Puntata #6

Il podcast che racconta il nostro futuro

Come funzionano gli assistenti digitali virtuali come Alexa, che stanno entrando nelle nostre case o sono già dentro gli smartphone? E quale evoluzione avranno nel prossimo decennio?
Voliamo in Cina per scoprire perchè i genitori sottopongono i figli al test del DNA per cercare i loro talenti nascosti, ed in Svezia per capire come e quando il Paese diventerà la prima cashless society al mondo.
E poi ancora conosciamo la gomma che si auto-ripara ed i suoi infiniti campi di applicazione e le tende che purificano l’aria di Ikea, ultimo esempio di utilizzo innovativo di oggetti comuni.


COME FUNZIONANO GLI ASSISTENTI DIGITALI VIRTUALI – PARTE 1

In questo episodio parliamo di assistenti digitali virtuali, per esempio, Alexa, Siri, Google Assistant, Cortana. Nella prima parte che state per ascoltare andiamo a descrivere come funzionano questi portenti della tecnologia che sono già entrati con prepotenza nelle nostre tasche e nelle nostre case, mentre settimana prossima approfondiamo quale sarà la loro evoluzione nel prossimo decennio.

Secondo un rapporto di Edison Research, oltre 51 milioni di americani possedevano già nel 2018 uno “speaker intelligente” come Amazon Echo o Google Home. Il tasso di adozione che si sta registrando oggi, per questi dispositivi attivati dalla voce è più rapido di quello che ebbero gli smartphone dieci anni fa. E a proposito di smartphone, anche loro hanno a bordo assistenti digitali, tra cui i più noti sono Siri di Apple, Google Assistant e Cortana di Microsoft che è accessibile anche su Xbox ed altri dispositivi.

Secondo una statistica condivisa recentemente su statista.com, il mercato degli assistenti digitali virtuali varrà circa 12 miliardi di dollari nel 2020 ed avrà 1,6 miliardi di utenti attivi. Da qualsiasi prospettiva si guardino le più recenti analisi di mercato, è chiaro che siamo di fronte ad un’evoluzione di ampia portata.

Del resto, il linguaggio naturale è quello preferito dall’uomo piuttosto che usare il mouse, spuntare checklist, o impartire comandi scritti con un linguaggio di programmazione che per sua natura è più complicato del parlato quotidiano. Ma non illudiamoci, in termini di intelligenza gli assistenti digitali operano ancora grazie a regole, modelli ed approcci euristici piuttosto che in base ad una vera e profonda conoscenza del significato umano delle parole o delle frasi dette. Anzi approfondendo un poco il funzionamento di questi dispositivi risulta che: l’Intelligenza Artificiale debole è lo stato dell’arte, alcuni aspetti dell’intelligenza a livello umano sono impiegati, ma solo in un senso molto limitato e l’intelligenza artificiale generale, che è il punto di arrivo in cui una macchina ragiona come l’uomo, è ancora un obiettivo lontanissimo.

Tutto sommato, considerando che le domande che facciamo ai nostri assistenti digitali sono oggi abbastanza semplici e banali, non sembra essere un grande problema. Molti di noi, infatti, utilizzano questi dispositivi principalmente per controllare le previsioni del tempo, aggiornarsi sui risultati delle partite o impostare sveglie e timer. Anche se come diremo fra poco, le potenzialità si stanno moltiplicando di giorno in giorno.

Ma come funzionano di fatto? Prendiamo a riferimento Alexa, perché in Italia è stata lanciata lo scorso autunno, ha fatto pubblicità anche in televisione ed ha portato lo strumento all’attenzione del grande pubblico; ma le logiche di funzionamento sono le medesime degli altri assistenti. Alexa si connette a Internet tramite la rete WiFi domestica. È sempre accesa ed in attesa della parolina magica per svegliarla, tipo “ciao Alexa”.

Questo è necessario per minimizzare i falsi positivi e gli errori, che potrebbero portare ad operazioni accidentali, tra le quali persino degli acquisti e di conseguenza clienti infuriati. Sin da questa fase le attività sono davvero impegnative per la macchina in quanto il software ha bisogno di identificare le differenze di pronuncia, e ha bisogno di farlo sul dispositivo, che ha una potenza limitata della CPU.

Lo smart speaker ha una serie di microfoni che possono captare la voce dall’altra parte della stanza, anche in presenza di musica o altri rumori ambientali e già oggi è in grado di riconoscere oltre il 90% delle parole che dite. E questo aspetto, che sembra quasi un’ovvietà non lo è: non è solo un tema di avere tanti microfoni (ben sette nel caso di Alexa), bensì di avere all’interno un sistema, un software, che pulisca il suono sin da subito, lo amplifichi e lo renda pronto per le attività successive.

Una volta ascoltata la parola che risveglia il sistema, il dispositivo raccoglie i comandi vocali che seguono, cioè li registra fino a che non avete finito di parlare, e li invia a un servizio di riconoscimento vocale naturale nel cloud chiamato Alexa Voice Service o AVS. Il cloud è l’unica tecnologia ad oggi utilizzabile perché è scalabile.

Questo modo di procedere, ha già due implicazioni profonde: primo il dispositivo deve attendere che finiate di parlare, non è in grado di avere un vero e proprio dialogo con voi e, secondo, se non avete una connessione ad internet state parlando con un pezzo di plastica che non vi risponderà mai. Il servizio AVS di Amazon, a questo punto trasforma il testo in comandi, partendo da un sofisticato algoritmo di speech-to-text, cioè di trasformazione del parlato in testo, li elabora e rispedisce indietro la risposta appropriata che fa il percorso inverso, da istruzione scritta a parlato e viene poi narrata a voce alta per voi.

La trasformazione da voce a testo, comandi, testo e ancora voce è gestita da un insieme di algoritmi di intelligenza artificiale che vanno sotto il nome di natural language generation (NLG), la cui velocità è diventata straordinaria, anche grazie all’aumentata capacità di calcolo dei computer. Per convertire l’audio in testo, Alexa analizza le caratteristiche del parlato dell’utente come la frequenza e il tono e le classifica. Un decodificatore determina quale sia la sequenza di parole più probabile, date le caratteristiche dell’input. L’esercizio è diviso in due fasi: primo la ricerca della sequenza più probabile basata su un’enorme quantità di testo esistente, senza guardare le caratteristiche della voce, secondo la ricerca del cosiddetto modello “acustico” che è di fatto la parlata tipica di ogni singola persona, che il sistema ha imparato dalle interazioni precedenti grazie ad algoritmi di deep learning. Queste due fasi vengono combinate e in un processo che prende il nome di codifica dinamica e che deve avvenire in tempo reale. Del resto se fatta una domanda, la risposta arrivasse dopo troppo tempo, la customer experience sarebbe abbastanza deludente.

Siamo nel più ampio campo del machine learning, che in una delle puntate precedenti abbiamo descritto come una branca dell’intelligenza artificiale che mira a dare alle macchine la possibilità di apprendere un’attività, senza codice preesistente scritto dall’uomo. E’ evidente quindi che l’aumento della base utenti per gli assistenti digitali, più che un problema rappresenta un’opportunità, perché ogni volta che il sistema fallisce una risposta ed interviene un meccanismo di correzione, integrazione da parte dell’uomo o apprendimento in senso più generale, quale che esso sia, quel piccolo progresso viene immediatamente messo a disposizione di tutti gli utenti che in futuro si troveranno a fare la stessa domanda o a richiedere il medesimo output.

Alla fine dell’anno scorso un team di analisti ha condotto una ricerca molto approfondita per capire quale è il miglior assistente digitale virtuale presente sul mercato. Il team ha fatto metodicamente 4.942 domande ad Alexa, Siri, Google Assistant sia su un telefono che su Google Home e Cortana di Microsoft. Sì, hanno completato ben 24.710 domande separate! Davvero uno sforzo che ha richiesto molto lavoro.

Secondo la ricerca, la migliore performance nel 2018 è di Google Assistant su smartphone. Questo potrebbe non essere un grosso shock, dato che Google ha accesso a una serie immensa di informazioni e gestisce abitualmente miliardi di query utente. Questo assistente digitale è stato capace di rispondere a quasi l’80 percento di tutte le domande, il che significa che c’erano pochissime risposte frustranti “Non capisco cosa intendi”. E, tra le risposte alle domande, il tasso di accuratezza di Google ha superato il 90 percento.

In confronto, Cortana è stata capace di rispondere a poco più del 60% delle domande, con Alexa a poco più della metà e Siri a poco più del 40%.

Ed ora? Settimana prossima, nella prossima puntata, parleremo di come si evolveranno gli assistenti digitali, di come entreranno prepotentemente nel mondo business, di come saranno capaci di passare dai “task ai goal”, di come si integreranno con una componente video o olografica, ma anche dei limiti oltre i quali non potranno andare. Mai come in questo caso, vi posso raccomandare di restare “connessi” con The Future Of.

TI PIACE QUELLO CHE HAI ASCOLTATO E LETTO?

PER FAVORE CONDIVIDILO!

RICERCA DEL TALENTO E DNA

A Shenzhen, anche i bambini dell’asilo fanno i compiti. Potete accorgervene dagli zaini pieni di libri di studio che li appesantiscono mentre attraversano i cancelli della scuola alle 8 di mattina e di nuovo alle 5 del pomeriggio quando escono. Nel mentre anche lezioni di ballo, lezioni di pianoforte, tutor per imparare la lingua inglese, sessioni di kung-fu e così via. E dopo cena i compiti per il giorno dopo. Questi bambini sono fortunati se riescono ad andare a letto entro le 10.

Ma non basta, il timore di vedere i propri figli restare indietro rispetto ai coetanei, ha spinto i genitori cinesi a cercare qualcosa che dia loro un quid in più. Alcuni si stanno ora rivolgendo a società di test genetici che affermano di poter trovare talenti nascosti nel loro DNA. Non ci sono molte basi scientifiche per i test, ma a giudicare dal numero di cliniche che spuntano in città come Shenzhen, sembra che il “talent testing” sia una delle ragioni per cui l’industria genetica cinese è in rapida e costante crescita.

Una clinica, citata in un articolo apparso recentemente su Interesting Engineering, sostiene di ricevere tra cento e duecento richieste di test da parte di genitori per i loro figli ogni settimana. Il test in se parte da un semplice tampone alla guancia che serve a raccogliere il DNA del paziente che poi viene sequenziato in laboratori dedicati e rispedito alle cliniche, che presentano le loro conclusioni. Una sequenza completa del genoma costa circa $ 4.500, una batteria di test per la ricerca di talenti ereditari “solo” $ 2.500, mentre il test più semplice, che esamina solo 10 indicatori di talento, costa appena $ 160.

Il test completo sembra essere il più richiesto ed include l’analisi di potenziali condizioni ereditarie, la ricerca di abilità musicali, matematiche e di lettura, ma anche talenti sportivi o attributi come timidezza, introversione, estroversione e memoria.

Quindi se da una parte dobbiamo considerare il detto cinese che recita “’non lasciare che tuo figlio perda alla linea di partenza”, dall’altra è chiaro il forte interesse economico dietro questa pratica. Il sistema educativo infatti si sta spostando verso un approccio che sostiene come sia meglio permettere ai bambini di perseguire i loro talenti invece di spingerli attraverso un rigoroso apprendimento meccanico, se questo non si adatta alla loro personalità.

Dal puto di vista scientifico, la correlazione tra caratteristiche specifiche del DNA e talento non è per niente chiara, ma è evidente che la quantità di ricerche in materia si sta moltiplicando, dando un contributo all’evoluzione dell’argomento.

Un recente studio condotto da scienziati della Medical University di Vienna, per esempio, ha scoperto che livelli elevati di serotonina nel cervello aumentano la connettività nella corteccia cingolata posteriore, il cui funzionamento è chiave per la consapevolezza ed il pensiero diretto internamente. Quindi teoricamente se identifichiamo nel DNA una capacità di produrre più serotonina, possiamo fare un legame con l’introversione.

Altro esempio. L’ossitocina è l’ormone che assicura un forte legame tra madre e figlio sin dal grembo e viene considerato in grado di “predire” la qualità delle relazioni sociali che una persona sarà in grado di instaurare. Quindi, se si riesce a dimostrare che il DNA è fortemente capace e molto sensibile alla produzione di ossitocina, si potrebbe usare questa informazione per valutare un venditore. Un commerciale che è più sensibile all’ossitocina, sarebbe per esempio più bravo nell’aiutare le persone e nel creare una relazione, tutte cose d’aiuto durante il processo di vendita.

Premesso che bisogna lavorare ancora molto per discernere la correlazione dalla causalità, la ricerca del talento nel DNA presenta alcuni rischi.

In primis, quello di adagiarsi. Se il talento non viene coltivato ed affiancato a passione, dedizione, sforzo e sacrificio raramente può trasformarsi in qualcosa di più compiuto. Siamo tutti sicuramente grati ai genitori di Micheal Jordan per non aver insistito con il baseball o a quelli di Roger Federer per aver rinunciato a vederlo come un ottimo impiegato di banca, ma tanto talento senza l’impegno individuale e senza quello della comunità di educatori e allenatori attorno a questi campioni, probabilmente non avrebbe portato ai risultati che abbiamo ammirato sui campi.

Il secondo rischio è quello del mercato dei talenti. A qualche punto del mio percorso umano e professionale decido di “acquistare” e farmi impiantare o modificare un nuovo pezzo di DNA che potenzi le mie doti in qualche area desiderata. Un pericoloso conflitto tra doti innate ereditate e talenti indotti sperimentalmente dall’esterno, che potrebbe portare al completo successo o alla pura follia. Il terzo rischio è che comunque stiamo parlando di niente. Mi spiego. Uno studio serissimo condotto peraltro da matematici italiani dell’Università di Catania, ha in qualche misura dimostrato che non c’è correlazione tra talento e capacità di accumulare ricchezza finanziaria. Secondo gli autori dello studio, “Il paradigma meritocratico largamente dominante nelle culture occidentali altamente competitive, è radicato nella convinzione che il successo sia dovuto principalmente, se non esclusivamente, a qualità personali come talento, intelligenza, abilità, sforzi, ostinazione, duro lavoro ed assunzione di rischi.” Se questi fattori sono sicuramente utili per avere successo, la ricchezza però, confermano i ricercatori, risulta essere legata prevalentemente alla sorte.

SVEZIA LA PRIMA NAZIONE INTERAMENTE CASHLESS

La Svezia dovrebbe diventare la prima società senza denaro al mondo entro il marzo 2023. A quella data il denaro, inteso come contante, in Svezia non sarà più accettato come mezzo di pagamento.

E’ ironico, se pensiamo che nel 1661 la Svezia fu il primo paese in Europa ad introdurre le banconote, è un progetto assolutamente reale se pensiamo che la Svezia oggi è uno dei Paesi tecnologicamente più avanzati al mondo e ci sono già molti presupposti affinché diventi davvero la prima economia 100% digitale.

Ma cosa è cambiato in questi 358 anni?

Negli ultimi anni, in Svezia, quasi tutti gli acquisti sono stati pagati elettronicamente, tramite carta di debito o di credito utilizzando chip e pin oppure utilizzando la tecnologia contactless, o l’applicazione mobile Swish appositamente progettata per aiutare gli svedesi ad abbracciare una vita senza contanti.

Ciò significa che già oggi oltre l’80 percento di tutte le transazioni al dettaglio sono state completate per via elettronica, una percentuale superiore e comunque in linea con il trend che si rileva nel resto degli altri paesi nordici come Finlandia, Norvegia, Danimarca e Islanda.

Un vero e proprio stile di vita che contrasta fortemente con i paesi del sud Europa, dove il contante è ancora una forma di pagamento forte e dove ancora esistono esercenti che accettano solo contanti. Nel nord dell’Europa, al contrario, il denaro non è più accettato nella maggior parte dei negozi ed in Svezia non lo sarà più definitivamente nel 2023. In un numero crescente di negozi infatti è facile imbattersi in cartelli che recitano “Nessun pagamento in contanti in questo negozio”.

Già oggi la forma più usata è la carta o l’applicazione mobile Swish. Nel 2012, le sei maggiori banche svedesi si sono consorziate per creare una piattaforma di pagamento mobile istantanea per aiutare i clienti a effettuare più facilmente i pagamenti elettronici. L’applicazione è stata rapidamente accettata ed è utilizzata praticamente da tutti in Svezia, tanto da essere vicina a diventare un vero e proprio standard per i pagamenti in mobilità. Oggi è utilizzata regolarmente da più della metà della popolazione, mentre per esempio solo il 13% utilizza il denaro contante.

Persino ai bambini è concesso partecipare sin da piccoli all’economia senza denaro: le banche svedesi, infatti, rilasciano carte di debito a cittadini di età pari o superiore a sette anni, con il permesso dei genitori, il che significa che oltre il 97% della popolazione ha una carta. Alcuni adulti di domani che sono bambini oggi, non sapranno nemmeno com’era vivere in un mondo in cui le transazioni in contanti erano ampiamente accettate. Alcuni di loro vedranno immagini di soldi stampati solo attraverso foto, video o nei musei o durante i viaggi in paesi che utilizzano ancora il contante.

E pensare che il tutto ha avuto uno stimolo iniziale dal semplice fatto che alcuni anni fa i trasporti pubblici di Stoccolma hanno deciso di non accettare più denaro contante, consentendo solo l’acquisto di biglietti pre-pagati utilizzando un’applicazione mobile o con carta di debito dal conducente o dal distributore automatico di biglietti. Da li in poi si sono attivati il modo accademico e quello pubblico.

Il mondo accademico ha iniziato ad investigare il futuro del denaro e ad analizzare lo sviluppo della società senza contante: cosa fare per realizzarla, analisi dei costi e dei benefici che può portare, quali conseguenze sociali può avere, quali tecnologie di pagamento e modelli di business emergenti possono essere utilizzati, quale l’impatto sulla privacy e così via.

Il Governo analogamente ha cominciato a favorire questo percorso che consente un migliore controllo fiscale, ma anche migliori possibilità di contrastare i mercati della droga, della contraffazione e delle armi.

Il commercio ha seguito, anche per gli ovvi motivi di sicurezza rappresentati dal non avere contante in cassa ed oggi il 99% dei negozi accetta le carte. I contanti non sono mai necessari, nemmeno per piccoli acquisti come una cioccolata calda al mercatino di Natale di Stoccolma. Difficile da comprendere per i turisti, ma ormai è la pratica di tutti i giorni. E se pensate che sia finita qui vi sbagliate. La Banca centrale svedese sta sperimentando un progetto per introdurre la propria moneta digitale a fianco della valuta tradizionale: l’e-Krona, una valuta digitale sostenuta dalla Banca centrale e quindi dal valore costante, a differenza alle altre crypto-valute private la cui valutazione oscilla di continuo. L’e-Krona potrebbe aiutare a completare il percorso di rinuncia totale al contante. Lo schema pilota per il pubblico consumer inizia quest’anno, mentre già dal 2017 la moneta virtuale è testata nelle transazioni tra istituti bancari ed operatori specializzati. La valuta digitale svedese, se tutto va bene, potrebbe essere implementata a regime in tutto il paese già dal 2021.

GOMMA AUTO-RIPARANTE

In arrivo scarpe e pneumatici stampati in 3D in grado di ripararsi da soli in caso di foratura o di rottura. Cosa succederebbe se queste brutte esperienze diventassero una cosa del passato? Cosa accadrebbe se questi articoli potessero ripararsi da soli?

Questo è esattamente quello su cui hanno lavorato i ricercatori della University of Southern California Viterbi School of Engineering. E ciò che hanno ottenuto è a dir poco impressionante. Hanno progettato una gomma che può essere stampata in 3D e che si autoripara in poche ore. Avete capito bene, si ripara da sola.

Questo perché si basa su un metodo di stampa che utilizza la fotopolimerizzazione. La fotopolimerizzazione è un processo che utilizza la luce, visibile o ultravioletta, per solidificare una resina liquida e viene raggiunta attraverso una reazione con un particolare gruppo chimico. Se si aggiunge un ossidante all’equazione, le sostanze sui hanno lavorato i ricercatori si trasformano in disolfuri, una sostanza chimica in grado di autoripararsi.

I tecnici hanno dovuto lavorare sodo per stabilire il giusto rapporto tra i diversi gruppi per portare a efficaci capacità di auto-guarigione (dall’inglese self-healing). L’assistant professor Qiming Wang, che ha lavorato su questi materiali, ha infatti dichiarato “Quando aumentiamo gradualmente l’ossidante, il comportamento di autoriparazione diventa più forte, ma il comportamento di fotopolimerizzazione diventa più debole, esiste una competizione tra questi due comportamenti e alla fine abbiamo trovato il rapporto che può consentire sia un’elevata auto-guarigione che una fotopolimerizzazione relativamente rapida”.

Teniamo conto che se la gomma è un materiale stimolante per testare l’auto-riparazione, è proprio perchè è fatta di polimeri che sono basati su legami permanenti, covalenti, quindi forti, che non si ricompongono mai una volta spezzati. Produrre una gomma autoriparante era quindi una vera e propria sfida.

Si tratta quindi di una tecnologia che può essere un game-changer in diversi settori, sia perché in grado di ridurre i tempi di produzione, sia perché in grado aumentare la durata e la longevità di taluni prodotti o componenti. La velocità di stampa di oggetti con questo materiale è davvero molto alta. I ricercatori riferiscono di poter stampare un quadrato di 17 millimetri in soli 5 secondi! La stampa di oggetti interi richiede circa 20 minuti, poi ovviamente dipende dalla dimensione dell’oggetto. Il tempo di riparazione può salire ad alcune ore, ma in molti contesti vale la pena aspettare perché evidentemente il gioco vale la candela.

L’auto-guarigione tra l’altro funziona a temperatura ambiente e, tra 40 e 60 gradi, il materiale si autoripara al 100%, anche nell’ipotesi estrema che venga completamente tagliato a metà. Queste conclusioni provengono da test fatti su diversi prodotti tra cui un pattino, un robot morbido, un composito multifase e un sensore elettronico. Ora i ricercatori stanno lavorando su materiali autoriparanti con diversi livelli di rigidità per allargare il campo delle possibili applicazioni.

Il tutto grazie ai polimeri, che ironia della sorte è una parola di origine greca che vuol dire “molte parti”. La capacità di un polimero di auto-guarigione dipende dalla natura delle unità molecolari e dalla loro capacità di riorganizzare e ri-formare legami le une con le altre. Un polimero autorigenerante può essere adattato per diventare chimicamente “appiccicoso” lungo le linee di frattura.

Questa ricerca segue un trend che ha portato a realizzare già diversi materiali autoriparanti, tra cui asfalto, cemento e persino automobili, il che dimostra primo che non ci piace aggiustare le cose, e secondo che se queste si possono aggiustare da sole è meglio. I costi non sono indifferenti in alcuni casi, ma senza voler dire ovvietà, sarebbe davvero utile per esempio un asfalto che ripara le buche da solo, un problema ampiamente sentito in molte città italiane, specialmente quelle dove la viabilità è molto densa. E’ evidente che le applicazioni possono avere un impatto su una miriade di settori. Mi chiedo cosa succederebbe se queste tecnologie, non attraverso la plastica, ma attraverso polimeri più sofisticati, entrassero anche nel corpo umano. Chi di noi ha avuto a che fare con gli anziani o gli sportivi ha chiarissimo il concetto di usura di certe parti del corpo: l’anca, la spalla, le cartilagini, il ginocchio e cosi via. Magari un giorno potremo dire: il ginocchio non funziona bene? Stampiamone uno nuovo, installiamolo e saremo a posto per sempre… tanto se si rompe si ripara da solo. Autoriparazione dei materiali e capacità di usare il movimento stesso del corpo per produrre per sempre l’energia utile a far funzionare dispositivi impiantati dentro di noi: con queste due tecnologie abbiamo già alcuni ingredienti della ricetta per l’augmented human, altro che pneumatici!

LE TENDE DI IKEA E LA FOTOSINTESI CLOROFILLIANA

Ikea ha comunicato che dal 2020 commercializzerà delle tende in grado di purificare l’aria.

Sappiamo tutti che le piante d’appartamento aiutano a purificare l’aria all’interno di una casa, ma le piante vanno curate, ogni pianta restituisce una quantità diversa di ossigeno ed in generale per avere un effetto benefico percepibile di purificazione ne servono molte a seconda della dimensione dell’ambiente da trattare. Se non si dispone del classico pollice verde però, ci penserà Ikea, che ha sviluppato tende che puliscono l’aria interna, utilizzando un processo simile a quello che si verifica nelle piante.

Conosciuto con il nome prodotto Gunrid, le tende sono realizzate con un semplice tessuto convenzionale, ma sottoposto a un trattamento superficiale che le riveste con uno strato minerale fotocatalitico. Un’idea interessante, perché oggi applicato alle tende, domani potenzialmente a molti altri tessuti per la casa o forse ai mobili stessi. E’ un’iniziativa commerciale che si basa su sforzi di ricerca e sviluppo che Ikea ha sostenuto con università in giro per l’Europa e l’Asia e si avvale anche dello sforzo congiunto con alcuni fornitori.

Premesso che il colosso svedese non ha ancora rivelato maggiori dettagli tecnici sull’argomento, gli esperti suppongono che si tratti di biossido di titanio, un composto che è già stato utilizzato nei tessuti purificatori dell’aria. Quando il materiale è esposto alla luce di ambienti interni o esterni, reagisce e scompone sostanze inquinanti presenti nell’aria, producendo sottoprodotti innocui, tra i quali il principale è semplicemente acqua. Basta quindi in teoria una pulizia ordinaria delle tende ed anche quello che ci si accumula sopra non crea altri tipi di problemi. E, a quanto dice Ikea, per far funzionare Gunrid basta una luce qualsiasi, anche una da interni, per ovviare alla critica che la luce del sole potrebbe non raggiungere adeguatamente gli interni di una casa o di un ufficio. Per ora, in assenza di maggiori dettagli, oggi non è stata diffusa nemmeno un’analisi su quanto sia efficace il rivestimento, ci dobbiamo accontentare del fatto che il processo sia “simile alla fotosintesi trovata in natura”.

Il tema a livello generale però è molto serio. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’inquinamento atmosferico è il singolo più grande rischio per la salute ambientale. Si stima che sia alla base del decesso di una persona su otto a livello mondiale, a causa di malattie cardiache, ictus, malattie respiratorie e persino cancro. Circa tre milioni di persone all’anno vengono uccise prematuramente dall’inquinamento atmosferico all’aperto. L’inquinamento in ambienti chiusi ne provoca ancora di più: circa 4,3 milioni. In alcuni posti del mondo, l’inquinamento è infatti più alto all’interno che all’esterno. Basta pensare a certe immagini e notizie che ci sono arrivate dalla Cina e sulla qualità dell’aria che respiriamo anche noi nelle nostre città, per capire che il problema è serio.

Siamo quindi di fronte ad un trend che a volte passa inosservato, ma progressivamente in grande crescita: cioè la trasformazione e l’aggiunta di nuove funzionalità ad oggetti che usiamo tutti i giorni, i quali grazie a nuove caratteristiche sono in grado di migliorare la nostra vita. Le tende sono solo l’ultimo esempio. Le finestre stesse ed i materiali di cui sono o possono essere costituite possono diventare una fonte energetica o restituirci un’illuminazione diversa da quella che c’è all’esterno o persino assumere funzioni decorative. Le banali lampadine stanno diventano sensori IoT in grado di produrre informazioni ed interfacciarsi con altri dispositivi domestici. Persino il water, di cui si dice da tempo che sia un oggetto che non può essere migliorato, diventerà progressivamente una centrale medica di analisi del nostro corpo, della sua salute e delle sue performance. Per non menzionare lo specchio, che dotato di opportune telecamere e software dedicati potrà scannerizzare il corpo, prenderci le misure, stimare la massa grassa o dirci se stiamo effettivamente dimagrendo o se la nostra ultima dieta è un flop. E parliamo di cose già tutte realizzate. Quindi se anche non siete dei pionieri nell’adozione di tecnologie innovative, state certi che sono loro che vi raggiungeranno anche quando non ve l’aspettate.


TI PIACE QUELLO CHE HAI ASCOLTATO E LETTO?

PER FAVORE CONDIVIDILO!