L’altro mercoledì

Lo spazio dei curiosi di futuro

L'altro mercoledì

L’altro mercoledì

Milano, 2051

Finire e ricominciare

Le porte della villa vicino alla Triennale si aprirono non appena De Gresti scese dalla lussuosa berlina blu a guida autonoma. Il cancello alle spalle del vialetto di ingresso si erano appena richiuse ed i sensori avevano scannerizzato l’intero giardino verificando che nessuno fosse in agguato nell’ombra. La luce calda si diffuse all’esterno, fin sulle scale, che il noto uomo d’affari salì con il suo consueto piglio energetico.

La residenza aveva muratura antica e tetto a falde, ma varcata la soglia si apriva un interno completamente diverso. Le travi originali erano sospese sopra un pavimento in vetro interattivo che mostrava immagini in movimento. Una volta un mosaico romano, un’altra un tappeto persiano digitale che reagiva al passo di chi cammina. Le porte non avevano maniglie, si dissolvevano al passaggio, lasciando scorrere pareti di luce.

Si tolse il lungo cappotto e si sfilò con soddisfazione la meravigliosa giacca dell’abito. La giornata era finita, almeno quella lavorativa.

Il dualismo architettonico e di vita continuava nella sala Studio. Librerie di rovere cariche di volumi antichi, rivestiti di pelle screpolata, anche se molti, in realtà, erano gusci vuoti che custodivano chip con intere enciclopedie. Sulla scrivania un calamaio d’argento e una penna stilografica convivevano con un assistente olografico, un busto luminoso che prendeva appunti vocali come il più fidato degli assistenti. Una poltrona bergère accanto a un giardino interno verticale, dove piante vere e sintetiche si intrecciavano, alcune erano vive, altre erano ricostruzioni fotoniche indistinguibili.

Il grande schermo a tutta parete che ornava una della parete della sala si illuminò, con l’agenda delle cose da fare e dei principali temi da affrontare. De Gresti sbuffò, leggermente innervosito. Era un grande lavoratore e le sere e le notti passate all’opera non si contavano, ma non il mercoledì. Per quella notte aveva ben altri programmi.

I misteri del Sol1

Il maggiordomo robot si affacciò nella biblioteca, affabile e vestito di tutto punto, come lui stesso aveva insegnato ad una generazione di costruttori di robot umanoidi.

De Gresti, del resto, era diventato ricco così. Il suo Sol1 era praticamente il robot da compagnia per anziani più venduto sul pianeta. Tecnicamente la tecnologia hardware del robot l’aveva acquistata dai cinesi, ma lui aveva sviluppato le caratteristiche che lo avevano reso adatto ad ogni cultura e reso vendibile (e venduto) su scala globale.

Il Sol1 vantava tre “abilità” brevettate ed incredibilmente utili. La prima era la Memoria emotiva condivisa. Il robot era in grado di ricostruire momenti della vita dell’anziano combinando foto, vecchi video, registrazioni pubbliche e racconti, per restituire ricordi “vivi” in modo immersivo. Non solo compagnia, ma una memoria esterna che non dimentica.

In più, De Gresti, aveva aggiunto qualcosa che, all’inizio sembrò ai suoi investitori pura follia. Empatia simulata con errori umani. Invece di essere perfetto, il robot commetteva piccole sbavature (una frase fuori posto, una battuta inaspettata, un lapsus), perché i test avevano dimostrato che gli anziani si fidavano di più di una macchina imperfetta.

Ed infine, la “Trasmissione intergenerazionale”. Quando l’anziano passava a miglior vita, il robot conservava le memorie e poteva diventare compagno dei figli, dei parenti, del nipote, mantenendo viva la voce, i gesti e i racconti della persona scomparsa. In Italia, Paese di vecchi, questa funzione aveva reso il robot un fenomeno diffuso. Ma fu quando cominciarono ad arrivare massicci ordini prima dal Giappone, poi dalla Cina e, per ultimi, dagli americani, che il mondo capì che Sol1 sarebbe diventato qualcosa di enorme.

E questo ovviamente senza dimenticare abilità manuali e piscologiche che rendevano lo strumento particolarmente prezioso. Non dimenticava mai le medicine da assumere, rilevava grazie a sensori lo stato di salute del suo proprietario, allertando parenti e servizi medici in caso di necessità, oltre ad una capacità di dialogo comparabile a quella umana, la capacità di fare iniezioni, sorreggere durante una camminata ed una miriade di piccole grandi innovazioni di indiscussa utilità.

Sul nome Sol1 giornalisti, psicologi, esperti di robotica e futuristi hanno scritto fiumi di inchiostro. Sol come un giorno sul pianeta Marte. Per altri richiamava semplicemente il sole, fonte di sicurezza, calore, compagnia, presenza costante. Qualcuno lo aveva battezzato come l’acronimo di “support of life”. Per De Gresti, che aveva sempre tenuto il segreto per sé, voleva semplicemente dire solitudine.

Passeggiate notturne

De Gresti si rivolse con calma al suo Sol1, progettato ad hoc in versione “maggiordomo domestico”

  • Per favore, preparami l’abbigliamento del mercoledì, jeans, scarpe da ginnastica usate, un maglione da poco…

Quando salì nella sua camera da letto, qualche minuto dopo, trovò tutto perfettamente piegato e disposto sul letto. Le scarpe da ginnastica però erano nuovissime e colorate. Le spinse sotto il letto ed andò nella cabina armadio a prendersi un più modesto e usurato paio di Nike grigie e nere da corsa, con le quali doveva aver già percorso molte centinaia di chilometri.

Si passò una mano fra i capelli, spettinandoli ed uscì nella sera buia. In pochi istanti era diventato un uomo comune che passeggiava senza dare nell’occhio. Uno fra tanti che si avviava di buon passo verso la periferia, come molti che a quell’ora tornavano a casa dal lavoro, magari un po’ in ritardo per la cena.

Dopo buoni venti minuti di camminata si infilò in una stradina secondaria che amava particolarmente. Al suo passaggio, i graffiti sulla parete del palazzo adiacente il marciapiede si illuminavano. Era un nuovo progetto del Comune, murales digitali, sempre diversi ogni sera. Un trionfo di creatività colorata. Dipinti nella realtà da writer ai quali erano state assegnate pareti vuote in vecchi complessi industriali dismessi. Ma ritrasmessi sui muri della città, che al mattino tornavano puliti.

Una telecamera ed un sensore cercavano di cogliere le reazioni dei passanti. I murales che suscitavano maggior interesse ed apprezzamento ruotavano sui muri della città con maggiore frequenza, arrivando fino in Centro. Novelli Banksy acquisivano notorietà da star per qualche ora, e poi sparivano rapidamente nel tempo di una notte.

Quando De Gresti tornò a guardare il percorso davanti ai suoi piedi, trasalì nel vedere ad una ventina di metri un gruppo di persone che muovevano verso di lui. Con passo indolente lo osservavano. Un misto improbabile di clochard, uomini di diverse razze ed etnie il cui colore della pelle si mischiava con la sera o riluceva di biancore pallido e smunto. Ma anche qualche anziano e persino il volto spaurito di un ragazzo troppo giovane per essere li.

  • Ma guarda che bel damerino

Alzò la voce, una di quelle anime nascosta nel gruppo.

  • Si fanno incontri interessanti di notte da queste parti… ma preferivo una bionda!

Rilanciò un secondo con voce impastata e tono sarcastico.

De Gresti li guardò sorridendo. E sorrise ancora di più quando un barbone, che era almeno una spanna più alto di tutti gli altri e con due mani rugose grandi quanto una vanga da cimitero, diede un sonoro scappellotto ai due che avevano parlato. In rapida sequenza.

  • Fate largo straccioni, l’uomo che avete davanti viene ogni mercoledì sera a riempire i vostri piatti, è grazie a volontari come lui che la vostra pancia si riempie quando venite qui.

De Gresti lo riconobbe, gli batté un cinque senza parlare e passando fra la folla come un novello Noè, si infilò rapidamente nei locali della mensa per i poveri di quartiere.

La mensa aumentata

De Gresti salutò un paio di persone, si mise il grembiule e si andò a posizionare dietro la linea di distribuzione dei pasti. Dalla porta aperta dall’altra parte del salone sentiva salire il brusio, poteva immaginare la lunghezza della fila di persone a caccia di un pasto.

Dal grande finestrone sopra l’ingresso filtrava la luce al neon di una grande e famosa clinica per la longevità, che si trovava proprio di fronte. Pensò quanto fosse ironico che da una parte della strada qualcuno cercasse di allungare la vita con la tecnologia, e dall’altra qualcuno si dovesse impegnare a ristorare le pance vuote di coloro che vivevano a fatica.

Poi tornò a concentrarsi sui piatti che poteva servire ai suoi prossimi ospiti. La sera sembrava offrire opzioni particolarmente abbondanti e variegate. Si vedeva che i cuochi avevano lavorato d’impegno e che le grandi catene di supermercati o i ristoranti dovevano aver ceduto ottime partite di prodotti di prossima scadenza.

Da una parte c’erano i pasti stampati in 3D. Piccole “porzioni nutrienti” ricavate da impasti a base di legumi, alghe e farine di insetti, modellate in forme familiari (pane, pasta corta, polpette) per rendere il cibo più accettabile. Funzionavano perfettamente, del resto chi entrava lì non si chiedeva esattamente cosa avrebbe trovato nel piatto, ma se avesse trovato un piatto.

Poco oltre, i piatti rigenerati da surplus alimentare. Grazie a sistemi di ricomposizione molecolare, gli scarti dei supermercati e dei mercati ortofrutticoli vengono trasformati in creme nutrienti, minestre dense e barrette. Nessuno aveva mai capito come quella mensa poteva permettersi uno di quei macchinari, ma si dava il caso fosse l’unica a beneficiarne in città ed era anche per questo che era diventata piuttosto popolare e affollata.

Tra i secondi, hamburger e spezzatini a base di carne coltivata in laboratorio, ma di seconda scelta, spesso prodotta in serie per programmi sociali. Proteine sintetiche, ma pur sempre proteine. Il tutto insieme ad abbondanti verdure da vertical farm. Insalate, germogli e ortaggi a foglia provenienti da serre idroponiche urbane, abbondanti e a basso costo perché coltivati dentro locali dismessi o nei sotterranei riadattati.

Persino il pane non era più quello di una volta. Era pane stampato o “ricreato”, cioè non proveniva da un forno tradizionale, ma da impasti riciclati e arricchiti con integratori per garantire un apporto nutrizionale minimo.

Ma forse, il piatto forte della serata, una vera rarità per una mensa dei poveri erano alcune porzioni di risotto alla milanese. Profumato, giallo e cucinato come un tempo, senza modernità. Non ne avrebbero goduto in molti, la quantità era minima e De Gresti si preoccupò di metterne da parte un paio di porzioni che voleva riservare per un paio di anziani del posto che sicuramente erano tra i pochi a poterne apprezzare la qualità ed il senso.

Mentre era immerso in questi pensieri sentì il brusio salire di decibel, gli “ospiti” avevano iniziato ad accedere. Alzò lo sguardo e rimase sorpreso dall’esercito che camminava verso di lui.

L’aria si fece più densa. Non si sentivano rumori forti, solo il fruscio di vestiti logori e il suono sommesso di passi stanchi. Si mettevano in fila, uno dietro l’altro, in un ordine quasi automatico, un rito che si ripeteva ogni giorno. Non c’erano sono gomitate o spinte, ma solo rispetto, una tacita comprensione tra coloro che condividevano lo stesso bisogno.

Si potevano notare i dettagli: mani callose, visi segnati dalle intemperie, occhi che hanno visto troppo. Qualcuno aveva uno zaino sformato, altri solo una busta di plastica. I loro sguardi non erano vuoti, ma pieni di una speranza silenziosa per il pasto che stava per arrivare, un momento di conforto e calore in una vita spesso fredda e solitaria. L’attesa è un’eco della loro quotidianità, fatta di pazienza e resilienza. Non erano un esercito, ma persone che cercano un po’ di dignità, oltre agli anziani solitari che un pasto forse potevano anche permetterselo, ma che avevano preso a frequentare la mensa quando la pensione finiva o solo per rompere la solitudine.

Ai tavoli

Dopo un’ora abbondante di piatti riempiti, scorte rifornite e altri piccoli mestieri di servizio, la coda si era esaurita. De Gresti guardò soddisfatto i tavoli pieni di gente che mangiava e chiacchierava in relativa serenità. Gli ultimi arrivati ed i più schivi mangiavano in silenzio guardandosi attorno sempre in attesa di un qualche pericolo.

De Gresti si tolse il grembiule, uscì dalla linea ed andò a sedersi ad alcuni tavoli. Prediligeva sicuramente gli anziani. Forse era una deformazione professionale, forse un ricordo dei genitori ormai scomparsi da tempo, forse un semplice riconoscimento della maggiore fragilità di quelle persone.

Passò una buona mezz’ora a conversare con persone ai limiti della precarietà. Nella sua lente a contatto comparve la sua assistente AI che gli comunicò con gentilezza:

  • Sig. De Gresti il trasferimento ricorrente di fondi per la donazione alla mensa dei poveri è stato completato, desidera comunicare al ricevente le sue generalità e lasciare un messaggio?

Come faceva da diversi anni, De Gresti accennò un diniego muovendo la testa impercettibilmente a destra e sinistra. L’assistente si spense e scomparve in una frazione di secondo così come era arrivata.

Una voce lo interruppe.

  • Figliolo, c’è un’altra porzione di zuppa? C’è un bis per un povero vecchio?

De Gresti lo guardò penetrando con lo sguardo e con il cuore fin sotto la sua pelle rinsecchita. Gli occhi erano azzurrissimi e una camicia appena stropicciata rivelava tutto il suo desiderio di dignità. Ma anche la fama atavica di un volto ossuto e smagrito parlava per lui.

De Gresti servì la zuppa sintetica al vecchio.

  • Grazie, figliolo. Sai… tu sei meglio di uno di quei robot.

De Gresti rimase in silenzio, con la consapevolezza che nessuno avrebbe mai conosciuto il suo doppio volto. Ma, a lui, bastava così.

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