Puntata #9

Il podcast che racconta il nostro futuro

Possiamo cambiare il clima operando su scala planetaria? Ecco la bioingegneria del clima.
I ricercatori realizzano nano robot talmente piccoli da poter essere iniettati con un normale ago.
Ha senso la proposta di tassare i robot? Cosa implica e quali altre soluzioni esistono.
Un team giapponese fa progressi nel tentativo di riportare in vita i mammut. Ma a che pro?
Una startup inglese produce bolle d’acqua in un packaging edibile che potrebbe cambiare le abitudini di consumo.



GEOINGEGNERIA DEL CLIMA

Una iniezione di aerosol nella stratosfera potrebbe contribuire a raffreddare il pianeta, ma gli scienziati devono ancora studiare esattamente come funzionerebbe tale geoingegneria del clima.

Un numero crescente di prove evidenzia il fatto che il clima sta cambiando e l’attività umana è la causa principale. Le ricerche a conferma sono molteplici: il mondo si sta scaldando e noi siamo responsabili.

Ora, alcuni scienziati stanno iniziando a chiedersi se le stesse forze globali che gli esseri umani hanno involontariamente sfruttato e che hanno avuto un impatto sul clima, potrebbero essere utilizzate per limitare il costo devastante dell’aumento della temperatura di pochi gradi.

Sostengono l’idea che, oltre a ridurre drasticamente la nostra cosiddetta impronta ecologica, dovremmo apportare intenzionalmente cambiamenti su larga scala al pianeta. Quei cambiamenti su larga scala, come catturare chimicamente il carbonio dall’aria, stimolare la crescita del plancton mangia-carbonio o creare una foschia riflessa nella parte alta dell’atmosfera per riflettere la luce del sole, sono noti collettivamente come geoingegneria.

Un possibile metodo per raffreddare il pianeta implicherebbe il rilascio di aerosol nella stratosfera per riflettere la luce solare. Un gruppo di ricercatori di Harvard vuole studiare questo concetto studiando una piccolissima quantità di carbonato di calcio usando un pallone ad alta quota.

Anche se in qualche modo riuscissimo ad azzerare completamente il biossido di carbonio domani, molti scienziati dicono che non sarebbe sufficiente. I nostri oceani stanno assorbendo parte del calore in eccesso del pianeta, causando un ritardo nell’aumento della temperatura dell’aria. In altri termini, il riscaldamento che vediamo oggi è stato messo in moto da decisioni prese decenni fa e serve qualcosa in più rispetto all’innescare comportamenti virtuosi oggi.

Il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, un organismo delle Nazioni Unite, ha detto nell’ottobre 2018 che sembrava improbabile che l’aumento del riscaldamento potesse essere mantenuto sotto i 2 gradi senza sviluppare infrastrutture per rimuovere il carbonio dall’atmosfera – qualcosa che non possiamo attualmente fare su larga scala.

Quindi gli scienziati stanno cercando altri modi per raffreddare il pianeta. I ricercatori hanno proposto di schiarire le nuvole, rendendo più riflettente lo spray marino o addirittura lanciando uno specchio gigante nello spazio per riflettere la luce solare in più. Il più promettente e conveniente di questi metodi è l’iniezione di aerosol stratosferico, che consiste nel vomitare particelle minuscole nell’atmosfera superiore. Queste particelle riflettono la luce del sole lontano dalla Terra, oscurando efficacemente il sole e, in teoria, raffreddando il pianeta.

Gli studi che utilizzano modelli computerizzati per valutare la bontà dell’idea dicono che questo metodo, in teoria, funzionerebbe. L’ultimo studio di questo tipo, appena pubblicato su Nature Climate Change, ha utilizzato un modello sofisticato che simula le piogge estreme e gli uragani e ha scoperto che la riflessione della luce solare con aerosol potrebbe raffreddare uniformemente il globo con effetti aggiuntivi minimi.

Il problema è che un’azione su scala globale va coordinata con tutti gli altri fenomeni che impattano sulla temperatura del pianeta o, detto in altro modo, non abbiamo una buona idea di cosa potrebbe andare storto a causa di altre variabili che non sono perfettamente sotto il nostro controllo. In teoria, l’iniezione di aerosol nella stratosfera potrebbe raffreddare il pianeta al costo di interrompere gli schemi meteorologici stagionali, portando a inondazioni o siccità diffuse. Potremmo danneggiare il nostro approvvigionamento di cibo, sia riducendo la quantità di luce solare che raggiunge le colture o riducendo la quantità di pioggia, o entrambi. Le particelle potrebbero divorare lo strato di ozono, reintroducendo un problema che è stato affrontato nei primi anni ’90 vietando la produzione di sostanze chimiche note come clorofluorocarburi (il famigerato CFC).

E quindi serve fare esperimenti su scala ridotta. Dalla teoria alla pratica. SCoPeX, o esperimento perturbato controllato stratosferico, è progettato per studiare esattamente come si comportano gli aerosol nella stratosfera. La prima iterazione dell’esperimento prevede il lancio di un pallone ad una altitudine di circa 20 kilometri, dove rilascerà minuscole particelle di carbonato di calcio, cioè innocuo gesso, mentre si muove orizzontalmente a “velocità di cammino” per circa un kilometro. Il pallone quindi farà un’inversione a U e ripercorrerà il pennacchio di polvere di gesso per rilevare le particelle e misurare come cambiano nel tempo. Per il momento l’opinione pubblica sembra negativa sul tema, ed anche alcuni scienziati colgono il rischio di aggravare la situazione cercando di migliorarla. Dal nostro punto di vista chiaramente, prima di prendere decisioni su scala globale, servono adeguate prove scientifiche ed il consenso planetario ad agire, che oggettivamente sembra l’ostacolo maggiore anche quando e se la parte scientifica sarà smarcata con successo.


TI PIACE QUELLO CHE HAI ASCOLTATO E LETTO?

PER FAVORE CONDIVIDILO!


ROBOT A MISURA D’AGO

I ricercatori hanno sfruttato le ultime tecniche di nanofabbricazione per creare robot microscopici alimentati in modalità wireless, in grado di camminare, di sopravvivere in ambienti difficili e abbastanza piccoli da essere iniettati attraverso un comune ago ipodermico.

“Quando ero un bambino, ricordo di aver guardato al microscopio e di aver visto tutte quelle cose pazzesche in movimento”, ha detto Marc Miskin, ricercatore di ingegneria elettrica e dei sistemi presso l’Università della Pennsylvania. Ora i ricercatori stanno costruendo oggetti esattamente di quelle dimensioni che però non possono essere solo osservati, ma anche programmati e gestiti attivamente. Settimana scorsa, Miskin ha presentato la sua ricerca sui microscopici robot all’American Physical Society a Boston.

Negli ultimi anni, gli scienziati hanno sviluppato una tecnica di nanofabbricazione multi-step che trasforma un wafer di silicio di alcuni centimetri in un milione di robot microscopici. Con una lunghezza di soli 70 micron, che è circa la larghezza di un capello umano, i corpi dei robot sono formati da uno scheletro rettangolare di vetro super sottile. Questo è sormontato da uno strato di silicio, sul quale sono incisi i componenti di controllo dell’elettronica, insieme a due o quattro celle solari al silicio. Questa struttura è l’equivalente rudimentale di un cervello e di organi.

Sempre usando le parole di Miskin: “La spiegazione davvero di alto livello su come li realizziamo è che stiamo prendendo la tecnologia sviluppata dall’industria dei semiconduttori e la usiamo per fabbricare piccoli robot”. Ciascuna delle quattro zampe del robot è formata da un doppio strato di platino e titanio o alternativamente, grafene. Il platino viene applicato usando la deposizione di uno strato atomico. “È come dipingere con gli atomi”. Lo strato di platino e titanio viene quindi tagliato nelle quattro gambe di ciascun robot, composte di appena 100 atomi. Gambe che nonostante questo sono super forti, ogni robot sostiene infatti un corpo che è 1.000 volte più spesso e pesa circa 8.000 volte più di ogni gamba.”

Per alimentare il robot i ricercatori usano un laser che colpisce le celle solari del robot. Questo fa sì che il platino nella gamba si espanda, mentre il titanio rimane rigido a sua volta, facendo piegare l’arto. L’andatura del robot viene così generata perché ogni cella solare provoca la contrazione alternata o il rilassamento delle gambe anteriori o posteriori. Detto in altri termini il laser fa si che la materia si contragga e poi torni in posizione generando quindi del movimento fisico.

I team sono ora al lavoro sulle versioni intelligenti dei robot che vogliono dotare di sensori, orologi e controller integrati. Anche l’alimentazione è sufficiente solo per scopi abbastanza limitati. L’attuale fonte di energia del laser limiterebbe il controllo del robot a solo un centimetro circa nel tessuto. Quindi Miskin sta cercando fonti di energia alternative tra cui ultrasuoni e campi magnetici che consentirebbero a queste piccole macchine di compiere incredibili viaggi nel corpo umano. Questo potrebbe un giorno includere compiti come la consegna di farmaci, la mappatura del cervello o l’analisi di zone danneggiate.

I ricercatori infatti hanno scoperto che è possibile iniettare i robot all’interno del corpo umano usando una siringa e sopravvivono, ancora intatti e funzionali.

Ray Kurzweil, il famoso visionario e futurologo, è uno dei più grandi sostenitori della nozione che i nanobot scorreranno attraverso il nostro sangue nel prossimo futuro. L’idea che circonda questa previsione non è quindi così lontana grazie alla tecnologia moderna ed esperimenti come quelli appena descritti.

Secondo IFL Science, i robot del DNA sono già stati testati nel corpo umano con l’obiettivo di cercare e distruggere le cellule tumorali. Questi filamenti di DNA programmati hanno la capacità di muoversi e trovare cellule cancerose e se i test sull’uomo daranno esito positivo questi piccoli robot potrebbero essere rivoluzionari per la lotta al cancro e tante altre ricerche sulle cellule.

I ricercatori ritengono che i nanobot potrebbero presto fornire farmaci agli esseri umani con un alto grado di precisione, consentendo micro-dosaggi proprio dove il paziente ha bisogno, una soluzione in grado di prevenire, per esempio, effetti collaterali dannosi.

Andando oltre gli aspetti medici, invece, alcuni pensatori ritengono che i nanobot consentirebbero agli esseri umani di raggiungere uno stato di maggiore connettività. L’idea che i nanobot possano un giorno trasmettere i nostri pensieri al cloud è probabilmente la più inverosimile delle idee intorno a questo argomento. Questa impresa richiederebbe grandi progressi sia nel campo della nanorobotica che delle neuroscienze. Mentre è certamente una possibilità, questa funzionalità è probabilmente la più lontana.

Quello che invece sembra più a portata di mano è la logica di portare la medicina dentro il nostro corpo in modi completamente nuovi, invece di portare il nostro corpo dentro a macchine che ci analizzano da fuori. Oppure appunto, di mirare le cure esattamente nel punto dove servono e non altrove. Immaginando che questi nanobot diventeranno sempre più specializzati, cioè costruiti appositamente per uno scopo medico ben preciso, l’impatto più visibile che ci possiamo aspettare, quando questa tecnologia sarà a regime, sarà l’allungamento della vita media. Un miglioramento che probabilmente non misureremo più in anni, ma in decenni.


TI PIACE QUELLO CHE HAI ASCOLTATO E LETTO?

PER FAVORE CONDIVIDILO!


TASSARE I ROBOT

Il co-fondatore di Microsoft, Bill Gates, sembra essere d’accordo con Alexandria Ocasio-Cortez, la democratica liberale americana, secondo la quale i robot dovrebbero essere tassati proprio come le persone reali. Il miliardario ed il prodigio politico potrebbero non essere d’accordo su quante tasse i ricchi devono pagare, ma sono sulla stessa linea quando si tratta di robot.

La Ocasio-Cortez ha menzionato l’applicazione di un’aliquota d’imposta del 90% sui robot o sulle società che li utilizzano, ad una recente apparizione durante un festival ad Austin, in Texas. La rappresentante del congresso di New York ha suggerito che l’idea fosse originariamente proprio di Bill Gates.

Gates ha promosso una “tassa sui robot” per diversi anni, anche se in realtà non ha mai suggerito un tasso specifico e probabilmente non favorirebbe un prelievo così elevato. In un’intervista rilasciata a The Verge il mese scorso, Gates ha ribadito la sua opinione che i robot che sostituiscono i lavoratori umani dovrebbero essere tassati come se fossero persone reali.

Dal punto di vista di Gates, i robot sarebbero molto più produttivi nel loro lavoro rispetto agli esseri umani e le aziende che sostituiscono le persone con le macchine continuerebbero a farlo anche con una elevata imposizione fiscale, però la tassa sui robot rallenterà la sostituzione degli umani con le macchine e darà alla società più tempo per adattarsi.

Una tassa sui robot, infatti, è una strategia legislativa per disincentivare la sostituzione dei lavoratori con macchine e rafforzare la rete di sicurezza sociale per coloro che perdono il lavoro. Il supporto per una tassa sull’automazione da parte dei politici americani può essere fatto risalire al 1940, quando Joseph O’Mahoney presentò un disegno di legge al Senato. La proposta venne respinta e gli Stati Uniti comunque, finora non hanno seriamente considerato né tantomeno applicato tale opzione.

Il Parlamento europeo, analogamente, ha considerato una tassa sui robot nel 2017, ma ha respinto la proposta preoccupandosi di rallentare l’innovazione e di mettere il continente in una situazione di svantaggio economico. Le società di robotica, dal canto loro, hanno strenuamente combattuto le tasse sui robot, definendole letteralmente una “penalità sull’innovazione”.

I critici di una tassa sulla robotica sottolineano che gli effetti collaterali dei cambiamenti tecnologici sui mercati del lavoro sono stati sopravvalutati, spesso selvaggiamente, fin dai primi anni del 1800. Considerati gli Stati Uniti moderni, l’economia ha aggiunto quasi 21 milioni di posti di lavoro negli ultimi otto anni e il tasso di disoccupazione è sceso a un minimo da 50 anni a questa parte, anche se la velocità dell’automazione è aumentata.

Dal punto di vista tecnologico il problema è definire cosa è un robot. Il dizionario dice “Automa, operatore meccanico automatico controllato da un cervello elettronico, con particolare riferimento agli apparecchi programmabili usati in alcuni settori dell’industria e della ricerca scientifica per operazioni seriali e in automatico.” E’ chiaro che basta cambiare i confini della definizione per includere o escludere vaste porzioni di base imponibile ed è un esercizio che potrebbe avere durata infinita nelle aule parlamentari e delle varie commissioni tecniche.

Ma, a mio avviso di economista, prima ancora che di appassionato di tecnologia, il problema in realtà è un altro. La paura non è che tutti gli umani diventino obsoleti, ma che l’automazione aumenti la disuguaglianza economica tra gli uomini. I proprietari delle aziende, i programmatori e gli operai altamente qualificati, cioè le persone che dicono alle macchine cosa fare, sarebbero in grado di accumulare una grande ricchezza, mentre tutti gli altri lavori poco qualificati si dovrebbero accontentare di magri salari. Se poi le macchine non avessero nemmeno bisogno di sentirsi dire cosa fare, e con il machine learning si sta già andando in quella direzione, anche le categorie di cui sopra diventerebbero marginali.

La sempre maggiore polarizzazione della ricchezza nelle mani di pochi sta già accadendo e l’innovazione ne è in parte la causa. Dal punto di vista economico, l’innovazione è un fattore in grado di produrre disuguaglianza. Da qui le due idee che a vario titolo vengono usate anche in maniera populista, tassare maggiormente i ricchi e/o sussidiare le categorie in maggiore difficoltà.

Un’altra idea, suggerita dall’economista Miles Kimball, è la creazione di fondi sovrani nazionali. Il governo potrebbe utilizzare le entrate fiscali da robot tax per acquistare azioni e immobili e distribuire i profitti alla popolazione. Ciò ridistribuirebbe sostanzialmente parte del reddito prodotto dai robot, dando ad ogni cittadino un interesse nella nuova economia dell’automazione. L’idea è interessante, ma allora perché non redistribuire direttamente gli introiti fiscali, invece di passare dalla creazione e gestione di un fondo che poi potrebbe anche non produrli gli utili da restituire alla gente.

Le opzioni sono diverse, ve ne cito una particolarmente stuzzicante a mio avviso: le persone pagano le imposte su quanto guadagnano, non importa quanti costi e quante spese abbiano nel loro bilancio familiare, su ogni euro guadagnato si pagano le imposte, al netto di benefici ad-hoc che vengono aggiunti o tolti col passare del tempo e dei governi che si succedono. Le aziende invece pagano le imposte sui profitti, cioè se hanno molti ricavi, in alcuni casi misurabili in miliardi, ma costi superiori ai ricavi, possono trovarsi nelle condizioni di non pagare nulla. E le architetture fiscali dei colossi moderni come abbiamo spesso visto centrano perfettamente l’obiettivo. E se invece di tassare i fattori produttivi, robot, persone, capitale o altro si tassassero semplicemente i ricavi? Nessuno scapperebbe, e le aliquote marginali sarebbero per la maggior parte modeste. E voi come affrontereste la questione? Scrivetemi dal sito o su Twitter o nel canale Telegram per continuare il dibattito.


TI PIACE QUELLO CHE HAI ASCOLTATO E LETTO?

PER FAVORE CONDIVIDILO!


JURASSIC PARK IN SALSA GIAPPONESE

I mammut lanosi potrebbero tornare a vagare per la terra un giorno, grazie al contributo della ricerca resa pubblica lunedì scorso da un team di ricercatori giapponesi, che ci raccontano come i nuclei cellulari di un mammut estinto da tempo hanno mostrato segni di attività biologica quando sono stati trapiantati nelle cellule di topi. Lo studio conferma l’attività nei nuclei di una bestia di 28.000 anni, Yuka un mammut lanoso che è rimasto congelato in Siberia per tutto questo tempo.

Il midollo osseo e il tessuto muscolare sono stati estratti dai resti di Yuka che era rimasto congelato nel permafrost siberiano. Il DNA genomico è stato confrontato con quello degli elefanti ed i ricercatori hanno confermato che il DNA di Yuka si sovrappone al DNA e alle proteine ​​specifiche dei mammut.

Il team ha iniettato i nuclei delle cellule dal tessuto muscolare nelle cellule uovo del topo e ha osservato la formazione di strutture che appaiono appena prima della divisione cellulare. I ricercatori hanno anche trovato possibili segni di riparazione del DNA mammut danneggiato.

Uno degli autori dello studio, Kei Miyamoto ha detto che questo segna un “passo significativo verso il ritorno dei mammut dalla morte”, queste le sue parole.

“Vogliamo spostare il nostro studio in avanti verso lo stadio della divisione cellulare”, ha detto il ricercatore, il quale ha riconosciuto che “abbiamo ancora molta strada da fare” prima che le specie dell’Era Glaciale possano tornare. Anche se i primi sforzi vanno già in quella direzione: un team della Kindai University, di Osaka, sta collaborando con un’istituzione russa, con questo obiettivo, usando una tecnologia di clonazione chiamata trasferimento nucleare di cellule somatiche.

Se volessimo usare una terminologia presa dall’informatica, è come se mettessimo una patch  nel genoma vivente del parente vivente più vicino dell’animale estinto, per riportarlo in vita.

E Giapponesi e russi non sono da soli. Il progetto «Revive & Restore» della Long Now Foundation, fondazione lanciata dal biologo e scrittore Stewart Brand, parte esattamente dal presupposto che potrebbero tornare sulla Terra diverse specie estinte da secoli o addirittura millenni: gli animali scomparsi che potrebbero ricomparire, però, sarebbero solo quelli geneticamente simili alle specie ancora viventi come i mammut, antenati degli odierni elefanti e gli uri, predecessori dei bovini moderni.

E’ dagli anni ottanta che si lavora in questa direzione, quando si è capito che il DNA sequenziabile di specie estinte può essere recuperato da campioni conservati in musei o contenuti nei fossili. Le nuove tecnologie hanno poi consentito di ricostruire l’intero DNA di una creatura anche a partire da pezzi di DNA frammentato o parziale. L’ulteriore passo è stato il progresso delle tecniche di genome-editing che fornisce strumenti di alta precisione per lavorare sul DNA, modificarlo, correggerlo e così via.

E se fin qui il panorama sembra abbastanza chiaro, resta aperta la vera domanda: perché? Quali sono i benefici di provare a riportare in vita specie estinte? Perché non destiniamo le stesse risorse e gli sforzi magari alla preservazione delle specie esistenti in pericolo? Cosa ci importa del passato quando potremmo guardare al futuro?

In rete è facile trovare un articolo dello stesso Steward Brand, per esempio in italiano sul sito greenport.it, dove il biologo propone una doppia risposta. Lo si farebbe esattamente per gli stessi motivi di protezione e salvaguardia delle specie esistenti di cui si occupano gli animalisti e gli ambientalisti. Ma anche, usando le sue parole per “l’emozione pura della prospettiva di rivedere branchi di mammut con le loro zanne ricurve nel lontano nord.”

Analogamente sono note le critiche. Se nulla rischierà più estinguersi, perché dovremmo avere cura di quanto abbiamo oggi sulla terra. Oppure, non saremo in grado di sapere come andrà l’incontro tra specie esistenti e specie riportate in vita. Senza contare le critiche del tipo, l’animale risorto non è esattamente uguale a quello estinto eccetera. E non dimentichiamoci dell’aspetto economico lobbistico: se questi progetti ricevono fondi, altri progetti di altra natura ne saranno privati.

Non sarà certo questo episodio di pochi minuti a decretare le sorti della de-estinzione, o risurrezione biologica come spesso viene chiamata, o a dire cosa è meglio e cosa è peggio, e quindi questa volta vi lascio con un quesito: se aveste 50 euro da destinare ad una buona causa e le uniche opzioni possibili fossero, donarli ai ricercatori che vogliono riportare in vita il mammut o a quelli che vogliono proteggere dall’estinzione l’elefante africano di savana, ucciso per le sue zanne, cosa fareste?


TI PIACE QUELLO CHE HAI ASCOLTATO E LETTO?

PER FAVORE CONDIVIDILO!


ACQUA IN BOLLE EDIBILI

Evitare che ogni anno 1 miliardo di bottiglie di plastica raggiungano l’oceano ed impedire che vengano emessi 300 milioni di kg di CO2. Letteralmente mangiandosi la bottiglia.

Questa è la missione di Ooho, una startup inglese che ha iniziato a sviluppare dal 2013 dei “baccelli” fatti di alghe che sono biodegradabili, compostabili e commestibili. I baccelli che hanno la forma di una bolla, grande poco meno di un uovo per dare l’idea, e possono contenere virtualmente qualsiasi liquido, sono un imballaggio flessibile e sostenibile per liquidi a base di estratti di alghe. Quindi un’alternativa naturale al 100% a bottiglie, tazze e bustine di plastica. Inoltre, il materiale Ooho si degrada in media nell’ambiente in circa 6 settimane, contro i 700 anni di una bottiglietta di plastica.

Stiamo parlando quindi di acqua “portabile”, da consumarsi letteralmente on-the-go, contenuta in delle sfere morbide da circa 70-100 ml di liquido, che una volta messe in bocca si rompono, rilasciano l’acqua e sono perfettamente edibili. Oppure possono essere bucate e succhiate, come si faceva in un tempo lontano con le uova.

Infatti, ispirata dai tuorli d’uovo, la Ooho! ha una doppia membrana gelatinosa, costituita da una mistura di alginato di sodio, polisaccaride naturale che viene estratto dalle pareti cellulari delle alghe brune, e di cloruro di calcio. L’idea per la produzione di Ooho! è venuta dal mondo culinario, in cui i liquidi vengono confezionati utilizzando quella che viene chiamato sferificazione, una palla di ghiaccio è immersa in un mix di alghe brune e cloruro di calcio. Quando il ghiaccio si scioglie, lascia il posto a una sfera morbida d’acqua, succo di frutta o altro liquido.

La materia prima, le alghe, non manca ed è facile da reperire. Utilizzano alghe brune che crescono in tutto il mondo nelle zone temperate. Possono essere raccolte o coltivate ed è sicuramente un settore in grande crescita. Il bello è che le alghe sono molto abbondanti, crescono velocemente e non hanno bisogno di terra arabile o di acqua dolce per farlo. Una soluzione che consente di estendere il concetto di sostenibilità anche a tutta la filiera produttiva.

Ma gli aspetti positivi non finiscono qui: le bolle sono completamente insapore, tra le membrane protettive che sono due, può essere inserita un’etichetta di carta di riso, anch’essa commestibile ed il costo di produzione di una singola bolla è di appena 2 centesimi.

Come sta promuovendo il suo prodotto Ooho? Per adesso attraverso le maratone, i concerti, i festival e tutti quegli eventi di massa dove grandi assembramenti di persone consumano migliaia di bottigliette d’acqua che poi vanno smaltite. Ho avuto modo di assistere alla maratona di Parigi l’anno scorso e sono rimasto effettivamente impressionato dalle montagne di bottigliette d’acqua impilate nei pressi dei punti di ristoro, che occupavano intere piazze cittadine appositamente transennate per lo scopo. Senza contare l’esercizio di camion ed addetti destinati alla pulizia a fine gara.

Ma oltre all’idratazione per gli eventi sportivi, le bolle possono essere sostituti della plastica per succhi di frutta freschi che vengono preparati quotidianamente, per salse e condimenti utilizzati da fast food ed una miriade di altre possibili applicazioni quotidiane.  

La Skipping Rocks Lab, la Società proprietaria di Ooho! sta sviluppando una macchina per produrre automaticamente le bolle e confezionarle con il liquido che devono contenere. Macchina in grado di produrre 100 Ooho! in 5-10 minuti e che potrà essere data in dotazione ai rivenditori, consentendo così una produzione quotidiana, come se fossero dei veri e propri “freschi”.

La nostra speranza è che l’azione combinata di finanziamenti privati e diminuzione dei costi di produzione per unità di acqua trasportata, consenta a questa brillante iniziativa di decollare su scala industriale. Anche perché credo che ascoltando questa storia vi sia venuto in mente, come lo è venuto a me, che la facilità di trasporto e consumo potrebbe giovare anche ai paesi in via di sviluppo. Sia perché la riduzione della plastica è un beneficio sostanziale visto che l’immissione della stessa negli oceani vede come principali responsabili proprio i paesi in via di sviluppo, sia perché la conservazione domestica di acqua pulita in un contenitore pulito ha benefici igienici sostanziali. Anche se è un percorso ancora molto difficile: oggi le bolle di Ooho vengono consumate on-the-go anche perché, nonostante non si rompano se maneggiate, comunque non resisterebbero agli urti se tenute in tasca o in uno zaino e quindi dal punto di vista della logistica sono ancora migliorabili. Del resto, la riduzione o in alcuni casi la vera e propria eliminazione del packaging sono alcune delle strade percorribili per una maggiore sostenibilità ambientale. Ed il packaging edibile è una delle migliori soluzioni se vogliamo davvero un processo zero-waste, quindi senza sprechi. Ed i grandi player del mondo dei liquori sembrano già essersi portati avanti con la sperimentazione: la scorsa primavera, il gigante dei liquori Pernod Ricard ha annunciato “la cannuccia del futuro” fatta di alghe, dolcificanti organici e colori derivati da frutta e verdura e su un progetto analogo ha lavorato il suo concorrente Diageo. Ma in tutto il mondo compaiono cucchiaini da gelato, incarti di panini, intere tazze edibili. Del resto, se il mercato del packaging del solo cibo è previsto valere 411 miliardi di dollari entro il 2025, speriamo vi sia spazio affinchè una quota rilevante di questo valore sia rappresentato da soluzioni edibili e rispettose dell’ambiente.

TI PIACE QUELLO CHE HAI ASCOLTATO E LETTO?

PER FAVORE CONDIVIDILO!