio, ed evitare che altri utenti subiscano danni più seri.

Due ricercatori, di nome Weinmann e Schmotzle, sono stati in grado di aprire le porte di una Tesla con un hack remoto da un drone dotato di Wi-Fi. I bug sono stati patchati nell’ottobre dello scorso anno, quindi l’hack non dovrebbe essere più possibile oggi, almeno secondo i ricercatori.

Il duo ha pubblicato i risultati della loro attività lo scorso 4 maggio, spiegando come sono stati in grado di compromettere le Tesla parcheggiate e controllare i loro sistemi di infotainment via WiFi attraverso l’uso di un drone. Hanno detto che potevano anche aprire le porte e il bagagliaio dei veicoli, cambiare la posizione dei sedili e le modalità di sterzo e accelerazione, ma non potevano controllare direttamente il sistema di guida dell’auto.

Essenzialmente, sono stati in grado di premere tutti gli stessi pulsanti che ha a disposizione il guidatore, ma non sono riusciti a far passare il veicolo in modalità di guida.

Questo ovviamente ci consola parzialmente, almeno in attesa che qualcuno di più attrezzato riesca in questa ulteriore magia. Del resto fu lo stesso Elon Musk nel lontano 2017 a dire che se qualcuno fosse in grado di hackerare l’intera flotta di Tesla e dare alle auto il comando di recarsi in uno stesso luogo, per l’azienda automobilistica sarebbe stata più o meno la fine.

Ciò che è affascinante di questa storia è che tutto potrebbe essere fatto a distanza, che è il motivo per cui Weinmann e Schmotzle hanno usato un drone per accedere a distanza alle Tesla. Il duo non ha nemmeno dovuto vedere i veicoli per hackerarli, tantomeno trovarsi vicino a loro. Il sogno di ogni ladro, rubare qualcosa a distanza che se ne viene da te sulle sue gambe, oppure come in questo caso, sulle sue ruote.

Ad onor del vero, non è insolito che le persone trovino vulnerabilità nei sistemi, specialmente quando sono nuovi o hanno recentemente visto aggiornamenti software. L’anno scorso, qualcuno è riuscito ad entrare nella propria auto usando un semplice un portatile.

Tesla è sempre stata orgogliosa dei suoi cosiddetti aggiornamenti over-the-air, dove il nuovo codice viene automaticamente inviato ai veicoli per correggere i bug e aggiungere funzionalità. Ma un ricercatore, non più di 6 mesi fa, ha mostrato come le vulnerabilità nel sistema di accesso senza chiave della Tesla Model X consentono un diverso tipo di aggiornamento: ha riscritto il firmware di una delle chiavi attraverso la connessione Bluetooth e sostituendo il codice di sblocco, ha mostrato quanto sia facile utilizzare il trucco per rubare una Model X in pochi minuti. Dal divano di casa ovviamente.

Le aziende che rilasciano nuovi software e prodotti accolgono di buon grado queste informazioni. Un certo numero di programmi di “bug bounty”, che potremmo tradurre con caccia alla vulnerabilità, sono nati proprio per incoraggiare gli hacker e gli appassionati di tecnologia a cercare di entrare o scoprire vulnerabilità nei sistemi offrendo loro denaro in cambio delle loro informazioni. 

Nel caso di Tesla, nel 2019 l’azienda ha addirittura offerto una delle sue Model 3 a chiunque fosse riuscito ad hackerare l’auto.

Altri buoni esempi di programmi bounty sono stati Sony che offriva premi di 50.000 dollari o più a chiunque riuscisse a trovare bug nella sua nuova PS4, e Apple che offriva milioni nel 2019 per chiunque potesse trovare vulnerabilità nei suoi nuovi sistemi.

Quindi non è una novità, anche se oggettivamente farlo da un drone è sembrata una nuova frontiera.

SALUTI

Grazie per aver ascoltato The Future Of, davvero! Avresti potuto ascoltare la radio, avresti potuto far girare un vinile, avresti potuto mettere su una cassetta, avresti potuto usare uno stereotto, ehm, a sapere cosa fosse, e invece hai preferito The Future Of. E’ per questo che ti ringrazio, ed hai ancora centinaia di puntate da scoprire.

La frase della settimana. Pensando alla bufera che si è venuta a creare negli ultimi giorni circa la liberalizzazione dei brevetti anti-covid, mi è venuta in mente una famose frase di Platone che ha scritto “Se vogliamo avere qualche speranza per il futuro, coloro che hanno le lanterne devono passarle agli altri”.

internet costa di più Venere infernale droni autonomi livello 4 false recensioni hackerare una Tesla

 

× Whatsapp