Puntata #43

Il podcast che parla del nostro futuro

Colazione pranzo e cena nel 2040

Colazione pranzo e cena. Tre momenti chiave della nostra giornata tra socialità, sapori e l’atto meraviglioso di cucinare. In questo episodio vado ad esplorare come vivremo queste situazioni nel 2040 e come tecnologie influiranno su gusti, cibo e modalità di preparazione.
Ci accompagna il viaggiatore del tempo John Clever, lui vi guiderà in una giornata tipo, io vi racconterò di come molti semi di futuro sono già stati piantati nel presente.

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Colazione pranzo e cena nel 2040

Il famoso attore Robert De Niro ha detto “basta una birra a colazione e le ragnatele se ne vanno, la voce ti si alza di due ottave e ti sorge un bel sole dentro”. Con questa frase del giorno, l’assistente vocale aveva accolto John Clever al suo ingresso in cucina, quella mattina. 

Clever fece una smorfia e si diresse verso la porta di casa, la aprì e sullo zerbino notò con soddisfazione che campeggiava un pacco ben confezionato, ricolmo di generi alimentari. Da qualche anno era diventato ormai un successo consolidato, la consegna alla porta di prodotti ad uso ricorrente. Durante la notte, in una ragnatela frenetica di hub di stoccaggio e linee di assemblaggio quasi del tutto automatizzate, venivano preparati i pacchi di latte, biscotti, pasta, pane ed altri generi da dispensa, che piccoli robot poi si occupavano di smistare alla porta. 

Da quando si erano diffusi i sensori in frigoriferi e dispense, e la raccolta di dati sulle abitudini di consumo era diventata sempre più fine e maniacale, la gente aveva cominciato a sottoscrivere abbonamenti per farsi rifornire senza pensieri dei generi che consumava con maggiore frequenza.

Clever era a tutti gli effetti un pioniere ed uno sperimentatore, quindi aveva anche autorizzato che il riordino lo facesse direttamente il suo frigorifero e quindi, per esempio il latte fresco, non mancava mai. E poi “fresco”, una parola che appariva ancora sulla confezione, ma ormai era noto a tutti che si trattava di latte vegetale prodotto in laboratorio, ma talmente somigliante per colore, consistenza e sapore a quello di origine animale, che neanche si riusciva più a distinguerli. 

Prelevò una barretta di una polvere di farina compressa e la infilò nella stampante, un po’ come si faceva un tempo con le capsule della macchina del caffè e schiacciò il tasto di avvio. Dopo qualche istante, la macchina che aveva letto sul packaging edibile le istruzioni di preparazione, cominciò a stampare lentamente un delizioso croissant. 

Si muoveva con precisione millimetrica e regolando all’interno temperatura ed umidità ottimali, nel giro di qualche minuto sfornò un profumatissimo cornetto pronto ad essere addentato.

Cosa prevede oggi il piano?” chiese la voce di Clever alla sua assistente vocale Meggie. Che gli confermò fosse giornata anche di spremuta d’arancia e anacardi proteici. Clever da un paio d’anni aveva sottoscritto un abbonamento ad un servizio che mensilmente generava la dieta del giorno ottimale per lui, a partire dall’analisi del suo DNA, fatta la prima volta per stabilire il suo profilo, e da periodici scan e analisi sulle sue performance fisiche che avvenivano… beh nel water… qualcosa che a colazione forse non fa particolarmente piacere ricordare. Trovò abbastanza ironico che, in fin dei conti, a prendersi cura della sua salute ed a garantire il rifornimento della sua dispensa, fosse ormai una internet of things con al centro water e frigorifero.

Si avvicinò al frigo e prese tre belle arance, lo richiuse e le andò a poggiare sul piano di lavoro delimitato da un rettangolo dorato. Lasciò la cucina per andare a scegliere la cravatta da indossare in giornata e, in sua assenza, il grande braccio robotico che pendeva sopra il rettangolo, coadiuvato da una telecamera equipaggiata con un potente software di computer vision, si mise all’opera. Dotato di due mani tattili, attrezzate con una serie di gadget degni di un maxi coltellino svizzero, tagliò le arance, le prese e posizionò sullo spremiagrumi, perfezionando l’operazione in pochi istanti. Ma se fare una spremuta era un esercizio fin banale per tale tecnologia, la svariata dotazione di robot da tavolo, il software sempre più aggiornato ed il fatto che il rettangolo di lavoro fosse anche un piano di cottura, in realtà gli consentivano di preparare ricette molto più complesse. Sostanzialmente quello che l’uomo doveva fare era semplicemente posizionare gli ingredienti e le pentole nell’area di lavoro e lui era poi quasi completamente autonomo. Quando doveva svolgere un task con l’aiuto di una persona, come per esempio riempire nel lavello troppo distante una pentola di acqua, semplicemente lo chiedeva ed attendeva l’interazione umana.

Clever si rilassò e si saziò mangiando con calma, mentre dal vetro trasparente del frigo cercava di occhieggiare eventuali prodotti mancanti o lì da troppo tempo. Uno sforzo retaggio di tempi passati, considerato che quelle informazioni le forniva il monitor del frigo stesso, che poi mandava l’informazione anche sullo smartphone.

Trascorse la mattinata in ufficio, concentrato all’interno di un focus-pod, una sorta di poltrona che si chiude come una conchiglia e simula sulle pareti interne, ambienti reali, offrendo un’esperienza talmente immersiva da ingannare il cervello.

Il suo stomaco cominciava a lanciare qualche segnale di appetito. Clever non era particolarmente avvezzo ad organizzare la sua giornata in maniera maniacale, quindi all’ora di pranzo si ritrovò a non sapere ne’ dove andare ne’ con chi.

Decise di affidarsi ad un’app professionale che serviva appositamente per far incontrare a colazione, pranzo e cena professionisti che volevano fare networking. Scelse l’orario, le 13, impostò il suo ristorante preferito ed attese che qualcuno si dichiarasse disponibile. La sua assistente vocale si mise in contatto con il ristorante e prenotò un tavolo per due. Clever si immaginò la conversazione, un giochino che si era altamente perfezionato nel tempo tanto che quando l’ospite chiamava e l’esercente rispondeva, nessuno sapeva davvero se da una parte e dall’altra della cornetta ci fosse un essere umano o un algoritmo.

Dopo una decina di minuti l’app notificò a Clever l’adesione di un giovane startupper che motivò la sua richiesta con la speranza di avere dei consigli da parte di un esperto come Clever, al quale dedicare qualche ora pro-bono ai giovani in rampa di lancio non era mai dispiaciuto.

Alle 13 in punto i due si ritrovarono al tavolo ed iniziarono una piacevole e proficua conversazione. Il menù era davvero variegato, il ristorante aveva la fama di promuovere prodotti innovativi. Da quest’anno era entrata in lista una sezione dedicata agli insetti, che erano proteici e salutari, ma Clever francamente non se la sentiva ancora di provare il formaggio con le larve, la zuppa di maggiolini o gli spiedini con grilli.

Da tempo ormai era tornato al consumo di carne. Una carne decisamente diversa da quella del passato. Attorno agli venti l’umanità aveva cominciato a sviluppare soluzioni per ottenere dei prodotti simili alla carne, con di fatto lo stesso identico gusto, ma prodotti in vitro o attraverso batteri. La carne prodotta in laboratorio era la sua preferita: se si pensava al processo, cioè far crescere artificialmente dei muscoli animali, ma senza l’animale attorno, la cosa poteva sembrare ancora piuttosto strana, ma quello che arrivava nel piatto era di fatto carne a tutti gli effetti.

Clever era incerto tra diversi piatti e quindi siccome era un po’ San Tommaso di natura, se non vedeva non credeva, chiese a Meggie, la sua assistente vocale ti mettersi in contatto con l’assistente digitale del ristorante e fargli visualizzare i piatti. Un sistema di realtà aumentata si attivò immediatamente, ed ogni volta che Clever pronunciava il nome di un piatto in menù, questo attraverso i suoi occhiali compariva in bella vista nel piatto di fronte a lui, dandogli modo di osservarlo e farsi ingolosire.

E così scelse una favolosa tagliata con rosmarino e scaglie di parmigiano che gli appariva davvero succulenta.

Mentre mangiava e conversava si guardò attorno, lo colpiva sempre di più la grande quantità di persone che pranzavano da sole, un’esperienza che continuava ad odiare, nonostante realtà aumentata, ologrammi, assistenti vocali e tante altre soluzioni tecnologiche avessero reso quel momento comunque sempre più pieno di intrattenimenti ed interazioni virtuali.

Al termine del pranzo, un robot cassiere che ricordava il piccolo R2D2 di Star Wars, si posizionò vicino al tavolo, in attesa che Clever passasse il suo smartphone sulla sua testa tonda, completando il pagamento e chiudendo ufficialmente il pranzo.

Uscendo, notò appesa alla parete un bellissimo quadro di suo cugino Neo: evidentemente il proprietario aveva buon gusto, non solo in campo culinario.

Dopo un impegnativo pomeriggio di lavoro Clever decise che a cena avrebbe voluto cucinare qualcosa lui, per distrarsi e togliere la testa dai pensieri di lavoro, ma anche per allietare la sua compagna con qualche piatto intrigante.

Era qualcosa alla quale si dedicavano quasi solo i senior come lui. Negli anni ottanta dello scorso secolo, il tempo dedicato a preparare un pasto era circa un’ora, dopo quarant’anni tale tempo era sceso della metà e, al giorno d’oggi, la cultura dei piatti pronti e del delivery food aveva ormai ridotto ulteriormente quel piacere.

Clever chiese all’algoritmo del frigo di indicare quali piatti avrebbe potuto preparare alla luce dei prodotti conservati in quel momento e di quanto disponibile in dispensa. Il grande monitor frontale fece alcune proposte e scoprì che aveva quasi tutto per preparare un piatto di tagliatelle con zucchine e salmone, tranne le verdure.

Ma questo non era un problema. Clever andò nella grande soffitta dalla quale attraverso una velux si potevano ammirare i tetti della città e si fermò davanti a due giganteschi armadi, che se dall’esterno sembravano anonimi, all’interno invece nascondevano due fantastiche serre verticali, una idroponica ed una aeroponica. Una combinazione di LED che emulano la luce del sole, superfici a base di fibra di cocco e nutrienti altamente dedicati, consentiva lo sviluppo domestico di frutta e verdura. Le zucchine erano lì in bella mostra, Clever le selezionò, ed un braccio robotico le raccolse e le fece scorrere lungo un vano per la consegna.

Clever tornò in cucina, mise gli ingredienti sul piano di lavoro ed il braccio robotico si mise subito in azione, ma Clever gli ordinò lo spegnimento. Questa sera avrebbe cucinato lui. Avrebbe potuto uploadarsi nel cervello la ricetta delle tagliatelle, ma preferì evitare, questa sera avrebbe fatto tutto a braccio, come un tempo.

Dopo un’oretta di attività era pronto ad impiattare. Prima di sedersi a tavola indossò una sofistica cuffietta EEG, metallica e leggerissima, che una sua amica ricercatrice gli aveva chiesto di indossare ad ogni pasto per una settimana. Lo strumento aveva come scopo principale quello di interpretare le reazioni del cervello durante i pasti, incrociandole con i dati raccolti da una serie di sensori esterni che raccoglievano informazioni di temperatura, odori, velocità di masticazione ed una miriade di altri parametri che Clever non ricordava nemmeno.     

All’uomo era ormai diventato abbastanza chiaro come personalizzare l’alimentazione a partire dall’analisi del DNA, ma capire i misteri della relazione tra cervello, alimentazione e gusto era ancora una meravigliosa frontiera da esplorare.

Il piatto era delizioso e Clever se lo gustò insieme ad un calice di Bolgheri Doc rosato, un abbinamento che aveva osato e che risultò davvero fantastico. Mentre conversava amabilmente non si accorse nemmeno del lavoro silenzioso che il sistema di riciclaggio domestico delle acque e dei solidi stava facendo nella pancia della sua cucina. Le acque venivano suddivise tra pulite e da depurare. I solidi venivano smistati, pressati e ridotti a minuscoli oggetti schiacciati che a tempo debito sarebbero stati sputati fuori e suddivisi in box poco più grandi di una scatola di scarpe, per lo smaltimento, il compostaggio o la vendita a seconda della natura dello scarto.

Anche nel campo dell’alimentazione, come potete immaginare, nel prossimo ventennio assisteremo ad una quantità significativa di cambiamenti.

La tecnologia la farà sicuramente da padrona: intelligenza artificiale, internet of things e robotica ci faranno interagire diversamente con il cibo.

Ma la tecnologia non è certamente nè il primo, nè l’unico driver del cambiamento. 

La coscienza di dover produrre maggiori quantità di cibo, ottimizzandone le proprietà nutrizionali, porterà a consumare cibi ingegnerizzati ad-hoc dall’uomo. La diffusione di analisi di DNA a basso costo favorirà la personalizzazione dei regimi alimentari.

Ed i semi di tutto questo li vediamo nel presente.

Le stampanti 3D per la produzione di cibo sono già sul mercato. Tipicamente non hanno un uso domestico, ma sono soluzioni per catering o piccoli business, a prezzi che oscillano facilmente tra i tre ed i cinquemila dollari ad unità. Ma il punto è che sono ancora limitate a realizzare forme piuttosto semplici, con una quantità ridotta di ingredienti di base o addirittura mono-ingrediente. Paste e cioccolato sono i primi output che vediamo oggi. Pur aumentando la diversificazione, dubito che vedremo mai uscire da una stampante 3D un pesce all’acqua pazza o un piatto fumante di spaghetti.

Analogamente la robotica in cucina ogni anno ci regala qualche nuova macchina più o meno complessa. Uno dei primi Home Robot Chef di una certa complessità si chiama Moley, ha due bracci, piani lavoro, piastre per la cottura ed attrezzi vari ed è progettato per cucinare circa cento piatti diversi. Ma forse la cosa più bella per chi di solito poi mette ordine in cucina, è che si pulisce da solo. Come per la stampa 3D il trend sarà quello di cominciare a vedere queste soluzioni nelle nostre case. E nel caso della robotica, non dimentichiamoci che la computer vision supportata da algoritmi di intelligenza artificiale potrà migliorare di gran lunga il processo. Se un robot vede quello che fa, categorizza i prodotti, impara ed è connesso può sicuramente diventare un valido aiuto dell’uomo.

La combinazione tra visione algoritmica e connessione ci daranno i frigo e le dispense intelligenti. Abbiamo visto i primi prototipi di queste soluzioni al Consumer Electronic Show del 2019, anche se l’idea ha già quasi cinque anni. La startup italiana Fresco Frigo ha già portato una visione preliminare di questa idea sul mercato, il pensiero che la tecnologia raggiunga il segmento domestico, è solo questione di tempo. Che poi il frigorifero abbia la porta trasparente od opaca, probabilmente comandabile a piacere, un grande schermo frontale per interagire e qualche algoritmo che consigli le ricette in funzione del contenuto, mi sembra quasi un gioco da ragazzi.

Anche la consegna a casa di prodotti che vengono consumati frequentemente o con cadenza quotidiana è qualcosa che sta già avvenendo. Il robotino Starship, una sorta di scatolone con sei ruote, ha già iniziato ad operare ed i piani dell’azienda produttrice consistono nella realizzazione di migliaia di unità. Con la scorsa estate ha percorso 350.000 miglia, ha attraversato 4 milioni di strade e ha appena segnato la pietra miliare del completamento della sua 100.000esima consegna. Quando questi oggetti sapranno salire le scale, ma più che altro aprire le porte di ingresso dei palazzi (un’altra area che richiede l’adozione di ulteriori tecnologie), ci sarà una prateria davanti. Con l’idea che l’industria potrebbe anche provare a disintermediare il retail consegnando solo i prodotti a marchio in portafoglio, se il modello economico sarà sostenibile.

In ambito tecnologico l’ultima scena raccontata nella storia, la parte sugli armadi idroponici, nuovamente serve a descrivere una tendenza in atto. In ambito industriale la tecnologia è una di quelle che si sta diffondendo più rapidamente sull’intero pianeta. Anche se l’origine delle colture acquatiche sembra risalire ai tempi dell’antica città di Babilonia, è un articolo su un Agricultural Bulletin del 1938 intitolato “The Water Culture Method for Growing Plants Without Soil” a settare le logiche moderne. Coltivare le piante con l’acqua senza terreno. O con l’aria addirittura.

Non utilizzando il suolo, è un metodo di coltura prezioso per coltivare ortaggi freschi in paesi o in qualsiasi luogo con poca terra coltivabile ed in quelli la cui superficie è piccola ma contiene una popolazione enorme. 

Luoghi isolati e i siti turistici come alberghi e resort possono coltivare il proprio cibo fresco in modo idroponico invece di importare da regioni lontane.

Nell’industria delle scienze spaziali, persino la NASA ha preso in considerazione il metodo di coltivazione idroponica per l’alimentazione e il nutrimento degli astronauti sulla stazione spaziale e su Marte.

Risolti gli attuali problemi energetici, l’utilizzo di luce ed energia non è trascurabile sui costi di funzionamento di queste soluzioni, nulla vieta un’apertura anche al cliente domestico.

Ma, come al solito, se un pezzo di rivoluzione lo fa la tecnologia fatta di hardware e software, l’altro pezzo della storia porta sempre al DNA ed alla genetica. Sono le promesse di quella disciplina che gli americani chiamano “nutrigenomics”.

In realtà bisogna fare molta attenzione all’argomento ed evitare affermazioni superficiali.

Una grande ricerca inglese, iniziata nel 1992 dal Professor Spector, ha concluso che i geni svolgono un ruolo limitato nel modo in cui una persona elabora i grassi e i carboidrati, per esempio. Anche tra gemelli identici, solo la metà della quantità e della durata del livello di glucosio nel sangue dopo i pasti di un individuo, può essere attribuito a cause genetiche. I fattori più importanti nel modo in cui il nostro corpo metabolizza il cibo, a quanto pare, sono ambientali: il sonno, lo stress, l’esercizio fisico e la diversità nella composizione del nostro microbioma intestinale individuale.

Forse quello che rileva maggiormente per la nostra alimentazione, è che una sempre più diffusa scienza dei dati ci consentirà di personalizzarla. Partendo dal DNA, fino ad arrivare al microbioma, l’importante sarà tenere sotto controllo i dati ed adeguarsi al mutare delle circostanze di contorno. 

Ed il gusto? Abbiamo parlato di come e probabilmente cosa mangeremo domani e nulla si è ancora detto di sapori e dintorni. In realtà vi rimando alla parte della storia dove racconto della cuffietta EEG per scansire le reazioni del cervello di fronte ad un pasto.

Se siete curiosi e volete saperne di più del lavoro di una fantastica ricercatrice che si chiama Camilla Arndal Andersen, scoprirete che questi studi sono già in corso da tempo. Le cuffiette domestica sono una mia invenzione, ma la sostanza è che la ricercatrice ha scoperto che il cervello valuta il cibo che tocca la lingua, più rapidamente di quanto faccia la nostra coscienza. Avvicinare la forchetta ed il boccone alla bocca, genera una tempesta sensoriale che esplode quando la lingua tocca il cibo. In quel momento il nostro cervello decide se ci piace o meno.

Solo qualche frazione di secondo dopo arriva la nostra coscienza e prova ad esprimere il nostro gradimento, con tutti i limiti ed i bias dati dall’accettazione sociale e dalla nostra spesso limitata capacità di linguaggio. 

Conseguenza? Le ricerche di marketing sui cibi e sul gusto sono una schifezza. Diciamo quello che ci fa sembrare meno sciocchi e con le parole adatte al vocabolario di cui disponiamo. Il nostro cervello invece è senza filtri, capisce tutto e riconosce ogni dettaglio senza disturbi esterni.

Cosa vuol dire questo? Che in futuro saremo in grado di progettare cibi, gusti, sapori, consistenze e odori che conquistino il cervello e siano “perfetti” da un punto di vista commerciale. Basta sapere esattamente come opera il cervello per sapere se il milk-shake perfetto dovrà contenere vaniglia, stevia o zucchero di canna per essere dolcificato. E così via. Quando poi la progettazione del gusto, incontrerà la genetica individuale e la produzione potrà essere personalizzata in real time, allora avremo raggiunto anche un’altra frontiera. Ma questo probabilmente sarebbe tema per una serie sul 2060.

Ed ora se vi è venuta fame o vi siete appena saziati, pensate a cosa capita spesso di fare la sera dopo cena. Nonostante il cambio di abitudini sociali degli ultimi venti anni, andare a mettersi tranquilli sul divano a guardare la tv sembra ancora uno degli sport preferiti dall’homo italicus. E questo sarà il tema della prossima puntata, come guarderemo la tv nel 2040? ci sarà ancora? come sarà fatta? come funzionerà? la guarderemo ancora passivamente o nel frattempo anche lei guarderà noi? Basta vi ho dato già troppi indizi, vi aspetto fra due settimane.

 

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