Puntata #42

Il podcast che parla del nostro futuro

intelligenza artificiale in ufficio

In questo episodio il nostro viaggiatore del futuro, John Clever, trascorrerà una giornata in ufficio ed attraverso i suoi occhi scopriremo il futuro della collaborazione, del knowledge sharing e degli ambienti tra interazioni umane, intelligenza artificiale, robotica e realtà aumentata. Nel 2040.

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Albert Einstein ha detto “il mio ufficio? la mente è il mio ufficio”. E anche se nel futuro sicuramente lavoreremo sempre più spesso da casa e la collaborazione con i colleghi sarà sempre più digitale, l’ufficio nel bene e nel male continuerà ad esistere. Sicuramente ci sarà una forte riconfigurazione degli spazi: prima o poi anche gli americani si accorgeranno che il cubicle nel quale hanno relegato milioni di lavoratori per decenni, è un tale regresso che se fosse accaduto ai tempi di Luigi XVI, gli avrebbero tagliato la testa, cosa che peraltro è accaduta, ma per altri motivi.

In questo episodio John Clever passerà una giornata in ufficio, facendoci vedere con i suoi occhi di viaggiatore del tempo, cosa potrebbe aspettarci. Ma non illudetevi troppo, il nostro protagonista lavora in un contesto “illuminato”, per la maggior parte di noi, probabilmente non cambierà granchè.

John Clever entrò in ufficio come sempre a passo veloce e con la consueta energia che lo caratterizzava da anni. Poco dietro di lui arrancava il collega con il quale aveva condiviso il tragitto utilizzando un’auto autonoma in car-sharing. Una pratica ormai diffusa che gli consentiva di accumulare di tanto in tanto dei “punti sostenibilità”, grazie ai quali la sua azienda premiava regolamente i collaboratori virtuosi.

Il tornello metallico che delimitava l’ingresso vetrato era dotato di un sistema di riconoscimento facciale, che osservava le persone in avvicinamento e lasciava passare i collaboratori autorizzati, andando a scandagliare i volti e facendo un match con il database di autorizzazioni disperse da qualche parte nel cloud. In questo modo, tecnicamente parlando, l’azienda sapeva esattamente quante e quali persone si trovavano all’interno dell’edificio in ogni momento.

Per i visitatori ci si fermava invece davanti ad un apposito desk dai colori freschi e piacevoli  e con una interazione puramente verbale ci si presentava e si chiedeva della persona da incontrare. Il sistema si occupava di contattarla, verificava quanto fosse distante dall’ingresso e forniva una stima dei pochi minuti che sarebbero serviti ad andare a prendere l’ospite all’ingresso.

Clever si fermò ad ammirare lo spazio che si apriva davanti ai suoi occhi. Lo spazio di lavoro era suddiviso in due grandi blocchi, quello open space, ed un’area invece organizzata in piccoli uffici e sale riunioni di diverse dimensioni per coloro che dovevano lavorare in gruppo o per coloro che semplicemente necessitavano di una maggiore privacy e concentrazione.

Era diventata ormai abitudine segmentare l’ambiente in zone dedicate al lavoro in solitaria, alla collaborazione o addirittura alla creatività. Arredamenti, colori, temperatura, suoni, persino profumi ed infinite possibilità di personalizzazione aiutavano a mettere ciascuno a proprio agio a seconda delle sue necessità e delle attività da svolgere.

La notifica sullo smartphone richiamò immediatamente Clever ai suoi doveri e nell’auricolare nero lucido che portava all’orecchio, una voce gentile gli chiese se preferiva una scrivania nell’open space o uno spazio più riservato.

Dal momento che Clever era arrivato in ufficio di buon mattino e c’erano ancora molti spazi liberi, chiese di verificare se era ancora disponibile uno dei nuovissimi focus-pods che tanto gli piacevano e che erano stati installati in via sperimentale solo poche settimane prima.

Due erano ancora disponibili e ne bloccò uno immediatamente. Guidato dalla voce gentile si diresse verso il pod. Da fuori sembrava praticamente una di quelle poltroncine avvolgenti ad ovetto, che si vedevano ormai quasi dappertutto negli uffici di design, ma in realtà il pod era un vero gioiellino tecnologico.

Clever si accomodò all’interno, distese leggermente le gambe ed attese l’avvolgimento. La poltroncina si chiuse letteralmente su se stessa, come una conchiglia, lasciando all’interno uno spazio tale da poter allargare o alzare le braccia senza toccare i bordi.

La voce di John rimbombò leggermente all’interno mentre comandava “spiaggia tropicale, brezza leggera, massima insonorizzazione”. Le pareti della conchiglia si trasformarono in un paesaggio che ricordava una di quelle meravigliose spiagge di sabbia bianca e mare cristallino, da paradiso tropicale. L’immagine proiettata in altissima definizione a trecentosessanta gradi e l’audio di fondo dello sciabordio delle onde, consentiva un’esperienza talmente immersiva da confondere il cervello. Due piccole ventole quasi perfettamente silenziose cominciarono a far circolare nel pod una leggera brezza tiepida che rendeva l’esperienza ancora più credibile.

Dall’ambiente esterno non proveniva alcun rumore. Lo spazio era acusticamente sigillato. Lo smartphone venne automaticamente silenziato per lasciare a Clever la sua ora di massima concentrazione. Aveva provato anche l’esperienza di lavorare sulla cima di una montagna con la vista delle Alpi sullo sfondo, ma forse la sua preferita restava il Grand Canyon dove si sentiva davvero nel mezzo dell’infinito. Avrebbe presto provato anche Machu Pichu, ma visto che ci era stato di persona, aveva paura che la simulazione non reggesse la realtà.

Un atollo, oggi, era decisamente il luogo ideale per rivedere la bozza di documento sul quale era all’opera ed appuntarsi eventuali commenti e miglioramenti da proporre. Clever pronunciò il suo nome ad alta voce, chiese una postazione, pronunciò il nome del file al quale voleva lavorare e davanti ai suoi occhi comparve uno schermo virtuale, fluttuante nell’aria con il contenuto che aveva richiesto. 

Iniziò a leggere e tutte le volte che voleva registrare un commento, osservava fisso il punto nel quale lo voleva inserire, dopo due secondi si apriva sullo schermo un box, un po’ come si era da sempre usato in word e bastava pronunciare la propria riflessione per vederla comparire scritta sul monitor. Un sistema di telecamere tracciava il movimento degli occhi di Clever che erano diventati una sorta di mouse, ma completamente smaterializzato. Non si era ancora abituato ad alcuni dei comandi gestuali che servivano ad esempio per confermare, come accennare un si convinto con la testa, oppure tracciare un arco con la mano da destra verso sinistra per cancellare un contenuto, ma con un po’ di pratica era convinto che prima o poi sarebbe diventato facile e normale.

La scansione della temperatura del suo corpo aveva misurato un leggero riscaldamento e quindi il pod regolò il microclima interno abbassando la temperatura di un grado e riducendo un po’ l’umidità. Il nuovissimo sistema aveva anche notato che negli ultimi cinque minuti aveva contratto sempre di più le palpebre, per la presenza di troppa luce e quindi aveva regolato leggermente l’intensità luminosa del cielo e del sole per garantire un maggiore comfort.

Dopo circa mezz’ora di lettura il pod intervenne nuovamente, ma questa volta in modo percepibile e manifesto. Un piccolo triangolo di alert rosso venne proiettato sull’orizzonte e quando Clever lo fissò, una voce cordiale gli fece notare che si era stravaccato nella poltroncina e la sua schiena era, da oltre un quarto d’ora, in una posizione inusuale, storta e gli avrebbe potuto cagionare un gran mal di schiena nel proseguo della giornata. Clever se la rise un po’, pensando alle migliaia di ore che in gioventù aveva trascorso su sedie che stavano all’ergonomia come il diavolo all’acqua santa. Ma il pod non era pensato per demordere. A lato dello schermo rimase una piccola proiezione 3D del corpo dell’occupante e della sua spina dorsale: in verde quando la posizione era giusta, in rosso quando usciva dal range accettabile.

Terminata la lettura del documento John esclamò quel “apriti pod” che faceva sorridere un po’ tutti e tutto l’artificio scomparve, lasciando solo davanti all’open space, ormai affollato. Dal momento che nessuno reclamava ancora il suo spazio, chiese al suo assistente digitale Meggy, un caffè. La sua voce passò dalla sua gola all’auricolare, a Meggy nel cloud e da Meggy ad un robot-patrol che si trovava nell’edificio. Dopo pochi istanti un grazioso robot cameriere si avvicinò alla postazione di Clever con una tazzina di caffè ristretto, già zuccherato, ma non mescolato come piaceva tanto a lui. Del resto, le sue preferenze erano state registrate nel tempo e, non avendo chiesto niente di speciale, la macchina si limitò “al solito”.

Nel giro di un quarto d’ora sarebbe iniziata una riunione, ma con quel tempo a disposizione Clever chiese a Meggy di consultare il “colleague tracker” e verificare se il suo collega e amico Andrea Ferrante fosse nell’edificio. Aveva una cosa da dirgli e gli avrebbe fatto piacere vederlo. Ma la dolce voce di Meggy nell’auricolare gli spiegò che purtroppo in questo momento era a Tokyo e, considerato il fuso orario, probabilmente nel mondo dei sogni.

Clever desistette e rimase in osservazione del via vai di persone che attraversavano il grande spazio. Le grandi finestre a tutta altezza disponevano di una tecnologia a base di nanoparticelle che catturavano la luce del sole e la trasformavano in corrente. L’impianto  aveva reso il building talmente efficiente che nella giornate di sole restituiva sistematicamente corrente alla rete elettrica, dal momento che ne produceva più di quanto fosse necessario.

Ma non era l’unica perla ambientale. Un sistema di sensori verificava costantemente i parametri interni di temperatura, umidità e qualità dell’aria e comandava gli impianti che regolavano i microclimi nelle diverse zone. Ma la cosa impressionante era la possibilità di personalizzazione, anche a poca distanza gli uni dagli altri. Erano finiti i tempi in cui la collega si doveva mettere il maglione perché il giovane Clever amava l’aria condizionata sparata forte.

Gli si avvicinò un uomo con un carrellino pieno di di scatole di varie dimensioni. Clever incuriosito gli chiese quale fosse la sua mansione. L’uomo lo riconobbe subito e con un grande sorriso gli spiegò che si apprestava a sostituire alcune lampade e sensori. Ma come pensò Clever, tutto sembrava funzionare perfettamente. Vero, ma l’uomo incalzò che la manutenzione preventiva lo aveva avvisato che alcune luci della zona est delle sale riunioni erano giunte a fine vita, mentre alcune ventole del sistema di raffrescamento non giravano più perfettamente sul proprio asse e rischiavano di rompersi e diventare rumorose.

La tua riunione John”. La voce di Meggy nell’auricolare lo richiamò ai suoi impegni. Si diresse verso la sala riunioni che il sistema aveva prenotato per lui ed entrò. Quella era una delle parti del suo lavoro che lo emozionavano di più. Un’ora con quattro neoassunti a raccontare le storie del passato della compagnia. Del resto Clever era uno dei personaggi che da più tempo lavoravano lì e la società lo aveva scelto per fare questo speciale modulo di onboarding dei nuovi arrivati. La nuova generation voice, cioè i ragazzi nati dopo il 2020 quando si era diffusa la tecnologia vocale nell’interazione con le macchine, leggeva meno del passato e per trasferire valori e cultura aziendale, persone come Clever erano state scelte per raccontare queste storie. Qualcuno pensava fosse inutile, ma lui sapeva benissimo che invece era un’arma di coinvolgimento e motivazione estremamente potente.

Appena entrato nella sala riunioni, le pareti vetrate si oscurarono e l’ambiente venne insonorizzato. John scelse una skin per arredare digitalmente l’interno delle pareti e trasformò la grigia sala riunioni in una sorta di pub inglese vecchio stile che faceva un po’ “club di amici”. Tutto verde, legni scuri con incise scritte dorate con proverbi di improbabile origine marinara . Sopra il finto camino che scoppiettava senza emanare calore, era appeso un quadro di suo cugino Neo che gli ricordava molto le atmosfere di casa. Impostò la riunione come “free technology meeting” e quando i suoi ospiti entrarono, tutti i device tecnologici vennero spenti. Un’ora di digital detox durante la quale si poteva finalmente interagire da essere umano ad essere umano e basta.

In ogni caso le telecamere registravano le interazioni, i discorsi ed il comportamento non verbale dei nuovi assunti. L’intelligenza artificiale aziendale stava cominciando a nutrirsi con le loro informazioni per costruire profili individuali sempre più accurati. Del resto ormai, quando bisognava formare i team da allocare sui progetti aziendali, ci pensava un algoritmo a comporli, allocando le persone con le skill tecniche e le competenze più adatte di volta in volta. Probabilmente alla fine, la macchina conosceva ciascuno, meglio di quanto potessero fare i colleghi stessi dopo anni di lavoro insieme.

Terminato l’incontro, gli restava solo una cosa da fare: intervistare un candidato in procinto di essere assunto. Mentre si dirigeva verso l’area dell’appuntamento, dove l’ospite era già stato probabilmente scortato da un robot-assistant, squillò lo smartphone.

Un suo collega da Parigi aveva bisogno di lui. Rispose, ed invece di vedere la faccia familiare e bonacciona di Philippe, comparve il suo avatar: un’affascinante silhouette baffuta alla Dalì che gli sorrideva dall’altra parte dello schermo. Clever si mise a ridere e pregò l’amico e collega di rimuovere quell’espediente e guardarsi in faccia come ai bei tempi. A Philippe serviva una consulenza tecnica veloce, ma un po’ perché era di fretta ed un po’ perché forse non era davvero così preparato sul tema, invitò l’amico a rivolgersi al sistema di “fast support” che gli avrebbe consentito di esporre il suo problema, farlo matchare da una intelligenza artificiale con le competenze di un vero esperto e poi accedere ad una videocall per farsi dare la soluzione.

Giunto al suo appuntamento ringraziò il candidato, inforcò i glasses per l’intervista e i due iniziarono a chiacchierare. Nelle lenti dei suoi occhiali tecnologici gli venivano presentati in tempo reale alcuni parametri, catturati da una microtelecamera, che gli consentivano di leggere ed interpretare la conversazione da una posizione di vantaggio sostanziale. Un algoritmo restituiva in ogni momento le emozioni del candidato: rabbia, disgusto, tristezza, gioia, sorpresa, paura. Grazie all’interpretazione dei micro-movimenti facciali, alla temperatura della pelle, alla sincronia tra i movimenti delle mani e le affermazioni fatte, John era in grado di capire i momenti di tensione del candidato, quando diceva qualcosa di dubbio oppure se durante la conversazione veniva toccato qualche nervo scoperto.

La sensazione era comunque positiva, quella di una persona affidabile, ma chiaramente oltre alla sua relazione, l’intelligenza artificiale avrebbe aiutato a stilare il profilo psicologico del candidato ed ipotizzare un fit con la posizione che sarebbe dovuto andare a ricoprire.

Alla fine della chiacchierata uscì dalla sala riunioni e decise di tornare a casa a terminare alcune piccole attività che si era riproposto di terminare entro sera, dopo il suo jogging quotidiano. Nel percorso verso l’ingresso ebbe modo di ammirare come la tecnologia aveva reso inclusivo il lavoro anche per i disabili, una cosa che lo rendeva fiero di lavorare per quell’azienda. Un collega cieco, si muoveva nell’open space con una carrozzella che grazie ad un serie di beacon e di mappe interne dell’edificio procedeva in autonomia, facendo attenzione a persone ed ostacoli circostanti.

Grazie ai comandi vocali, poteva ormai lavorare e portare beneficio all’organizzazione nonostante le sue evidenti limitazioni fisiche. Il suo cervello brillante di ricercatore finalmente poteva essere utilizzato per il grandissimo valore che era capace di sviluppare. 

I luoghi sono sicuramente l’argomento che meglio si presta a introdurre il tema del lavoro del futuro. Peccato che la fantasia architettonica e tecnologica qui rilevano tutto sommato poco: i temi più importante per parlare di lavoro nel futuro, sono quelli dell’interazione e della collaborazione umana, che poi sono l’essenza del lavoro, almeno dal punto di vista sociale.

Da questo punto di vista, la famosa società di consulenza PWC ci dice che 5 megatrends stanno convergendo a cambiare come lavoreremo in futuro.

Primo: il cambiamento di età della popolazione. Nel 2040 avremo all’opera contemporaneamente un maggior numero di generazioni e diverse rispetto ad oggi. E le dovremo far convivere, perché generazione X, millenials, e nativi digitali della generazione Z lavoreranno tutti insieme. Io ho provato a coniare la voice generation, ma il concetto è chiaro: il modo in cui si interagisce dipende dalle peculiarità di ogni generazione e dalle tecnologie di fondo.

Secondo: il potere si sposterà dai paesi occidentali a nazioni orientali emergenti. Avremo sempre di più a che fare con cinesi, indiani e nuovi cittadini globali, che porteranno in azienda la loro cultura, il modo di rapportarsi agli altri, la loro gestione del tempo ed un sistema di valori, spesso molto più antichi dei nostri, che si mescoleranno come in frullato, ma fatto di cento gusti.

Terzo: la rapida urbanizzazione. Non è una sorpresa che il lavoro da remoto, casa o altro luogo che sia, diventerà la prassi. Le nostre città saranno decisamente troppo affollate. Perché seguire una routine rigida che ci porta a perdere un sacco di tempo, peraltro in palese conflitto con gli interessi familiari, per andare in un luogo a produrre? Sarà l’ufficio a venire da noi e non viceversa.

Quarto: la scarsità di risorse ed i cambiamenti climatici. Presto chi mostra scarsa sensibilità sul tema, potrà essere additato come un pessimo datore di lavoro per il quale nessuno vorrà lavorare. Ma non è solo un tema di marketing o di attrarre talenti, le aziende poco sagge in termini di impatto ambientale, potrebbero dover rispondere di veri e propri crimini contro l’umanità.

Cinque: ovviamente la tecnologia. Robotica e intelligenza artificiale entreranno ampiamente in ufficio.

Gli assistenti digitali che oggi usiamo in casa per chiedere le previsioni del tempo o controllare il traffico lungo il tragitto per l’ufficio, entreranno in azienda per automatizzare una serie di funzioni ripetitive. I grandi produttori già cercano di occupare gli spazi, insidiando la leadership di Microsoft: ne ho parlato nella prima Stagione di The Future Of e vi rimando a quelle puntate per approfondire.

L’intelligenza artificiale a mio avviso, servirà semplicemente a macinare una grande quantità di dati, arricchendoli e facendoli diventare informazioni preziose. La collaborazione uomo-macchina è un tema già ampiamente discusso, si tratterà di capire chi comanderà chi.

Riguardo alle soluzioni raccontate nella storia è quasi tutto in sperimentazione già oggi. 

L’uso del riconoscimento facciale in ambito privato sarà ammesso, pur rischiando di prestarsi ad abusi simili a quelli che impauriscono così tanto a livello governativo. Essere accolti da una macchina in quanto ospiti, non mi sembra una novità clamorosa: oggi è tipicamente un tablet sul quale lasciare dati e firma, domani sarà un qualsiasi bot in grado di avere un’interazione verbale con l’ospite. Del resto è un dominio di possibili dialoghi e situazioni talmente limitato, che non avrà grandi problemi a funzionare.

I vetri che producono energia con nanoparticelle potrebbero essere un’eccellenza tutta italiana, se la nostra startup Glass To Power riuscirà ad esplodere. I vetri di case, uffici e facciate di palazzi sono complessivamente l’area più grande del pianeta ad oggi ancora abbastanza trascurata dalla tecnologia. A partire dall’efficienza energetica, fino ad arrivare potenzialmente ad offrirci, in modo artificiale, qualsiasi panorama desideriamo, presto la finestra affronterà una rivoluzione che nemmeno possiamo immaginare.

Già oggi alcuni produttori realizzano delle escape windows, ma di fatto sono dei fake, finte finestre applicate ad una parete con all’interno uno schermo. In futuro si passerà dal finto schermo ad una pellicola digitale comandata da un software direttamente dentro la finestra vera.

Le sale riunioni con le pareti personalizzabili con skin a piacere, rientrano nello stesso filone. Per ora sono un’invenzione della mia fantasia e quindi non sono per nulla sicuro che le vedremo operative nel 2040, però l’avvento dell’8K e del 5G gettano le premesse per avere una proiezione di altissima qualità su una parete. L’insonorizzazione mi sembra un tema quasi banale. Il tutto ovviamente sarà un tema di costi, ma se riusciremo a dimostrare che queste soluzioni hanno un impatto sulla produttività, la creatività o la qualità delle relazioni, non vedo ostacoli tecnici alla loro realizzazione e commercializzazione.

Il pod è figlio di questa idea. Se recentemente siete stati all’interno di qualche installazione di opere d’arte con giochi di luci e proiezioni avete un’idea di quello che ho in mente. Ovviamente l’immagine sulle pareti non deve essere fissa, ma cambiare prospettiva e profondità in funzione del movimento e dello sguardo dell’osservatore. Un po’ come i video panoramici di Facebook che ogni tanto vi sarà capitato di vedere.

I robot che servono il caffè o fanno piccole commissioni già esistono in molti alberghi nel mondo. Uno dei possibili scenari aziendali per il futuro è che l’interazione con un robot sarà gratuita o costerà poco, mentre quella con un umano sarà considerata premium e costerà di più o sarà riservata a pochi. Se avete lavorato in una di quelle grandi aziende dove fino a qualche tempo fa c’era la mensa dipendenti in stile fast-food e quella dirigenti con i camerieri in livrea sapete di cosa sto parlando. A me è capitato, ma purtroppo all’epoca ero un junior neo-assunto, e facevo una lunga coda come quasi tutti gli altri.

Per quanto riguarda la postazione virtuale che fluttua davanti ai vostri occhi, se guardate Minority Report è un’idea che ormai ha vent’anni. Niente di clamoroso. La cosa più importante che “guadagneremo” in futuro sarà invece la sincronizzazione ed omnicanalità delle nostre attività, file, conversazioni. Potrò iniziare a scrivere un testo a casa sul mio laptop, ritroverò la stessa informazione disponibile sulla postazione virtuale in ufficio, ma nello stesso pacchetto di lavoro verranno incluse anche le telefonate che ho fatto con il collega sull’argomento, i whatsapp che mi sono scambiato con un vecchio amico nei quali chiedevo consiglio e, forse, anche i pensieri a proposito che mi sono balenati in testa mentre andavo da casa all’ufficio.

Come dice Arthur BlockSe lo archivi, saprai dov’è ma non ne avrai bisogno. Se non lo archivi, ne avrai bisogno, ma non saprai dov’è.” E’ probabile che questo sarà l’altro grande problema che, potenza di calcolo ed algoritmi di collaborazione artificiale, saranno in grado di risolvere.

Un altro importante tema relazionale, figlio della nostra esigenza di avere risposte immediate su qualsiasi argomento, allo schioccar delle dita, sarà proprio l’accesso alle competenze. Internet ci ha dato moltissimo, ma un conto è avere un’informazione disponibile, un conto è renderla operativa, pratica e fruibile. L’idea che cito nella storia quando parlo di “fast support” la sta realizzando, tra gli altri, una startup italiana che si chiama Beyond The Box: un’intelligenza artificiale matcha le competenze dell’offerente con le richieste di conoscenza del richiedente e li mette in contatto. Penso che questa logica che facilita il trasferimento di esperienze e competenze tra le persone, sarà più potente di una wikipedia o di una qualsiasi piattaforma di contenuti.

Quanto alle video-call con gli avatar, ritengo che le esperienze fatte con VR ed AR sugli ambienti immersivi e le nuove potenze di calcolo, ci porteranno una nuova Second Life, più moderna e potenzialmente customizzata a livello aziendale, nella quale troveremo i colleghi con il colleague tracker che cito nella storia, ma anche fornitori, clienti, comunità locale, soci e così via… in un tentativo di fare forma alla moltitudine infinita di relazioni che ogni azienda attiva con i suoi stakeholder. Avere qualcuno nella propria Second Life aziendale integrerà o anche rimpiazzerà le reti informali individuali che oggi abbiamo sui social.

Se ci pensate bene ogni social, oggi, esprime una relazione personale, Linkedin, Facebook, Instagram etc…, mentre quelle aziendali sono relativamente disperse: l’idea che qualcuno provi ad accentrarle e dar loro valore, mi sembra una naturale evoluzione del tema.

Ma se proprio nessuna di queste evoluzioni riuscisse a prendere forma, mi accontenterei dello spunto sull’inclusività: la tecnologia è in grado di aumentare il coinvolgimento di persone disabili o con gap di qualche tipo. I comandi vocali sono probabilmente la strada migliore per liberare il potenziale di persone che altrimenti farebbero fatica a dare il loro contributo o addirittura essere notate dalle aziende.

Le carrozzine a comando vocale esistono già. Il concetto di indoor positioning system, una sorta di GPS per spazi interni agli edifici, anche. Esistono servizi specializzati, in particolare tramite app, che svolgono la funzione di Google Maps, ma solo per interni: pensate a quanto posso essere difficile, muoversi in un grande ospedale, su più livelli, sia per i pazienti che per gli stessi operatori sanitari. I sensori che riconoscono gli ostacoli attorno a noi, sono  qualcosa che è montato su qualsiasi auto autonoma o desiderosa di essere tale.

Se mettete insieme questi “pezzi di tecnologia”, avete un ottimo servizio per aiutare i disabili.

Fra un paio di settimane, la nuova puntata sarà su un tema molto più leggero. Come faremo colazione, pranzo e cena? Che per noi italiani, in ogni caso, potrebbe essere comunque un tema serissimo.

 

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