Puntata #41

Il podcast che parla del nostro futuro

Un giorno in viaggio in aereo nel 2040

Un giorno in viaggio in aereo nel 2040

Inizia la Stagione 3. Primo appuntamento con il 2040. Un nuovo protagonista John Clever. Un viaggio intercontinentale negli USA. Come viaggeremo e come voleremo fra 20 anni! Come saranno fatti gli aeroporti. Ed il check-in. Cosa succederà a bordo. Seguitemi per scoprirlo.

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Un giorno in viaggio in aereo nel 2040

Bruce Chatwin ha scritto “Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.” Ed anche se in futuro viaggeremo sempre più assistiti da una tecnologia che ci renderà più facile la vita, assorbire le diversità che incontreremo lungo la strada, resterà sempre una delle esperienze maggiormente in grado di arricchire una persona.

E allora permettetemi di raccontare una giornata in viaggio da Milano a Los Angeles nel 2040, con il protagonista di questa terza serie, ovvero John Clever, scienziato ed uomo di affari che ci guiderà in questa passeggiata nel futuro.

Quando la sveglia è suonata, la musica morbida e in crescendo si è diffusa per la stanza. John Clever ha pensato per un attimo a quando passava le notti prima di un lungo viaggio, in maniera agitata e turbolenta per la paura di non svegliarsi. Ora che è tutto integrato dentro l’assistente virtuale, agenda, biglietti aerei, appuntamenti, sveglia e tutto il resto, siamo sicuramente diventati più pigri, ma non abbiamo più nulla di cui preoccuparci.

Appena alzato, si è regolato la barba, mentre sullo specchio davanti ai suoi occhi scorrevano le immagini dell’itinerario di viaggio. Milano – Los Angeles. Strada per l’aeroporto regolare, volo confermato, temperatura all’arrivo negli USA leggermente migliore che da noi, autorizzazione di ingresso in America approvata… insomma nessun pensiero, tanto che dopo due minuti ha fatto partire una playlist, perché di sentire le news che raccontano delle catastrofi varie nel mondo non aveva proprio voglia. Nel frattempo lo specchio dotato di sensori non aveva smesso nemmeno per un istante di scannerizzare faccia, pelle, temperatura alla ricerca di qualsiasi segnale di potenziali malattie e disturbi. 

Ha indossato un abito abbastanza leggero, tanto ha una di quelle giacche nuovissime con i sensori, che regolano la pesantezza del tessuto, quanto lascia traspirare, quanto resiste al vento e così via. Venduta come una capo perfetto per temperature tra gli 0 ed i 25 gradi, basta impostare il colore sullo smartphone e la giacca si aggiorna all’istante. Le condizioni dell’ambiente circostante e la temperatura della pelle, se le legge da sola. Alla fine, ha scelto un elegante blu navy su un abito carta da zucchero con cravatta chiara e camicia che non si sgualcisce.

Sceso in strada e la sua macchina elettrica autonoma era pronta ad aspettarlo davanti al portone. Sempre merito dell’assistente virtuale, che John ha chiamato amichevolmente Meggy, alla quale ha dato piacevoli sembianze femminili quando compare sullo smartphone o viene proiettata sotto forma di ologramma nella stanza. Perché Meggy? Perché ricorda la parola maggiordomo e di fatto è quello che è, anche se in versione piuttosto evoluta. Ha portato fuori dal parcheggio l’auto 5 minuti prima che Clever uscisse di casa e l’ha fatta trovare pronta, già leggermente riscaldata, vista la temperatura freschina del mattino.

Il doppio lettore biometrico ha inquadrato la retina e misurato i battiti univoci del cuore di John, aprendo la porta del veicolo in sincrono col suo passo veloce.

Clever è cresciuto come tanti ragazzi degli anni ottanta, con il mito di Micheal Knight che sussurrava all’orologio “Kitt vienimi a prendere” e la mitica Pontiac nera lo raggiungeva da solo. Ecco nel 2040, non c’è nemmeno bisogno di chiamarla, ci pensa Meggy che legge l’agenda ed ha ovviamente controllato il traffico, impostando un percorso agevole e privo di traffico. E se qualcosa va storto, basta dare l’istruzione allo smartphone o al telefono ed è fatta.

L’auto di Clever è decisamente più piccola e meno appariscente di una vecchia Pontiac americana, però col fatto che non c’è più il posto del guidatore e i 4 sedili sono girati l’uno verso l’altro come un salottino, lo spazio sembra enorme. Ricorda i vecchi cab inglesi neri che prendeva quando da giovane andava a lavorare a Londra, con la differenza però che gli interni, altamente personalizzati a sua misura e gusto, la rendevano un gioiellino all’interno. Aveva persino appeso all’interno un quadro originale di suo cugino Neo, che gli faceva pensare a lui tutte le volte che saliva in macchina.  

Meggy chiede se può allietare il tragitto con le news o proiettando un videogiornale, ma no, per oggi no, ci sarà tempo in aereo e francamente Clever si gode le strade della sua città occhieggiando ai palazzi, cercando qualche nuovo negozio che ha aperto o chiuso e guardando i primi passanti del mattino.

Il traffico è fluido: la mescolanza tra auto a guida umana ed auto autonome è ancora abbastanza una novità, ma l’anno scorso sembra che le autonome abbiano superato quelle tradizionali. Quindi metà del traffico rispetta alla perfezione le regole della strada e l’altra metà sta cominciando ad essere forzata a farlo.

Arrivata davanti all’ingresso dell’aeroporto l’auto avvisa Clever, lo fa scendere e scompare lungo la via. Sta andando a consegnare la sua valigia ai servizi aeroportuali: l’etichetta univoca consentirà di portarla direttamente dal bagagliaio alla pancia dell’aereo e da li… in albergo una volta arrivati a destinazione. Poi l’auto tornerà a casa da sola, passando probabilmente da una stazione di ricarica.

John Clever con un modesto trolley al seguito guarda il gate sui tabelloni e si avvia. Ormai anche Milano si è adeguata ai nuovi standard internazionali: niente più file, niente più burocrazie. Il passeggero transita a passo normale dentro il corridoio dei controlli senza nemmeno fermarsi per almeno 25-30 secondi. Abbastanza perché una telecamera riconosca il viso, lo associ con il biglietto acquistato e fornisca luce verde per il transito. Uno scanner ad alta risoluzione dotato di una potentissima intelligenza artificiale guarda letteralmente dentro i bagagli e sotto gli abiti delle persone, riconosce le forme, misura anche la composizione degli eventuali liquidi e la presenza di sostanze pericolose da sole o perché potenzialmente miscelabili. A campione, ogni tanto chiede ancora a qualche passeggero di far passare il passaporto davanti ad un display, ma ormai capita solo per i viaggiatori occasionali. Questo miracolo rispetto a quanto accadeva appena venti anni prima è dovuto all’adozione del cosiddetto token biometrico, una sorta di cookie informativo che nasce su una blockchain dedicata all’atto della prenotazione e contiene tutte le informazioni sull’individuo e sul viaggio che vengono racchiuse in un pezzo di codice che i computer degli aeroporti consultano per verifica.

Bar, ristoranti e negozi sono proliferati, ma hanno fatto qualche lieve errore di valutazione. Da quando gli aeroporti hanno ridotto i tempi di controllo, sono diminuiti anche i tempi di permanenza all’interno della struttura. Andare una o due ora prima per precauzione è un ricordo del passato e quindi nessuno si muove più con largo anticipo. Questo significa che il tempo da spendere in aeroporto in attesa del volo si è ridotto e la miriade di vending machine ben attrezzate ha in parte sostituito i locali con servizio umano.

Salito sull’aereo attraverso il finger, Clever quasi non è riuscito a vedere la fusoliera del gigantesco gioiello dell’aeronautica che si estendeva lungo la pista. Progettato per essere più grande degli aerei cui siamo abituati oggi, silenzioso e capace di abbattere sostanzialmente le emissioni di CO2, il velivolo era veramente imponente. La crescita vertiginosa di viaggiatori ha imposto mezzi più capienti, mentre le pressioni legate alla sostenibilità ambientale hanno richiesto progettazioni completamente innovative.

Clever si è diretto sereno verso l’ultimo blocco in coda, l’area definita “socializzazione”. Ormai era diventata prassi sui voli internazionali avere tre aree: socializzazione, relax e lavoro. Ogni area era contraddistinta da colori, dotazioni tecnologiche e tipologie di passeggeri completamente diversi. Francamente l’idea di mettersi nell’area “lavoro” con salette riservate e silenziose, connessioni ultraveloci e schermi piatti non lo aveva stuzzicato gran che. Idem per l’area relax. Perdere tempo tante ore ad ascoltare musica, vedere video e farsi servire elaborati cocktail non era esattamente il suo passatempo preferito. Nell’area socializzazione gli spazi erano decisamente più allettanti: le poltrone erano discretamente posizionate in cerchio verso la parte esterna della fusoliera, mentre al centro diversi ambienti tra i quali un salotto, un bar con il bancone a semicerchio e persino una piccola stanza dove praticare sport con visori di realtà virtuale rendevano molto più facile conoscere le persone. Alla sua età Clever si era ormai convinto che socializzare era la cosa più utile e piacevole che potesse fare. Nel suo ultimo volo ad Hong Kong aveva conosciuto un paio di interessanti uomini d’affari bevendo un drink al bancone e giocando una mezz’ora a golf. Certo tirare la pallina contro il piccolo telo dotato di sensori non avrebbe mai sostituito il Pine Valley Golf Club a Clementon nel New Jersey, ma non era certo male per scambiare quattro chiacchiere.

I produttori di aerei avevano adottato per gli interni la soluzione che Clever aveva sempre immaginato. Spazi riconfigurabili, semoventi lungo rotaie progettate ad-hoc e quindi di fatto, al netto delle cose più ovvie, ogni volo era praticamente diverso da qualsiasi altro. La fantasia dei progettisti, le diverse tipologie di tariffe ed il marketing di bordo ormai consentivano esperienze davvero impensabili qualche anno prima. Su un volo per Dubai aveva letto che era stata attrezzata un’intera palestra ed un campo da tennis. Ovviamente il campo era virtuale e si giocava col visore, ma chi l’aveva provato lo descriveva come davvero realistico ed affascinante.

Insomma passare il tempo a bordo non era certo un problema. E anche per chi non aveva proprio niente da fare comunque la meraviglia di attivare la funzionalità che rendeva trasparente la fusoliera attorno al proprio sedile e guardare fuori era qualcosa di unico. Con un minimo di fantasia sembrava davvero di fluttuare fra le nuvole ed in ogni caso guardare il suolo a qualche chilometro sotto i propri piedi faceva vacillare anche coloro che non soffrivano di vertigini.

Il tempo in volo infatti passava come se nulla fosse e quando il comandante annunciò Los Angeles, Clever ne fu quasi sorpreso. Del resto da pochissimi anni i voli intercontinentali erano diventati suborbitali, quindi i tragitti di 10-15 ore si erano ridotti ad appena 2 o 3 ed avrebbero potuto essere anche più brevi, ma era ancora una questione di sicurezza e di cautela. Ed in ogni caso i nuovi aerei non raggiungevano assolutamente lo spazio aperto, ma solo altitudini sufficienti a poter ridurre i tempi. Ma sinceramente a Clever la diatriba se fosse corretto usare il meno il termine suborbitale interessava poco ed in ogni caso non si arrivava mai alla mancanza di gravità. Ve le immaginate le signore a bordo o gli impomatati uomini di affari fluttuare liberi nell’aria? Sarebbe una barzelletta. 

E poi, comandante. Che poi era ormai diventata una sorta di figura di garanzia o rappresentanza, perché di fatto l’aereo era quasi completamente autonomo. Il pilota, dotato di un visore di realtà aumentata, osservava la plancia ed un altro software gli comunicava se tutto stava andando secondo i piani o c’era qualche potenziale problema. L’idea di passare al controllo manuale avrebbe fatto tremare le gambe a chiunque, anche in caso di problemi gravi, il controllo lo avrebbe preso direttamente la torre di controllo e la sua intelligenza artificiale. Pochi umani erano ormai in grado di pilotare da soli un velivoli di tali dimensioni e complessità.

In fase di atterraggio Clever si guardò attorno cercando di riconoscere scorci di città, panorama ed orizzonte conosciuti, ma la cosa che attirò la sua attenzione era il grande birdport costruito vicino all’aeroporto, dove una serie di droni appositamente progettati monitorava il volo degli stormi di uccelli e li spingeva appunto ad entrare in tale area, tenendoli lontani dalle piste degli aerei. Si potevano vedere le lucine lampeggianti dei droni in volo, coordinati da un software per svolgere la loro funzione. Da quando si era deciso di usare questo approccio, gli incidenti causati da volatili nei rotori degli aerei era praticamente sceso a zero.

Arrivato in aeroporto lo stesso token consente di lasciare la struttura con la medesima semplicità dell’ingresso. Lungo i corridoi i passeggeri sciamano fuori controllati da robot patrol che scivolano silenziosi osservando tutto, ma essendo anche pronti a dare aiuto, istruzioni ed indicazioni ad una semplice richiesta.

Clever ha infilato nel padiglione dell’orecchio un piccolo auricolare dotato di una sorprendente tecnologia. E’ in grado di tradurre simultaneamente e bene qualsiasi cosa venga detta da una persona posizionata di fronte, nella lingua desiderata. Non che Clever non sappia l’inglese, anzi lo parla perfettamente, ma se dovesse interagire con un cinese, un arabo o qualsiasi individuo di cui non conosce la lingua, i due si potrebbero parlare come se niente fosse. Il mondo è ormai pieno di persone che parlano la propria lingua agli altri e questi fanno altrettanto, con questo nuovo mediatore digitale che si occupa di azzerare almeno virtualmente la babele di idiomi presenti nel mondo. E’ un oggetto che ha avuto un tasso di diffusione talmente elevato, che alcuni gruppi particolari hanno sviluppato dei loro linguaggi, per così dire segreti e non codificati, per poter parlare in completa libertà e senza che nessuno li possa capire.

Salito su un taxi elettrico a guida autonoma si è fatto portare con tranquillità in hotel. Avendo prenotato tutto con lo smartphone, attraverso l’assistente digitale non c’è stato bisogno di parlare, spiegare, pagare. Però Clever che ha una mente ancora vecchio stile, avendo tempo, ha indicato come punto di arrivo l’isolato precedente. In modo da farsi una passeggiata per una strada sconosciuta, senza che tutto fosse per forza programmato a puntino. Dieci minuti fuori dal mondo normato, preciso e misurato della nostra tecnologia, un piccolo lusso che amava concedersi.

Li ha avuto modo di camminare tra la gente del posto, respirare gli odori del luogo, guardare vetrine che altrimenti si sarebbe sicuramente perso. In vista delle insegne dell’hotel è entrato, ha posato lo smartphone sulla sezione dedicata del bancone e la sua assistente digitale è entrata in contatto con quella dell’albergo. Confermata la presentazione Clever si è avviato verso la stanza. Ogni volta si riprometteva di prenotare in uno di quegli alberghi un po’ vecchio stile dove dietro al bancone c’era ancora una signorina, possibilmente sorridente a fare pratiche e far firmare documenti. Raccontare gli orari della colazione. Stampare il bigliettino con le istruzioni del wi-fi. Ma ormai quello era un retaggio del passato, roba da alberghi di second’ordine che non si potevano permettere gli investimenti in tecnologia per dare un’esperienza 100% seamless. Ma purtroppo anche human-less.

Arrivato in stanza, ha scostato la grande tenda che copriva una enorme finestra con vista sulla città. La funzione “turista” era evidentemente attivata di default e quindi il vetro si trasformò rapidamente in una guida. Leggeri contorni disegnati di blu enfatizzavano i contorni dei vari edifici della città visibili da li e meritevoli di eventuale visita. Quando Clever si spostava nella stanza i contorni si ridisegnavano automaticamente in modo da mantere la visuale sempre aggiornata. Una piccola targhetta di default in colori dorati diceva nomi, funzione e distanza. Su alcuni compariva una stellina o qualche loghino che richiamava a promozioni, facilitazioni, sconti ed opportunità varie. Da nuovo Cicerone virtuale, come al solito lo strumento si era subito trasformato nell’ennesimo canale di raccolta pubblicitaria e promozionale.

Una esperienza quella appena raccontata che fra qualche anno potrebbe diventare assolutamente plausibile e che già oggi ha alcuni semi nel presente.

Secondo l’Airports Council International, entro il 2040, saranno in tutto 20,9 miliardi di viaggi effettuati dai viaggiatori aerei in tutto il mondo, ovvero 12,7 miliardi in più rispetto al numero di viaggi effettuati nel 2017. Nel complesso, la crescita dei passeggeri in tutto il mondo ha un tasso di crescita previsto di una media del 4,3% all’anno. Le attuali infrastrutture aeroportuali ed i velivoli, se non venissero ampliati ed ammodernati sarebbero completamente utilizzati fino all’ultima goccia ben prima del 2035 ed a quella data si stima che oltre 160 milioni passeggeri semplicemente resterebbero a terra. L’ingresso nel mondo “commerciale” dei viaggi da parte di cinesi ed indiani sarà una delle principali cause di questo trend.

Di conseguenza chi possiede o gestisce un aeroporto sta correndo ai ripari pianificando ampliamenti e nuovi gate. Il problema chiaramente è legato al suolo disponibile. Non è sempre banale ampliare e sicuramente è molto costoso. Se andate in rete e cercate i piani di ampliamento degli aeroporti, scoprirete che l’orizzonte 2040 è praticamente già pianificato dalla maggior parte dei grandi player. Alcuni hanno semplicemente identificato le linee guida di sviluppo, altri hanno già i rendering degli ambienti!

L’idea di affidare all’intelligenza artificiale decolli ed atterraggi non è particolarmente legato al risparmio sul personale umano, come si potrebbe pensare, bensì serve a rendere più fluide tutte le operazioni. I decolli e gli atterraggi diventeranno un tetris telecomandato ed un risparmio di solo 20 o 30 secondi ad aereo, in un aeroporto che gestisce centinaia o migliaia di voli rappresenterà un’efficienza necessaria per far fronte agli accresciuti volumi.

In merito alla tipologia di aerei è sicuro che andremo incontro a logiche completamente distinte a seconda del corto e medio raggio, rispetto al lungo. I tragitti brevi avverranno su nuove tipologie di aerei relativamente più piccoli e dotati di motorizzazioni elettriche. La spinta verso l’efficienza energetica non riguarderà solo i voli in se, bensì le intere operations aeroportuali che dovranno ispirarsi a logiche green senza se e senza ma. E’ il programma dichiarato della Norvegia: nel 2040 i voli interni saranno operati solo con veicoli elettrici e tutto sarà impostato attorno ad una logica zero emissioni.

I voli a lungo raggio al contrario dovranno diventare più grandi e capienti. La pressione della domanda porterà ad un aumento dei prezzi e questo si tradurrà anche in servizi dedicati di maggiore qualità, come quelli appena raccontati.

Se oggi è vero che in termini di ordini i grandi colossi dei cieli come l’A380 SuperJumbo non hanno riscosso il successo sperato, l’aumento dei passeggeri associato all’espansione della popolazione nei centri urbani, porterà sicuramente a riportare in auge i grandi colossi dei cieli capaci di trasportare tra 500 ed 800 persone a seconda delle configurazioni. 

L’idea del volo suborbitale è invece forse un po’ in anticipo per gli anni quaranta. Lo SpaceLiner, per esempio, è un concept per il trasporto supersonico suborbitale a scopo di trasporto passeggeri, concepito presso il Centro Aerospaziale Tedesco nel 2005.

Lo SpaceLiner è un progetto a lunghissimo termine e attualmente non ha in programma finanziamenti per avviare lo sviluppo del sistema. Le proiezioni per il 2015 prevedevano che, se alla fine si fosse assicurato un finanziamento adeguato, il concetto dello SpaceLiner sarebbe potuto diventare un aereo spaziale operativo nel 2040. Alla luce dell’aumentato interesse per lo spazio, al successo di Space X nella riusabilità dei razzi e di Virgin nel trasporto suborbitale di passeggeri, forse possiamo aspettarci che accada davvero qualcosa nei prossimi anni, anche se si tratta di tecnologie che richiedono parecchio tempo di gestazione.

Tutto quanto raccontato in merito ai processi di check-in è assolutamente reale ed in alcuni aeroporti nel mondo è in corso di sperimentazione. Token, biometria e scanner molecolari vengono sperimentati quotidianamente e, quando avranno maturato una quantità sufficiente di test e sperimentazioni verranno rollati in maniera progressiva. Nel 2040 il principale polo di traffico passeggeri sarà l’Asia, è da li che ci possiamo aspettare verranno le maggiori novità, per motivi di semplice carico di attività che altrimenti sarebbe difficilmente gestibile con le logiche adottate oggi.

Auto a guida autonoma che pianificano percorsi, integrazione degli assistenti digitali con le varie fonti di informazione contenute nelle varie applicazioni, auricolari in grado di fare una traduzione simultanea sono argomenti già sufficientemente dibattuti ed i cui progressi riempiono già le pagine dei giornali odierni. Nel 2040 queste soluzioni saranno mainstream.

Sugli smart mirrors e sulle smart windows torneremo nelle prossime puntate, non sono fondamentali quando si parla di viaggi, ma lo diventeranno quando affronteremo temi come la casa o la salute.
Johann Wolfgang Goethe ha detto “Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa più dove si va.”. Il problema dei viaggi del futuro è che essendo sempre iperconnessi, coccolati ed informati, ci capiterà sempre più raramente di non sapere dove andare. Detto in altri termini, se volete uscire dalla vostra comfort zone attraverso il viaggio, l’esplorazione e la scoperta dell’ignoto avete appena un decennio per farlo, poi bisognerà spegnere lo smartphone e l’assistente vocale, un gesto che ogni che giorno che passa diventa sempre più difficile.

 

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