Puntata #7

Il podcast che parla del nostro futuro

Esploriamo l’evoluzione futura degli assistenti digitali virtuali.
Scopriamo a che punto siamo con la realizzazione di strade di plastica.
Andiamo in Cina a scoprire cosa è e come funziona il progetto di Social Scoring del Governo.
Capiamo come TikTok e YouTube sono inciampate sulla gestione della privacy e dei minori.
Andiamo dal divano in aeroporto in soli 60 minuti, o anche meno, decollo compreso.



IL FUTURO DEGLI ASSISTENTI DIGITALI – PARTE 2

Nella precedente puntata di The Future Of abbiamo raccontato come funzionano gli assistenti digitali virtuali, Alexa, Siri, Google Assistant per intenderci, ed abbiamo capito che sono tecnologie ad alta intensità di intelligenza artificiale, con algoritmi che appartengono alla più ampia famiglia della natural language generation. Ma c’è molto di più del linguaggio ed in questo episodio parleremo della loro evoluzione futura, cosa diventeranno queste tecnologie fra 10 anni per esempio?

Se pensiamo a come potranno migliorare nel breve termine, vengono subito in mente almeno tre aspetti legati propriamente alla capacità di conversare in modo interattivo.

Prima di tutto impareranno a seguire le conversazioni. L’assistente personale integrato nell’app Google Allo è il più vicino possibile alla visione del silenzioso maggiordomo che interviene solo quando serve. Allo è un’applicazione di messaggistica istantanea simile a Whatsapp e Telegram, per capirci. Invece di mettersi in ascolto solo quando sente la famosa parola “sveglia”, questo assistente segue le conversazioni in tempo reale.

Secondo elemento di innovazione, potranno gestire domande collegate e concatenate. Google Assistant già comincia a comprendere il contesto delle cosiddette domande di follow-up. Se chiedi “Quali sono le previsioni del tempo per Milano domani?” e poi chiedi “Pioverà?”, Google sa che la seconda domanda riguarda Milano. Alexa gestisce occasionalmente domande di follow-up, ma non sembra ancora capire benissimo il contesto.

Terza miglioria che potremo vedere a breve, l’assistente riconoscerà l’interlocutore. Ad esempio, Amazon ha recentemente annunciato che Alexa è in grado di riconoscere 10 voci diverse. I dispositivi abilitati ad Alexa sono di fatto già in grado di fornire risultati personalizzati a ciascun utente in base alle preferenze e al comportamento espressi in precedenza.

E non sorprende che questo aspetto sia stato sviluppato per primo da Amazon, visto l’ovvio legame potenziale tra Alexa e gli acquisti sulla piattaforma di e-commerce. Questa personalizzazione va ben oltre il riconoscimento vocale, gli assistenti personali faranno risparmiare tempo agli utenti fornendo loro una quantità limitata di opzioni pertinenti all’acquisto, invece di inondarli con la gamma completa e spesso irrilevante di tutti i risultati possibili.

Agenti basati su intelligenza artificiale tenteranno di risolvere il “paradosso della scelta” che spesso porta ad una minore soddisfazione del cliente e all’abbandono del carrello. E non è solo teoria, molti rivenditori, tra cui eBay, Walmart e Whole Foods, già oggi scommettono su assistenti virtuali per mettere a punto le loro offerte.

Ma se qualcuno potrà festeggiare grazie agli assistenti digitali, qualcuno invece dovrà preoccuparsi. Per esempio, si prevede che causeranno il declino dei motori di ricerca. Man mano che le persone iniziano a fare affidamento sulle ricerche fatte da assistenti digitali attivati dalla voce, si affideranno di meno alle forme di ricerca convenzionali. Per esempio spariranno i menu, a favore delle cosiddette “azioni istantanee”: i sistemi inizieranno a capire ciò che vogliamo; senza dover navigare nei menu, le azioni accadranno all’istante. Ma anche il mondo del SEO (il search engine optimization) cambierà, inizieremo a produrre siti web ottimizzati per gli assistenti digitali.

E anche all’interno delle aziende vedremo delle novità. A novembre, Amazon ha annunciato l’intenzione di mettere un altoparlante Echo su ogni scrivania dotato del servizio Alexa for Business. Ciò consente alle aziende di impostare routine vocali per le videoconferenze o per facilitare l’esecuzione di attività ripetitive, collegandosi per esempio a servizi aziendali come la posta elettronica, Salesforce o SAP.

Se poi immaginiamo che gli assistenti digitali potranno diventare l’interfaccia utente di informazioni che provengono dai miliardi di sensori IoT utilizzati per lo svolgimento delle più svariate attività, e facilitati dall’imminente arrivo del 5G, ecco un quadro dove la parola assistente comincia a prendere un senso più compiuto. Possiamo inoltre immaginare, che il nostro assistente, comincerà presto ad uscire “da casa” o dal telefono e lo troveremo in auto, in ufficio o negli elettrodomestici con i quali si interagisce. Insieme alla personalizzazione, prenderà piede la componente video o immagine. Secondo un rapporto della società di media e marketing Mindshare e del J. Walter Thompson Innovation Group dell’aprile 2017, alcuni utenti di Siri e Alexa riferiscono di aver persino avuto fantasie sessuali su di loro. Oltre un terzo dei normali utenti di tecnologie vocali afferma di apprezzare il proprio assistente vocale così tanto da desiderare che sia una persona reale. Forse si tratta di eccessi, ma le statistiche di solito non mentono.

La vera svolta nell’evoluzione degli assistenti virtuali però, l’avremo quando saranno in grado di passare dai task ai goal, cioè dai compiti agli obiettivi. I compiti sono operazioni relativamente semplici che possono richiedere un grande sforzo, ma generalmente non richiedono molto in termini di ragionamento complesso, giudizio, decisione accurata e pianificazione, mentre gli obiettivi sono raccolte di compiti più complesse che richiedono un livello significativo di ragionamento complesso e di capacità decisionale. Le future intelligenze artificiali andranno in questa direzione.

Ce ne accorgeremo quando saranno diventate proattive, facendo cose che non sono state esplicitamente richieste. Oggi al massimo sono in grado di darci promemoria e avvisi, domani arriveranno al punto di fornirci informazioni e servizi prima ancora che siamo consciamente consapevoli che potremmo averne bisogno. Quando questa proattività entrerà nel portafoglio, cioè consentiremo all’assistente digitale anche di spendere nostri soldi, per anticipare le nostre necessità, allora a mio avviso avremo dei veri compagni e non dei semplici maggiordomi. Un esempio plausibile? Se ci pensate non è nemmeno difficile. Il prossimo weekend avete una cena con amici, l’avete segnata sul vostro calendario di gmail, l’assistente digitale accede al vostro account on-line che usate per comprare il vino (e quindi conosce i vostri gusti) ed a quello di paypal per fare un pagamento e procede con l’ordine. Sapendo dalla vostra carta di credito quanto avete già speso questa settimana e dalla cantinetta collegata in rete quante bottiglie avete ancora “a stock”, è in grado di raggiungere un obiettivo di acquisto, rispettando requisiti di prezzo, qualità e quantità. Ed anche di tempo, perché la consegna avverrà negli orari cui siete solitamente in casa.   

Ma questo è il futuro, non il presente.

Limiti della tecnologia? Più che altro dovremmo parlare di limiti dell’uomo. Il cervello è infatti programmato, per fare una sola cosa alla volta. Interagire con un’interfaccia e fare conversazione, apparentemente facilita il fare più cose contemporaneamente, ma solo perché i tuoi occhi o le tue mani, sono liberi, non significa che il tuo cervello lo sia. Mi spiace per i credenti nel “multi-tasking”, ma biologicamente non è così: è provata l’impossibilità di combinare l’elaborazione uditiva con le attività quotidiane. Il cervello semplicemente dopo un po’ si perde e non è più efficiente. Quindi, fino a che gli assistenti digitali non saranno in grado di operare in autonomia e rendersi proattivi, la più grande barriera alla loro diffusione, siamo noi stessi.

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STRADE FATTE DI PLASTICA

Il colosso della chimica Dow Chemical ha iniziato a costruire strade fatte di plastica riciclata, evitando finora che oltre 100 tonnellate di rifiuti finissero in discarica. O peggio ancora nell’ambiente.

Nel 2015, la società di costruzioni olandese Volker Wessels ha stimato che le strade in plastica riciclata potrebbero durare almeno 50 anni, circa il triplo delle strade convenzionali e sopportare temperature estremamente calde o fredde che vanno da +70 gradi a -40 gradi.

Il test sono poi iniziati nel 2017, anno in cui la Dow ha cominciato a collaborare con il governo indonesiano per impedire ai rifiuti di plastica del paese di andare ad inquinare l’oceano. All’epoca, l’Indonesia era il secondo maggior contributore al mondo per l’inquinamento plastico marino, tanto che la nazione ha fissato un obiettivo di riduzione dell’immissione di rifiuti nell’oceano del 70% entro il 2025. Dow offrì consigli tecnici su come trasformare la plastica del paese in strade. Poco dopo, l’azienda ha aiutato due città indiane, Bangalore e Pune, a sviluppare strade con oltre 100 tonnellate di plastica riciclata.  A luglio ha compiuto sforzi analoghi in Tailandia, il sesto maggior produttore al mondo di rifiuti oceanici.

Dopo aver condotto questi programmi pilota al di fuori degli Stati Uniti, la Dow ha finalmente portato il progetto vicino a casa: a febbraio, la compagnia ha costruito due strade private nella sua struttura a Freeport, in Texas – a circa un’ora da Houston – utilizzando 1 tonnellata di plastica riciclata, il peso equivalente di 120.000 sacchetti di plastica.

Anche se la società non ha rivelato il rapporto tra l’asfalto e la plastica nella sua formula, perché si tratta ancora di un mix, non certo di plastica “pura”, sembrano esserci interessanti benefici potenziali: a parte quello ovvio legato al riutilizzo virtuoso della plastica, gli esperti di strade dicono che la miscela in questione è resistente alla corrosione da agenti atmosferici o dei veicoli stessi, che significa ridurre le buche e di conseguenza anche la necessità di costosa manutenzione successiva.

Ma è tutto oro quel che luccica? Ovviamente no. Nonostante questi benefici, la plastica deve ancora diventare un vero tema o un hot topic, come si suol dire, negli Stati Uniti. Il leader della sostenibilità globale di Dow, sostiene che per adesso l’importante è aumentare la consapevolezza che le strade di plastica sono un’opzione praticabile. Poi, la realizzazione, si dovrà anche confrontare con i regolamenti e le leggi dei singoli Paesi, il che significa che l’adozione non dipende solo dalla bontà tecnologica dell’idea, ma anche dalla volontà politica dei governanti di turno.

E se l’interesse per qualcosa che costa meno e dura di più dovrebbe darsi quasi per scontato, la bontà tecnologica dell’idea è già sotto attacco.  Alcuni ambientalisti temono infatti che il riscaldamento della plastica usata per costruire le strade, possa causare il rilascio di sostanze chimiche tossiche nell’atmosfera. Un ricercatore che ha lavorato sulla soluzione per combinare plastica e asfalto ha recentemente affermato che la miscela presenta rischi solo a temperature superiori a 270 gradi. Ma vista la limitata quantità di test, la gente per ora si pone anche domande più semplici: avrà odore? cosa succederà se anche occasionalmente le temperature dovessero alzarsi o abbassarsi oltre le tolleranze stimate? in caso di pioggia aumenterà il rischio di acqua-planing? c’è rischio per la salute degli operai che stenderanno la miscela? e se dovesse scatenarsi un incendio a causa di un incidente? Tutte domande legittime e per ora ancora senza risposta esaustive.

Insomma è evidente che per passare da una potenziale buona idea all’adozione su larga scala, come sempre serve una convergenza di mondi accademico, industriale / commerciale e politico, e quindi l’argomento richiede ancora molti approfondimenti. In realtà però se vogliamo veramente ragionare al futuro, vengono in mente altre due considerazioni.

Primo, ma la plastica che futuro ha? Le ricerche su come smaltire, convertire, riutilizzare la plastica trasformandola in qualcosa di più virtuoso sono ormai tantissime. Anche a The Future Of, recentemente abbiamo parlato della possibilità di trasformare la plastica in carburante. Quando una di queste tecnologie vedrà la luce e risulterà vincente su tutte le altre, la maggior parte della plastica finirà li. Ce ne sarà ancora per fare le strade?

E secondo, è davvero la direzione più probabile per il futuro delle strade? Sicuramente ha dalla sua la competitività dei costi, ma nei prossimi post prometto che andremo ad approfondire l’idea molto stimolante di costruire strade che sono in grado di ricaricare i veicoli, probabilmente sempre più elettrici rispetto ad oggi. Un po’ come quando appoggiate il vostro smartphone sulla ricarica senza fili. Se e quando accadrà, le strade saranno ancora di asfalto e magari di plastica o dotate di pannelli o progressivamente fatte di materiali adeguati allo scopo? Una domanda quantomeno lecita.

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SOCIAL SCORING IN CINA

Secondo l’Associated Press, che ha ottenuto una copia di un rapporto governativo cinese, nel 2018 è stato vietato l’acquisto di 23 milioni di biglietti aerei o ferroviari a persone con un punteggio di credito sociale o social scoring troppo basso. Secondo i dati forniti dal Centro nazionale cinese di informazione sul credito pubblico della scorsa settimana, i divieti hanno riguardato 17,5 milioni di biglietti aerei e 5,5 milioni di biglietti del treno ad alta velocità. Un numero in forte crescita rispetto ai soli 6,15 milioni di divieti operati nel 2017. Lo scorso maggio, infatti, il governo ha esteso il divieto di viaggio a persone aventi bassi punteggi di credito sociale, di fatto escludendole dalla possibilità di circolare.

Queste persone erano diventate sgradite o “screditate” per crimini comportamentali non meglio specificati, un elenco in continua evoluzione che si va ad aggiungere alla vera e propria lista nera pubblica di coloro che sono stati giudicati colpevoli di reati in tribunale, che il governo cinese punisce di default limitando la loro capacità di acquistare biglietti aerei e ferroviari.

Si suppone che l’identificazione di punteggi di credito sociale bassi contribuisca a prevenire comportamenti fastidiosi nel trasporto pubblico, come occupare il posto riservato ad un’altra persona e rifiutarsi di cederlo al legittimo proprietario. Il recente video del passeggero che rifiuta di muoversi è diventato virale, con gli utenti cinesi che chiedono maggiori punizioni per le persone che agiscono in questo modo.

Il governo cinese ha messo in atto politiche indipendenti per monitorare gli individui e punire i cattivi comportamenti. Stando a quanto ci racconta il web, il ranking sociale agli occhi del governo potrebbe essere abbassato a chi non paga le tasse, fuma dove è vietato, pubblica fakenews online, prende multe al volante, sporca a terra o appunto occupa il posto altrui sul treno. Ma a quanto pare l’elenco di comportamenti sanzionabili è molto esteso ed anche le tipologie di punizione si stanno allargando. 17 persone che hanno rifiutato di prestare servizio militare, l’anno scorso sono state escluse dall’iscrizione alle scuole superiori. A luglio, un’università cinese ha negato a uno studente l’ammissione perché suo padre aveva un cattivo punteggio di credito sociale. Alle persone che infrangono questa sorta di “contratto sociale” verrebbe inoltre vietato di svolgere lavori manageriali in aziende statali e grandi banche. Fino ad arrivare ad interpretazioni che definire bizzarre sembra poca cosa. La città cinese orientale di Jinan ha iniziato a far rispettare un sistema di credito sociale per i proprietari di cani nel 2017, per cui i proprietari di animali domestici perdono punti se il cane viene scoperto senza guinzaglio o disturba. Coloro che hanno perso tutti i punti, si sono visti confiscare l’animale.

In compenso pare che il social scoring sia usato anche per premiare i cittadini virtuosi: per esempio possono prenotare un albergo senza pagare un anticipo, ricevono sconti sulle bollette, migliori tassi sui mutui o semplicemente i loro profili vengono promossi nei siti di incontri!

Attualmente, ogni volta che una persona passa da un posto di blocco, come quando si va in un’altra città, o si entra ed esce dalla Cina, viene già richiesta la presenza di impronte digitali e l’identificazione. E chiaramente di fronte agli esperimenti dilaganti di riconoscimento facciale, in realtà a breve non sarà più nemmeno necessario passare dai classici metodi di identificazione. La Cina ha infatti l’obiettivo di sviluppare un sistema che consenta di identificare un individuo in soli 3 secondi con il 90% di accuratezza. Ma la sorveglianza sembra estendersi a molte altre tecnologie: dai droni, telecamere di vario tipo, piattaforme di analisi dei dati sui social network, fino alle classiche dogane al confine e negli aeroporti ma anche occhiali dotati di sensori e software dedicati in dotazione alle forze di polizia. E quindi dall’identificazione della persona a conoscere il suo social scoring, ed eventualmente limitarne qualche tipo di libertà, basterà un attimo.

Una volta che i file saranno stati raccolti con successo, cioè i cittadini catalogati, la speranza delle autorità è di essere in grado di identificarli tutti sulla base di impronte digitali o altri dati biometrici. Entro il 2020, infatti, la Cina intende avere un file su ogni cittadino cinese che includa tutti i dati raccolti sul suo comportamento, in base ai documenti governativi disponibili. Anche perché il programma è obbligatorio.

Qual è lo scopo del programma? La Cina considera il punteggio di credito sociale come un modo per influenzare il buon comportamento, che aiuterà a ridurre alcuni dei problemi del paese. È un modo per spingere i cittadini a rispettare la legge, non sprecare l’energia, essere fiscalmente responsabili e persino obbedienti al partito ove necessario. Il sistema è anche un mezzo per influenzare migliori pratiche commerciali, ridurre le frodi e la corruzione endemica che generano mancanza di fiducia nel mercato cinese. Chi è a favore del sistema creditizio ritiene che problemi come la sicurezza alimentare e le merci contraffatte verranno risolti grazie al nuovo programma in vigore. The Future Of è un podcast che parla di tecnologia, ma dal momento che la tecnologia prima o poi collide sempre con l’essere umano, pur non volendo esprimere giudizi, la sensazione qui è ampiamente negativa; la combinazione: controllo ed orientamento dei comportamenti da parte del governo, violazione palese della privacy e restrizioni delle libertà dei cittadini, anche di coloro che “sbagliano”, non sembra promettere nulla di buono e sembra essere ancorata ad una visione negativa dell’uomo e del popolo.

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TIKTOK E YOUTUBE INCIAMPANO SUI MINORENNI

E’ stata una settimana difficile per Youtube e per ByteDance, la società proprietaria di TikTok, entrambe inciampate rovinosamente sulla gestione dei dati e della protezione dei minori. Se Youtube non ha bisogno di presentazioni, TikTok è invece diventata rapidamente una delle più popolari app di social media, tanto che ByteDance è stata battezzata come la startup di maggior valore al mondo. TikTok, che consente agli utenti di caricare video clip di 15 secondi potenziati da numerosi e sofisticati effetti audio e video, ha superato il numero di utenti di Snapchat e Twitter e con il suo recente traguardo di 1 miliardo di download, è indiscutibilmente l’app del momento. La quale ha chiaramente avuto grande successo anche nei nostri confini, vantando si stima oltre 4 milioni di utenti.

Ma come molte app di social media, TikTok ha alimentato una serie di preoccupazioni legate alla privacy online, in particolare per quanto riguarda la sicurezza dei bambini. Settimana scorsa, ByteDance ha accettato di pagare alla Federal Trade Commission una multa di oltre 5 milioni di Euro, perchè avrebbe illegalmente raccolto informazioni private sugli utenti.

Anche se l’app formalmente non consente l’utilizzo a minori di 13 anni, ci sono parecchi dubbi sulla vera età di parte della popolazione che la utilizza. Ciò viola la legge sulla protezione della privacy online dei bambini del 1998, che mira a proteggere i minori di 13 anni dai danni su Internet impedendo alle società di raccogliere le loro informazioni senza il permesso dei genitori. Il pagamento di TikTok è la più grande sanzione civile che la Federal Trade Commission abbia mai comminato in nome della privacy dei bambini, e questa decisione avrà probabilmente importanti implicazioni per altre società a rischio di negligenza riguardo alla privacy ed alla sicurezza dei minori.

Ma non finisce qui, l’app è stata definita un “terreno di caccia” per predatori, in grado di comunicare con i bambini tramite il sistema di messaggistica interno. Raccogliere i dati dei bambini sembra infatti essere solo la punta dell’iceberg quando si tratta di potenziali pericoli. Lo scorso weekend, la National Society for the Prevention of Cruelty to Children, il più grande gruppo di beneficenza del Regno Unito, ha pubblicato una ricerca completa su TikTok, basata sull’analisi di 40.000 casi. Ha scoperto che il 25% dei bambini è entrato in contatto con un estraneo su TikTok, e ad uno su 20 è stato chiesto di spogliarsi durante i live streaming.

Anche YouTube è attualmente sotto tiro, per non aver agito abbastanza velocemente da fermare presunti pedofili sulla rete. Per anni, alcuni utenti hanno lasciato commenti a sfondo sessuale sotto i video di ragazzini che giocano o fanno esercizio fisico. Dopo che molte grandi aziende hanno iniziato a ritirare le loro pubblicità da YouTube, il gigante della condivisione video si è attivato per bloccare questi utenti e rimuovere i commenti.

YouTube ha disattivato i commenti su milioni di video perché erano utilizzati dai pedofili per comunicare tra loro e, presumibilmente, anche per linkare video di abusi sui minori. Una decisione in se positiva, però arrivata solo dopo il boicottaggio pubblicitario del servizio da parte di AT&T, della Epic, cioè lo sviluppatore del popolare gioco Fortnite, e molti altri.

Tutto questo fa schifo ed in questo podcast lo condanno senza mezzi termini, ma il nostro compito qui è anche chiederci: ma la tecnologia può aiutare in qualche modo? Come per tutti i grandi social, sembra che TikTok non abbia alcun modo di poter stanare davvero i minorenni, nel senso digitale del termine ed analogamente come può YouTube controllare davvero milioni di commenti? Qui a The Future Of qualche dubbio ci è venuto.

Esistono software in grado di stimare con un buon grado di accuratezza l’età di una persona osservandone il volto: sarebbero di facile applicazione insieme al cam dello smartphone.

Così come non sarebbe difficile sottoporre chi si sta registrando ad un’app, ad un test adeguato a certe età e non ad altre: lo sviluppo cognitivo di un ragazzino di 13 anni è diverso da quello di uno di 10. Le ricerche svelano che ci vogliono circa 12 anni per sviluppare pienamente le strutture cognitive che consentono ai ragazzi di “maturare” un pensiero etico. Prima dei 12 è difficile, se non impossibile, che un bambino colga pienamente l’impatto delle proprie azioni sugli altri, online o in altro modo.

Alcune banche utilizzano degli algoritmi per riconoscere se chi sta usando l’app dell’on-line banking sia proprio il titolare del conto stesso o l’utilizzatore abituale, e quando si accorgono di percorsi di navigazione inconsueti, di velocità di scroll o scelta nei menu di navigazione molto diversa dal comportamento classico dell’utente, possono arrivare a bloccare l’app o il conto stesso! La stessa tecnologia potrebbe essere utilizzata per stabilire il profilo, la velocità, il modo in cui naviga un tredicenne che di sicuro è diverso da quanto fa un bambino più giovane.

Oppure basterebbe un controllo parentale via email, sms o meccanismo simile. E se a questo fosse necessario associare un documento di un adulto, una qualsiasi intelligenza artificiale, anche mezza stupida, potrebbe riconoscere se è vero, se non è già stato usato o cogliere tracce di falsificazione molto rapidamente.

Motivo per il quale, l’inerzia di YouTube suona come ancora più grave. L’analisi del testo e l’identificazione di ricorrenze abituali è il punto di partenza della storia recente dell’intelligenza artificiale. Pensare che non sia stata in grado di cogliere commenti e ammiccamenti sessuali è semplicemente improbabile.

Sarebbe molto grave se fosse davvero solo un tema di risparmio di costi. ByteDance ha acquistato TikTok, che prima per la cronaca si chiamava Musical.ly, per 1 miliardo di dollari ed è pronta per la quotazione in Borsa e YouTube è notoriamente proprietà di Google, una delle prime tre società più ricche al mondo. Possiamo solo augurarci che correggano in fretta le loro prassi e le eventuali negligenze.

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DAL DIVANO AL DECOLLO IN 60 MINUTI

Sono uscito di casa alle ore 6 del mattino, direzione aeroporto. Il mio volo decolla alle 7. Il mio assistente digitale ha puntato la sveglia alla perfezione, ma in ogni caso il chatbot del mio agente di viaggio virtuale mi ha fatto il consueto squillo di alert un’ora prima di uscire.

L’auto a guida autonoma che ho avvisato col telefono di venirmi a prendere davanti a casa mi aspetta puntuale e ben riscaldata. Appena entrato nel suo raggio d’azione, il bagagliaio si è aperto, vi ho riposto la borsa e mi sono messo alla guida. Anche se potrebbe fare da sola, mi piace ancora guidare, anzi mi aiuta a svegliarmi, concentrarmi ed attivarmi un po’, così ho impostato la guida manuale. Ho controllato il livello della batteria, è solo al 20%, ma probabilmente si ricaricherà un pochino lungo il percorso, visto che da qualche mese hanno installato nelle strade dei pannelli che ricaricano il veicolo, un po’ come accade con lo smartphone a casa, ma in movimento. Come previsto, il navigatore mi ha guidato per le strade più veloci e meno trafficate fino al parcheggio coperto più vicino all’ingresso dell’aeroporto. E non è un modo di dire. Un sistema di tracking usato dalla mia macchina e dal cervellone del parcheggio, ha già stabilito esattamente qual è il mio posto e non appena la videocamera all’ingresso ha riconosciuto la mia targa, il pilota automatico ha fatto tutto da solo. Sono le 6.25.

Ho camminato pochi passi fino ad un vagone che passa ogni due minuti appena. Ho appoggiato il cellulare su un piccolo scanner e lo schermo mi ha indicato la fermata cui scendere. L’aeroporto ha ben quattro terminal, ed ognuno di loro oltre una ventina di imbarchi, quindi sbagliarsi e seguire per il B20 quando si parte in realtà dal C4 sarebbe davvero facile se fossi distratto. In passato mi è capitato una volta di perdere l’aereo, ma adesso con questi sistemi che ti informano sul gate ancora prima che parti da casa, il trenino che ti porta al terminal giusto ed il percorso sul telefono, sbagliarsi è quasi impossibile.

E se poi avessi ancora qualche dubbio, basta avvicinarsi ad uno di quei robottini che vanno avanti e indietro per i corridoi a fare da info-point. Se entri nel loro raggio d’azione con il telefono accesso, scaricano tutti i dati su di te e sul tuo viaggio e sono in grado di rispondere alla maggior parte delle domande, con un linguaggio talmente naturale da sembrare umani.

Sono le 6.40, scendo dal trenino e passo sotto il portale dello scanner. Non so nemmeno dove sia la telecamera che grazie ad un potente sistema di riconoscimento facciale mi ha riconosciuto in appena un secondo. Ho letto che l’accuratezza ha ormai superato il 99,99%, quindi adesso da qualche parte, in qualche database sanno che sono qui. Dicono che l’ultima evoluzione dello strumento consenta anche una continua analisi del comportamento non verbale del corpo. Se avessi cattive intenzioni probabilmente mi sarebbero già saltati addosso.

Non ho invece mai ben capito come funziona il tunnel. Basta passarci dentro camminando con il bagaglio e lui scannerizza il contenuto a distanza. L’intelligenza artificiale che c’è dietro, credo sia stata allenata a riconoscere talmente tanti oggetti e combinazioni di oggetti che se avessi in valigia qualcosa di pericoloso o provassi a non dichiarare del cibo o qualcosa di proibito, se ne accorgerebbe da sola in un battito di ciglia. Del resto, il tempo di camminare nel tunnel non è più di una decina di secondi.

Alle 6.50 salgo sull’aereo dal finger. Lascio la mia valigia con il suo tag, che ho comprato per pochi Euro l’anno scorso, sul rullo appena prima di salire sull’aeromobile. Grazie a quel tag ed all’app, posso verificare dove si trova in tutto il mondo in qualsiasi momento. Con i motori già caldi e rombanti siamo pronti al decollo.

Di sicuro avete pensato che questa storia sia decisamente romanzata ed improbabile al giorno d’oggi. Oggi si, ma domani no.

L’auto a guida autonoma sta arrivando, l’idea che possa uscire da un parcheggio ed arrivare di fronte a casa da sola sarà una funzionalità normale dei veicoli. La Tesla Model 3 al costo di 5.700 Euro offre i pacchetti Autopark per fare da sola parcheggi paralleli e perpendicolari e Summon, per far si che il veicolo esca dal parcheggio e venga a prenderci.

Nel 2018 in Cina, come riportato e ben descritto da ilpost.it, è stato realizzato un tratto di autostrada lungo circa un chilometro che produce energia elettrica, grazie a pannelli solari fotovoltaici installati al posto del tradizionale asfalto. Il tratto stradale è sperimentale, ma sta dando buoni risultati e potrebbe essere presto arricchito con altre strumentazioni per collegarsi con i sistemi di bordo delle automobili e caricare le batterie dei veicoli elettrici mentre sono in viaggio.

Sull’identificazione del parcheggio libero più vicino e disponibile, sembra una tecnologia persino banale. La Volskwagen, dal 2018 la sta sperimentando all’aeroporto di Amburgo. Secondo la multinazionale di Wolfsburg, in futuro, dopo essere arrivati a destinazione sfruttando il pilota automatico dell’auto, lasceremo che le vetture vadano a trovarsi un posto da sole: la ricerca del posto libero e le relative manovre di parcheggio saranno eseguite autonomamente, “senza stress, possibilità di danni e soprattutto senza perdite di tempo”.

Sul riconoscimento facciale sappiamo che la Cina ha in programma di avere a disposizione entro due anni un sistema che consenta l’identificazione di una persona in 3 secondi e con un grado di accuratezza superiore al 90%. Da li in poi, lo sforzo sarà “solo” quello di migliorare le performance esistenti.

Il tunnel è oggi un prototipo. Per esempio, il walk-through scanner, nato dalla collaborazione tra Sequestim Ltd. e gli scienziati dell’Università di Cardiff, è in grado di riconoscere gli oggetti che possono rappresentare una minaccia per la sicurezza dei passeggeri, anche se ben nascosti sotto gli abiti. Gli addetti ai lavori assicurano che il sistema “imparerà” presto a differenziare gli oggetti vietati da quelli ammessi, scongiurando il rischio di falsi allarmi. Da oltre un decennio si parla di scanner molecolari, che operando anche da una distanza di 50 metri, saranno in grado di verificare i liquidi contenuti nelle borse. In alcuni aeroporti sono già disponibili.

Il tag digitale per le valige è un progetto pilota di British Airways.

Perché il futuro è già qui.

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