News dal futuro #103

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Tassare i robot centrale solare galleggiante basta fusioni lotta all'Alzheimer yacht nucleare

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Tassare i robot centrale solare galleggiante basta fusioni lotta all’Alzheimer yacht nucleare

In questa puntata, 5 notizie che ci fanno pensare più che mai ad un futuro pieno di possibilità:

  • Uno. Tassare i robot. Un approfondimento sulla proposta di Bill Gates di tassare i robot, alla luce di un nuovo studio che conferma la bontà dell’opzione, ma solo nel breve termine. Vi spiego perché. 
  • Due. Centrale solare galleggiante. A Singapore diventa operativa una centrale solare da 13.000 pannelli e 6 milioni di kw-ora annui, costruita interamente sull’acqua.
  • Tre. Basta fusioni. Un senatore americano presenta un disegno di legge per vietare che le aziende oltre una certa dimensione procedano con acquisizioni di player più piccoli o si fondano tra di loro. Vi racconto pregi e difetti della norma.
  • Quattro. Lotta all’Alzheimer. Un nuovo progetto mira a condividere il sapere tra ricercatori sparsi in giro per il mondo, ma anche ad affrontare il tema con la tecnologia CRISPR e con le cellule staminali pluripotenti. Sarà la volta buona?
  • Cinque. Yacht nucleare. Un eccentrico imprenditore progetta una nave per la ricerca e la conservazione degli ambienti marini, basata su un reattore nucleare a sale fuso. Genio o follia?

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TASSARE I ROBOT

Bill Gates ha fatto molto scalpore di recente quando ha detto che dovremmo tassare i robot che sostituiscono i lavoratori. Dato che la tecnologia cresce ad un ritmo sempre maggiore, potrebbe essere questa una strada per sostenere e finanziare programmi come la sicurezza e l’assistenza sociale, specialmente nei Paesi che invecchiano?

Ora, negli USA i lavoratori dipendenti pagano una tassa sui salari del 7,65% per coprire la previdenza sociale ed il Medicare, ed i lavoratori con redditi più alti pagano una tassa maggiorata per sostenere sempre il Medicare. Per ogni quota pagata dai dipendenti, i datori di lavoro devono corrispondere altrettanto. 

In Italia funziona in maniera analoga, ogni lavoratore versa una quota di contributi a suo carico e l’azienda fa altrettanto, in proporzioni diverse a seconda dei settori e delle tipologie di contratti nazionali. Se i lavoratori venissero sostituiti dai robot, ovviamente non ci sarebbero contributi da versare all’Inps, né assicurazioni per gli infortuni, visto che i robot non vanno in pensione e non si fanno male. Al massimo si rompono e richiedono una manutenzione o vengono dismessi a fine vita, e sostituiti con mezzi più performanti. 

Va da sé però, che lo Stato riceverebbe non solo meno contributi previdenziali, ma anche meno imposte, sia dai robot lavoratori che non le pagherebbero, sia dalle aziende che potrebbero ridurre la base imponibile fiscale, grazie agli ammortamenti sui robot che sono deducibili. Dall’altra parte, se grazie ai robot aumentasse la produttività delle aziende, queste però potrebbero fare più utili e quindi pagare più imposte. L’argomento è complesso per questo, ci sono alcuni effetti che tirano in una direzione, ed altri in quella opposta.

Se guardiamo il problema a livello di sistema, oltre che di singola azienda, la cosa si fa ancora più intricata. La tecnologia, finora, ha mediamente aumentato la produttività e questa ha abbassato i costi, e di riflesso in parte anche i prezzi. Comprare un’auto, un televisore o un frigorifero 50 anni fa era appannaggio delle categorie più abbienti, oggi nei Paesi occidentali abbiamo spesso più di uno di questi “schiavi meccanici o elettronici”. Ed anzi, ne stiamo in parte rigettando la proprietà, passando a modelli di consumo più sostenibili, condivisi ed aperti.

Al dibattito si è aggiunto recentemente uno studio di un gruppo di ricercatori americani e portoghesi, intitolato “Dovremmo tassare i robot?”.

Usando un modello quantitativo che caratterizza il progresso tecnico nell’automazione e la scelta delle competenze dei lavoratori, lo studio mostra che, dato l’attuale sistema fiscale degli Stati Uniti, un diminuzione sostenuta dei costi di automazione, può portare ad un aumento massiccio della disuguaglianza di reddito. Lo studio conclude che è ottimale tassare i robot mentre le attuali generazioni di lavoratori che svolgono compiti routinari, sono ancora attive nella forza lavoro. Una volta che questi lavoratori andranno in pensione, le tasse ottimali sui robot sono zero.

Anche l’Europa è entrata nel dibattito, con una posizione abbastanza in linea con quanto sopra. I robot andrebbero tassati subito per finanziare i costi di reskilling delle persone sostituite dai robot, in modo che possano trovare nuove occupazioni. Quando poi queste persone andranno in pensione, teoricamente allora non servirà più tassare i robot, il che sembra coerente con lo studio citato.

E intanto che se ne parla, cosa succede in pratica nel mondo? 

In generale, sono state individuate tre possibili strade attorno ad una Robot Tax.

Primo. L’eliminazione degli incentivi per gli investimenti in automazione.

Secondo. L’aumento del carico fiscale a danno delle aziende che sfruttano l’automazione per ottenere maggiori profitti.

Terzo. Un tributo che colpisce direttamente i robot.

La Corea del Sud, per esempio, è diventata il primo Stato a introdurre un meccanismo che impedisce alle aziende di godere di alcuni incentivi fiscali, se investono in tecnologie di automazione, che comportano una riduzione del lavoro umano. Altri paesi, stanno considerando misure simili.

L’Europa come detto ha individuato una logica di reimpiego delle risorse eventualmente prelevate, ma di fatto, non ha ancora emanato norme specifiche. Non riesce a tassare le Big Tech che fanno ingenti profitti subendo un carico fiscale risibile, figuriamoci se riesce a tassare chiunque usi dei robot.

E qui si apre un altro tema importante, dal quale si potrebbe forse partire per un nuovo “contratto sociale”. Alcuni robot, specialmente quelli fisicamente tangibili, sono in grado di essere identificati chiaramente quando svolgono un compito precedentemente umano. Quando Amazon installa un robot nei magazzini di preparazione degli ordini, è chiaro che sostituisce una o più persone fisiche. Questi si potrebbe iniziare a tassarli subito ed in funzione dei posti di lavoro umani “persi”.

Quando invece è un algoritmo di intelligenza artificiale a migliorare le vendite della stessa Amazon sulla piattaforma online, è un po’ più difficile capire quale operatore umano avrebbe potuto svolgere lo stesso compito. E magari non è mai esistito, visto che lo strumento è nativamente digitale. In questo caso, non si può che ragionare sulla tassazione dei profitti a valle

Sempre che si voglia procedere ad una tassazione, perché una frangia ampia di economisti ritiene che tassare i fattori produttivi, limita il benessere globale del sistema. Teoria corretta, se le aziende poi a valle pagassero davvero le tasse sui profitti, cosa che sappiamo avviene raramente grazie ed escamotage vari di ingegneria fiscale.

Insomma, come sapete non è un tema semplice, se avete considerazioni e spunti in merito, scrivetemi, in modo da collezionare e confezionare il tutto, in una prossima puntata sul tema.  

CENTRALE SOLARE GALLEGGIANTE

Da alcune settimane, Singapore è sede di una delle più grandi centrali solari galleggianti del mondo, capace di compensare più di 4.000 tonnellate di anidride carbonica all’anno.

E’ stata installata in mare nello stretto di Johor, al largo delle Woodlands, ma vi garantisco che dalle foto si ha una bellissima vista della città, quindi stiamo parlando di una struttura vicina alla costa.

Si prevede che il sistema installato produrrà, pensate, circa 6 milioni di kW-ora di energia all’anno, portando il paese ancora più vicino alla decarbonizzazione.

Un gigante lungo come 7 campi di calcio, con oltre 13.000 pannelli solari, costruiti in Cina.

Immagino che vi starete chiedendo perché costruirlo in mezzo al mare. La risposta principale, nel caso di Singapore, è la scarsità di terra. La città stato di Singapore, per darvi un’idea, è grande circa la metà di Londra, ed è anche uno dei maggiori emettitori di biossido di carbonio pro capite di tutta l’Asia. Non c’è spazio e la città, già densamente abitata, per espandersi valuta tutte le opzioni: verso l’alto, verso il basso ed in mare. E facendolo inevitabilmente inquina.

Esiste certamente anche l’opzione di installare pannelli solari sui tetti degli edifici e dei grattacieli, ma il mare si presta meglio, perché di fatto non c’è ombra. Gli edifici producono ombra, quelli più bassi potrebbero veder limitata la loro capacità di produzione energetica. Ed in ogni caso i tetti, per quanto grandi, sono superfici abbastanza limitate e già in parte utilizzate per altri servizi tecnologici e non.

La scelta del mare, che potrebbe fungere in futuro da apripista a soluzioni analoghe anche nei laghi o sui fiumi, appare sensata. Il mare, tra l’altro, e qui quoto le parole del CEO di Sunseap Group, la società che ha realizzato la struttura “non solo è un luogo non oscurato dal sole, ma offre anche bassi rischi di vandalismo o furto”. 

E certo, perché parliamo di un asset dal grande valore, che è anche il punto di partenza per il cavo sottomarino, che trasmette l’energia generata alla rete nazionale. Oltre ad avere anche un secondo ponte climatizzato, che funge da centro visitatori e galleria panoramica. Così, per unire il dilettevole all’utile, tenendo il tutto lontani da possibili malintenzionati.

Ovviamente, non sono tutte rose e fiori. Costruire sul mare è una sfida. Il sistema galleggiante è stato progettato per resistere a condizioni meteorologiche mutevoli, mantenendo la piattaforma e tutte le attrezzature operative a bordo stabili. 

Il progetto è stato più impegnativo rispetto alle installazioni sulla terraferma o sui tetti, a causa della natura imprevedibile del mare aperto, la necessità di evitare le rotte di navigazione e la presenza di cirripedi.

Bisogna fare i conti con le onde, le correnti di marea ed anche il biofouling, cioè l’accumulo di microrganismi indesiderati come piante e alghe sulle superfici, che crescono rapidamente nelle acque tropicali, ma degradano i materiali di cui è costruita la struttura.

Ed infine, sono state necessarie competenze marine specifiche anche per la progettazione e per l’installazione degli ormeggi, altro argomento non trascurabile, perché la piattaforma è appunto statica, non se ne va in giro. La soluzione scelta è stata letteralmente quella di ancorare la centrale con delle grandi catene e blocchi di cemento posati sul fondo marino.

Se poi pensiamo che è stata costruita nel pieno del lockdown, con le maestranze che non potevano dormire a bordo e, quindi dovevano fare ogni giorno avanti e indietro da terra, l’impresa è ancora più meritevole. E non finisce qui. Un altro progetto ancora in fase di sviluppo è molto più grande: parliamo di un parco solare di 122.000 pannelli a Tengeh Reservoir, che, una volta completato alla fine di quest’anno, sarà uno dei più grandi dell’intero sud-est asiatico.

Sviluppato da Sembcorp e dall’agenzia nazionale dell’acqua Public Utilities Board, il progetto genererà abbastanza energia per soddisfare le esigenze energetiche di tutti gli impianti di trattamento dell’acqua di Singapore.

Quando sentite dire che il mondo è in crisi, c’è la pandemia e l’economia affonda… ricordate cosa hanno fatto a Singapore in pieno lockdown.

BASTA FUSIONI

No, non stiamo parlando di fusioni nucleari o altre meraviglie della scienza, stiamo parlando di fusioni tra grandi aziende. In particolare quelle delle Big Tech, che da oltre vent’anni fanno shopping sul mercato di realtà più piccole, ma potenziali, da integrare nei loro portafogli.

Il senatore americano Josh Hawley vuole vietare alle aziende con un valore di mercato superiore ai 100 miliardi di dollari di acquisire o fondersi con altre aziende. Il senatore repubblicano, un critico convinto delle Big Tech, ha presentato lunedì una legge antitrust che proibirebbe tutte le fusioni e le acquisizioni per le aziende con un valore di mercato superiore appunto a 100 miliardi di dollari. Una ristretta famiglia che include Apple, Amazon, Facebook, Google e Microsoft e pochi altri giganti in altri settori.

Quindi non è una semplice idea, è proprio una proposta di legge. Hawley in una dichiarazione lunedì ha detto, senza mezzi termini: “Un piccolo gruppo di megacorporazioni controlla i prodotti che gli americani possono comprare, le informazioni che gli americani possono ricevere ed i discorsi che possono fare. Questi poteri monopolistici controllano le nostre conversazioni, la nostra economia, il nostro paese e il loro controllo è solo cresciuto perché Washington ha aiutato e favorito la loro ricerca di potere senza fine“.

Accidenti, una posizione netta, espressa senza giri di parole. Google, Facebook e altri giganti tecnologici sono stati sottoposti a un esame più approfondito delle loro dimensioni e della loro scala. I legislatori e i regolatori sono preoccupati di come il potere di questi colossi potrebbe alla fine danneggiare i consumatori, specialmente soffocando la concorrenza dei player più piccoli della Silicon Valley. Google sta affrontando tre cause antitrust contemporaneamente. Facebook potrebbe valutare di scorporare Instagram e WhatsApp dal gigante dei social network, a causa di denunce antitrust ricevute… insomma c’è già fermento.

E non è tutto. Il disegno di legge, che cerca di riformare gli atti antitrust Sherman e Clayton, renderebbe chiaro che la prova di un comportamento anticoncorrenziale è sufficiente per presentare un reclamo antitrust, il che renderebbe più facile per i regolatori federali perseguire le aziende dominanti.

Se la proposta diventasse legge, questa autorizzerebbe la Federal Trade Commission a etichettare le aziende che esercitano un potere di mercato dominante come “imprese dominanti digitali” e proibire loro di acquisire potenziali concorrenti. Tali aziende vedrebbero anche vietata la possibilità di dare priorità ai loro risultati di ricerca senza rivelare esplicitamente questa informazione.

E per non farsi mancare nulla, Hawley ha messo nel mirino altre categorie non esplicitamente digitali, come le banche e le farmaceutiche, la cui dimensione e concentrazione metterebbe a rischio le libertà dei consumatori.

Ha senso tutto questo? Ovviamente non sarò io a poter risolvere un dibattito così importante, ma intravedo sullo sfondo un tema particolarmente stimolante. Oggi le posizioni sono definite dominanti nell’ambito di uno specifico settore di attività economica. Se mi occupo di social network, e mi comprassi tutti o quasi i social network sul mercato in quel Paese, la posizione sarebbe dominante. Se vendo servizi bancari, e tutte le banche si fondessero in un unico operatore, nuovamente avremmo un monopolio. Chiaro no?

Ma le domande vere sono altre. Perché i confini dei settori sono spesso labili. Qui stiamo parlando di determinare quali sono i confini dell’influenza esercitata sulle persone, più che di quella sui settori economici di riferimento. Facebook domina il settore della raccolta della pubblicità o quello della “formazione” delle opinioni? Amazon domina il settore della vendita online o influenza la cultura con i prodotti che decide di vendere o non vendere?  E così via. 

E qui sta il punto di debolezza della proposta. Il senatore Hawley propone un criterio economico, la soglia dei 100 miliardi di capitalizzazione, per mitigare un fenomeno non economico, l’influenza che le Big Tech hanno sulle persone. Vi lascio con una domanda: si potrebbe integrare l’aspetto economico con criteri quali per esempio il numero degli utilizzatori, il tempo medio di utilizzo delle applicazioni e dei servizi, la qualità dei contenuti trasmessi e così via?    

LOTTA ALL’ALZHEIMER

Il tasso di fallimento nella ricerca di un trattamento valido contro l’Alzheimer, ad oggi è un disarmante 100 per cento, tanto che gli sforzi per trovare una cura sono stati definiti il “cimitero dei sogni”.

Il morbo di Alzheimer è stato scoperto per la prima volta all’inizio del 1900. Da allora, gli scienziati si sono sforzati di trovare la causa che fa impoverire il cervello, ma non ci sono riusciti. Il disturbo si insinua in alcuni cervelli che invecchiano, riducendo gradualmente la loro capacità di pensare e ragionare, facendo svanire ricordi e senso della realtà. Con l’invecchiamento della popolazione mondiale, l’Alzheimer sta mostrando ritmi di crescita scioccanti. E nonostante gli sforzi immani, i risultati sono modesti.

L’idea più importante oggi gira attorno alla cosiddetta “ipotesi amiloide”. Una proteina che gradualmente ma silenziosamente si accumula attorno ad un neurone, strada facendo lo priva della sua normale funzione e porta alla morte di qualsiasi cosa al suo interno. Studi successivi hanno anche trovato altre proteine tossiche che si aggirano fuori dal neurone, e che gradualmente avvelenano gli inquilini molecolari all’interno. Ma siamo ancora lontani dal capire esattamente come funziona, figuriamoci trovare una cura.

E’ giunta l’ora di unire le forze tra percorsi di ricerca differenti. L’iniziativa iPSC Neurodegenerative Disease è nata proprio per fare questo. Il progetto mira a stimolare, accelerare e sostenere la ricerca, che porterà allo sviluppo di migliori trattamenti e prevenzioni per questa angosciante malattia. Tutti gli insiemi di dati risultanti dalla ricerca saranno apertamente condivisi online, e chiunque sarà in grado di accedervi e interpretarli.

Ma non è solo un tema di database, c’è molto altro. L’idea è semplice: decenni di ricerca hanno trovato alcuni geni che sembrano aumentare la probabilità di Alzheimer. Parliamo di centinaia di geni, per intenderci. Capire come ciascuno si collega o influenza l’altro, richiede anni di ricerca nei singoli laboratori. Gli scienziati ora si vogliono unire, attingendo a una risorsa condivisa, e risolvere il problema collettivamente. Cioè lavorando insieme.

E come si fa? L’arma segreta dell’iniziativa sono le cosiddette cellule staminali pluripotenti indotte, note come iPSC, dall’acronimo inglese. Simili alla maggior parte delle staminali, questo tipo di cellule ha la capacità di trasformarsi in qualsiasi altro tipo di cellula.

Non è questa la sede per approfondire come una cellula, per esempio della pelle, sia capace di rinascere come una cellula cerebrale, ma ai fini di questo post teniamo solo in considerazione che può avvenire ed è reale.

Quando queste cellule-genio si trasformano in una cellula cerebrale, si portano dietro i geni originali del loro donatore, il che significa che ospitano l’eredità genetica della persona, compresa la sua possibilità di sviluppare l’Alzheimer. 

Se introduciamo i geni legati all’Alzheimer in queste cellule staminali rinate, e guardiamo come si comportano, potremmo essere in grado di seguire gli indizi che portano alle cause genetiche dell’Alzheimer, aprendo la strada a terapie geniche per bloccarle sul nascere.

E’ geniale, ricostruire l’Alzhimer in cellule “laboratorio”, invece che studiarlo in persone reali. Provo a dirlo in un altro modo, vediamo se riesco ad essere più chiaro. Utilizzando la tecnologia CRISPR, gli scienziati aggiungeranno più di 100 geni legati all’Alzheimer dentro le iPSC, provenienti da una grande varietà di donatori sani. Il risultato è un enorme progetto di ingegneria del genoma, che porta ad un’intera libreria di cellule clonate che causano mutazioni che portano all’Alzheimer.

In altre parole, piuttosto che studiare le cellule di persone con l’Alzheimer, cerchiamo di dare alle cellule cerebrali normali e sane l’Alzheimer, iniettando loro i geni che potrebbero contribuire al disturbo. Ma in laboratorio, senza rischiare di uccidere un paziente! Se si vedono i geni come codice software, allora è possibile inserire il codice che potenzialmente guida l’Alzheimer in quelle cellule attraverso l’editing genico. Eseguite il programma, e sarete in grado di osservare come si comportano i neuroni.

Se poi di tutto questo fate un database condiviso, e studiate insieme tutti i geni, gli effetti che comportano e l’interazione uno con l’altro, prima o poi la speranza è di incrociare la combinazione giusta che porta alla malattia. Per poi bloccarla sul nascere.

YACHT NUCLEARE

Se siete un milionario, fra qualche anno potreste fare un giro di 10 giorni su uno yacht a propulsione nucleare e senza emissioni, al modesto prezzo di 3 milioni di dollari.  Se invece siete un fortunato studente, o uno scienziato selezionato per aiutare a studiare gli effetti del cambiamento climatico, il viaggio sarà gratis .

Lo yacht in questione, chiamato Earth 300, sarà un’icona globale per la scienza, secondo quanto riportato dal sito web che racconta il progetto. Il piano è quello di salpare nel 2025 con 160 scienziati a bordo, rappresentanti di una varietà di discipline, 20 studenti, 165 dipendenti e 40 ospiti VIP, che sono appunto quelli che pagheranno 3 milioni di dollari ciascuno per i loro biglietti, finanziando di fatto l’intera spedizione. 

Aaron Olivera, l’amministratore delegato di Earth 300, ha detto che l’origine della sua idea risale al 2015, quando ha fatto un’immersione alle Maldive e ha visto il corallo morto, ucciso dall’iperacidificazione dell’oceano. Quindi gli sarebbe venuta l’idea di portare gli scienziati “più brillanti e più intelligenti” a bordo di una nave new-age per lavorare insieme e trovare soluzioni al cambiamento climatico.

Ma invece di accontentarsi di affittare o costruire una qualsiasi nave di ricerca oceanografica, il protagonista di questa storia ha deciso di fare le cose un pelo più in grande. Il design della nave, che sarà alimentata da energia atomica sicura e sostenibile da un reattore a sale fuso, avrà 22 laboratori all’avanguardia, dotati di intelligenza artificiale, robotica, machine learning, elaborazione dei dati in tempo reale e persino un evoluto computer quantistico.

Sarà lunga 300 metri, cioè circa tre campi da calcio, per 46 metri di larghezza, e 60 metri di altezza nel suo punto più alto, praticamente quella di un edificio di 18 piani. Le sue parole descrivono l’ambizione del progetto, del quale parla rigorosamente al presente: “E’ una nave che ha le dimensioni complessive di una nave da crociera, ma non è una nave da crociera. Ha l’aspetto complessivo di un superyacht, ma non è un superyacht. Ha la tecnologia per competere con una portaerei, ma non è una portaerei. Avrà la resistenza e le capacità di una nave da esplorazione, ma non è una nave da esplorazione. Sono tutte queste cose messe insieme in un unico pacchetto”.

Un giocattolo, che come potete immaginare, avrà anche un costo di realizzazione più salato del mare stesso. Olivera ha già investito 5 milioni di dollari nella progettazione, ed alcuni  cantieri europei e sudcoreani probabilmente effettueranno la costruzione, secondo quanto riportato dal magazine Entrepreneur. Il sito di notizie ha detto che il costo totale della nave è stimato tra 500 e 700 milioni di dollari, con alcuni finanziamenti provenienti da investitori privati. Non ne sappiamo molto di più.

Venendo alla tecnologia principale, un reattore nucleare a sali fusi non è una barzelletta, è un tipo di reattore nucleare a fissione dove il refrigerante primario, o persino il combustibile stesso è un miscuglio di sale fuso. I reattori nucleari ai sali fusi operano ad una temperatura superiore a quelli refrigerati ad acqua, per un rendimento termodinamico superiore. Operare al livello della pressione atmosferica, tra l’altro, riduce lo stress meccanico, semplifica gli aspetti progettuali e migliora la sicurezza. E quello di Earth 300 non è l’unico progetto in corso di elaborazione, anche se secondo le mie ricerche, mi sembra l’unico applicato alla navigazione marittima. Quindi diamo atto che il progetto può essere tecnologicamente fattibile.

Quello che mi chiedo, comunque, è se ha senso investire 700 milioni di dollari, per arrivare forse nel 2025 a lanciare la prima esplorazione. Con le stesse risorse, chissà quante missioni di studio e protezione dell’ambiente si sarebbero potute fare nello stesso tempo e con meno squilli di tamburi.

SALUTI

Grazie per aver ascoltato The Future Of, davvero! Avresti potuto ascoltare la radio, avresti potuto far girare un vinile, avresti potuto mettere su una cassetta, avresti potuto usare uno stereotto, ehm, a sapere cosa fosse, e invece hai preferito The Future Of. E’ per questo che ti ringrazio, ed hai ancora centinaia di puntate da scoprire.

La frase della settimana. Richard Bach ha scritto “Non allontanatevi dai possibili futuri prima di essere certi di non avere nulla da imparare da essi.

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