Puntata #16

Servizi per l'esplorazione del futuro e la raccolta di capitali

Intelligenza amplificata indossabile come non ve la immaginate: il progetto AlterEgo del MIT.
Umorismo ed intelligenza artificiale: successi ancora parziali alla frontiera della scienza.
Convertire i condizionatori d’aria per ottenere petrolio: il progetto crowd oil.
Trasformare il deserto del Sahara in una centrale solare: tecnologie e limiti.
Riprodursi nello spazio: esperimenti e domande ancora senza risposta.



INTELLIGENZA AMPLIFICATA INDOSSABILE

In questo episodio vi parlo di come l’intelligenza artificiale indossabile amplificherà l’intelligenza umana. Probabilmente in modo molto diverso da come siete abituati a pensare.

Prima di tutto, cosa vuol dire amplificare l’intelligenza umana? Immaginate che il vostro team si riunisca per decidere se continuare una costosa campagna di marketing. Dopo pochi minuti, diventa chiaro che nessuno ha le metriche a portata di mano per prendere la decisione. Si interviene chiedendo all’assistente virtuale di Amazon: “Alexa, quanti utenti abbiamo convertito a clienti il mese scorso con la Campagna X? e Alexa fornisce la risposta.

Avete appena amplificato l’intelligenza del team grazie all’intelligenza artificiale.

E questa è solo la punta dell’iceberg. L’amplificazione dell’intelligenza è, in generale, il termine che si usa per riferirsi alla tecnologia che è in grado di aumentare l’intelligenza umana e la cosa interessante è che, primo, questa tecnologia la stiamo già utilizzando e, secondo, un cambiamento di paradigma è all’orizzonte, dove nuovi dispositivi offriranno modi meno invadenti e più intuitivi per amplificare la nostra intelligenza.

Gli apparecchi acustici, o auricolari computazionali in-ear wireless, sono un esempio di dispositivi di amplificazione dell’intelligenza che sono stati adottati di recente e rapidamente. Parliamo degli AirPods di Apple, auricolari intelligenti che si collegano ai dispositivi della Società di Cupertino e si integrano con Siri tramite comandi vocali. Apple ha anche depositato un brevetto per auricolari dotati di sensori biometrici in grado di registrare dati come la temperatura, la frequenza cardiaca e il movimento dell’utente.

Allo stesso modo, le Google’s Pixel Buds consentono agli utenti di accedere direttamente al Google Assistant e al suo potente motore. Google Assistant collega senza soluzione di continuità gli utenti alle informazioni memorizzate nelle piattaforme Google, come la gestione delle e-mail e del calendario. E Google Assistant, se lo avete sperimentato, sapete che come la maggior parte degli assistenti virtuali può svolgere davvero parecchie funzioni e che queste potranno solo aumentare in futuro.

La tecnologia oggi sul mercato offre agli esseri umani una moltitudine di “potenziamenti” o appunto “amplificazioni” che non erano neanche immaginabili solo una decina di anni fa, ma qui viene il bello secondo me: c’è ancora un’opportunità di miglioramento e perfezionamento.

La potenza e la grande diffusione degli smartphone, permettono agli esseri umani di amplificare facilmente l’intelligenza, ma l’uso di questi dispositivi è spesso invadente. È fin troppo comune vedere persone in pubblico completamente assorbite dai piccoli schermi che hanno in mano piuttosto che dall’ambiente circostante, o dover interrompere interazioni personali a causa di qualcuno che estrae lo smartphone per controllare una notifica o completare una qualche azione.

Gli apparecchi acustici, insieme ad altri dispositivi attivati dalla voce, consentono agli utenti di cercare informazioni e completare le attività senza un’interfaccia a schermo, ma sono intrinsecamente meno discreti degli smartphone. Gli utenti devono pronunciare ad alta voce le loro domande e comandi, il che potrebbe non essere auspicabile o possibile in determinate situazioni. Questa mancanza di discrezione riduce la diffusione delle interfacce di amplificazione dell’intelligenza vocale, in quanto limita i contesti in cui possono essere utilizzate.

La necessità di un dispositivo di amplificazione dell’intelligenza meno invadente di uno smartphone e più discreto di un’interfaccia vocale è abbastanza evidente. Molti tecnologi ed imprenditori stanno lavorando per creare il prossimo rivoluzionario dispositivo di amplificazione dell’intelligenza che risolverà i problemi dei suoi predecessori.

L’alfiere di questi progetti è AlterEgo, un progetto nato dal MIT Media Lab – un dispositivo di amplificazione dell’intelligenza che utilizza il riconoscimento silenzioso del parlato, noto anche come articolazione interna, per misurare i segnali elettrici che il cervello invia agli organi interni del parlato. AlterEgo è un dispositivo non invasivo che si indossa sopra l’orecchio e lungo la mascella. I segnali che misura fanno parte del sistema nervoso volontario, il che significa che gli utenti devono intenzionalmente pensare di parlare per attivare il dispositivo – una caratteristica che lo distingue da altre interfacce cervello-computer (BCI) che sono in grado di ricevere segnali direttamente dal cervello. Il dispositivo AlterEgo traduce questi segnali utente silenziosi in comandi per controllare altri sistemi, come i dispositivi IoT o anche solo fare una ricerca su Google. L’utente controlla il dispositivo senza aprire la bocca e senza movimenti osservabili dall’esterno. Deve semplicemente pensare alle parole che avrebbe chiesto ad alta voce all’assistente virtuale o a un altoparlante intelligente. L’informazione viene poi ritrasmessa all’utente attraverso l’audio, ma AlterEgo utilizza l’audio a conduzione ossea per rispondere agli utenti, il che completa in silenzio, in modo discreto l’intero ciclo di comunicazione. L’intera interazione è completamente interna all’utente – quasi come parlare a se stessi. Se stavate pensando a dispositivi intelligenti da indossare come i glasses o come quelli contenuti nell’abbigliamento per rilevare dati, sono tutte cose che troveranno il loro spazio e possono avere utilità notevoli, ma la vera tecnologia indossabile sarà paradossalmente quella che per metterci in contatto con l’esterno, ottimizzerà i pensieri che vengono dal nostro interno. E allora si che parlare di privacy assumerà significati completamente nuovi.

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UMORISMO ED INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Un generatore di giochi di parole potrebbe non sembrare un lavoro serio per un ricercatore di intelligenza artificiale, bensì un passatempo cui dedicarsi durante il fine settimana per deliziare i colleghi quando si torna in laboratorio il lunedì mattina. Evidentemente non per gli scienziati di Stanford, che hanno progettato proprio questo: l’umorismo per le macchine è infatti un problema diabolico nell’apprendimento automatico.

Una delle frontiere dove una rete neurale non arriva neanche lontanamente vicino all’assomigliare a qualcosa di umano è l’umorismo, un complesso e creativo comportamento comunicativo sociale composto da una combinazione di scelta delle parole, linguaggio del corpo ed effetti sonori.

L’obiettivo di lungo termine è quello di costruire un’intelligenza artificiale che sia naturale e far si che le macchine non solo ci leggano le notizie o ci diano le previsioni del tempo preconfezionate, ma possano anche raccontare barzellette, comporre una poesia, o addirittura raccontare una storia avvincente, tutti elementi considerati la “fase 2” nel percorso verso un’intelligenza artificiale davvero naturale.

Ma per arrivarci, oggi ci si deve scontrare con i limiti di come l’intelligenza artificiale impara. Se chiediamo a uno degli attuali assistenti vocali dotati di intelligenza artificiale come Alexa e Siri di raccontare una barzelletta, potrebbe benissimo trovare qualcosa che ci fa sorridere. Se però le chiediamo “Perché pensi che lo scherzo sia divertente”, il bot resta senza risposta. Perché?

Cerchiamo di capirlo. Le reti neurali, per esempio, sono degli imitatori naturali, modelli di apprendimento della lingua basati sull’analisi di grandi quantità di testo. Se la coerenza è il vostro obiettivo, questo approccio funziona benissimo. Così bene infatti, che i recenti progressi hanno scatenato un dibattito etico sulla possibilità che le persone possano abusare dell’intelligenza artificiale per generare notizie false e convincenti.

Ovviamente all’inizio la prosa che ne risultava era asciutta come i testi di giornale o gli articoli di Wikipedia tipicamente usati per addestrare le macchine. Ed anche se strumenti avanzati come OpenAI hanno imparato ad aggiungere tocchi di stile alle narrazioni create dalle macchine, la logica sottostante rimane sempre la stessa. Le reti neurali sono troppo rispettose delle regole e, quindi, non riescono a maturare il senso dell’umorismo. Anche se avessimo una lunga lista di giochi di parole da cui la macchina potrebbe imparare, non saremmo mai in grado di coprire tutti gli ambiti possibili: del resto lo scopo della creatività è appunto quello di creare qualcosa di nuovo.

Se la macchina cercasse di imparare la creatività e l’umorismo con gli stessi metodi adottati finora, si troverebbe sempre ad inseguire una realtà in espansione che non riesce a catturare per intero.

Per rompere questo schema di apprendimento il team di Stanford sta lavorando sull’omofonia. In linguistica, l’omofonia è la relazione che c’è tra due parole che hanno la stessa pronuncia ma significato diverso. L’elemento spiritoso è ottenuto a partire da un semplice esercizio: per fare un gioco di parole, la rete neurale riceve un paio di omofoni e genera una frase che è ordinaria con la prima parola, ma suscita sorpresa quando la seconda parola ed il suo significato alternativo vengono inseriti nella frase. La combinazione tra parola scambiata e contesto specifico può produrre una situazione umoristica, mentre la parola corretta in un contesto più generale genera semplicemente un’affermazione che descrive qualcosa, un dato di fatto, una situazione normale.

In una sfida a “battute” tra macchina ed uomini comunque l’algoritmo, pur promettente, è risultato ancora abbastanza deludente “facendo ridere” le persone solo nel 10% dei casi. Persino la frase usata dai ricercatori di Stanford per descrivere la situazione a suo modo sembra un gioco di parole “Non siamo neanche lontanamente vicini a risolvere il problema”.

Un team di ricercatori dell’Università di Rochester, ha invece usato un altro approccio allenando l’algoritmo con dati tratti da 1.866 video e 1.741 relatori TED Talks che coprono 417 argomenti diversi. UR-FUNNY, questo il nome dell’intelligenza artificiale, è stato progettato per aiutare a interpretare come fattori come le parole (testo), i gesti (visione) e gli spunti prosodici (acustica) vengono utilizzati per presentare l’umorismo. La prosodia è la parte della linguistica che studia l’intonazione, il ritmo, la durata e l’accento del linguaggio parlato.

La domanda essenziale dei ricercatori alla macchina era se le sequenze di frasi estratte dai video fossero divertenti. I modelli di apprendimento automatico hanno espresso il loro giudizio, rilevando se l’ultima frase del discorso costituisse o meno una battuta. Il modello ha colto correttamente le situazioni umoristiche in due casi su tre. In conclusione, grazie a questi due recentissimi esempi, possiamo dire che le macchine cominciano ad essere in grado di riconoscere l’umorismo, e quindi ci possiamo aspettare che questa abilità verrà perfezionata rapidamente, mentre quanto a creare giochi di parole, inventare barzellette o tantomeno fare interamente storytelling creativo, siamo ancora molto lontani da vedere tutto questo realizzato.

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PETROLIO DAI CONDIZIONATORI D’ARIA

Non sappiamo esattamente quanti condizionatori d’aria esistono e sono installati nel mondo, però secondo le stime dell’International Energy Agency, l’uso di condizionatori d’aria e ventilatori elettrici rappresenta già circa un quinto dell’elettricità totale usata negli edifici di tutto il mondo, ovvero il 10% del consumo globale di elettricità planetaria.

Le unità di condizionamento dell’aria sono quindi strumenti ad alta intensità energetica e causano emissioni che contribuiscono all’aumento delle temperature globali. Che, ironia della sorte, inducono un maggior numero di persone ad acquistare unità per il raffrescamento.

E se invece potessimo usarli per combattere il cambiamento climatico? Questo è ciò che un gruppo di ricercatori del Karlsruhe Institute of Technology ha suggerito in un articolo su Nature Communications di questa settimana.

La combustione di combustibili per la produzione di energia rilascia anidride carbonica nell’atmosfera, che danneggia il nostro clima. Se da una parte è infatti indispensabile per far avvenire processi fondamentali come la fotosintesi, un suo aumento incontrollato è la causa dell’effetto serra. Una nuova proposta inedita suggerisce di convertire tutti i condizionatori d’aria ad alta potenza del mondo per costringere il problema a diventare parte della soluzione.

L’idea è che i condizionatori d’aria possono essere retrofittati con la tecnologia esistente che consentirebbe alle unità di raffreddamento di raccogliere l’anidride carbonica e il vapore acqueo dall’aria ambiente.  Il sistema prenderà poi questi ingredienti e li convertirà, in loco, in combustibili liquidi sintetici che potranno essere utilizzati proprio al posto dei combustibili fossili che ci hanno messo in questo pasticcio climatico.

I ricercatori suggeriscono di adattare i condizionatori per catturare l’anidride carbonica e l’acqua dall’aria, utilizzando tecnologie di cattura del carbonio che sono attualmente in fase di sviluppo da parte di varie aziende. Una volta raccolte, l’acqua e la CO2 verrebbero convertite in idrocarburi rinnovabili. In questo modo si creerebbero efficacemente pozzi di petrolio sintetico localizzati collegati ai sistemi utilizzati negli uffici e nei condomini.

Gli autori calcolano che un sistema di cattura installato nella Torre della Fiera di Francoforte in Germania potrebbe rimuovere oltre una tonnellata di anidride carbonica dall’aria per ora. Gli stessi sistemi implementati nei 25.000 supermercati tedeschi potrebbero catturare circa 1.000 tonnellate di anidride carbonica all’ora.

Si tratta di molta anidride carbonica, se si considera che l’attività umana rilascia, in media, oltre 4 milioni di tonnellate di materiale nell’aria ogni ora. Tuttavia, si prevede che entro il 2050 potrebbero esserci oltre 5 miliardi di unità di climatizzazione in funzione in tutto il mondo. Se tutte queste unità  estraessero anidride carbonica dall’aria invece di aggiungerne altra, l’impatto sarebbe enorme.

Il piano è altamente speculativo e puramente teorico, e si basa sul successo dello sviluppo di molteplici e diverse tecnologie. Gli autori hanno soprannominato il progetto di “crowd oil”, facendo un gioco di parole tra “crude oil”, cioè il termine inglese per dire “petrolio” e crowd che vuol dire “folla” ed è il termine oggi usato per descrivere tutto ciò viene fatto da una comunità di persone aggregata in digitale o meno attorno ad un determinato scopo.

Sebbene sia un’idea interessante, ci sono molte sfide da affrontare prima che possa diventare realtà.

La tecnologia per catturare l’anidride carbonica direttamente dall’aria non è nuova. Una manciata di startup come la canadese Carbon Engineering gestisce da alcuni anni impianti di cattura del carbonio e ha attirato investimenti da parte di Bill Gates e grandi compagnie petrolifere. La tecnologia esiste anche per utilizzare l’anidride carbonica catturata come materia prima che può essere convertita in qualsiasi cosa, dai materiali da costruzione e prodotti chimici agli alimenti e ai carburanti.

Un’altra azienda, la Global Thermostat dell’Alabama, si è concentrata su un progetto che può essere installato su ciminiere industriali per catturare l’anidride carbonica alla fonte. Ma l’idea di equipaggiare le unità di climatizzazione commerciale e persino residenziale con lo stesso tipo di sistema di cattura diretta e di convertirlo in combustibile, quello che i ricercatori chiamano “crowd oil”, sembra essere nuova. Per essere chiari, non è ancora possibile acquistare un sistema per convertire il vostro condizionatore in un impianto di produzione di combustibili sintetici che combatte i cambiamenti climatici. Però ammetterete che se fosse sviluppato, sarebbe davvero una soluzione superlativa.

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TRASFORMARE IL SAHARA IN UNA CENTRALE SOLARE

Dovremmo trasformare il deserto del Sahara in un’enorme centrale solare?

Anche se non avete visitato il deserto, sapete quanto sia soleggiato e caldo e quanto possa essere chiaro e senza nuvole il cielo. A parte alcune oasi c’è poca vegetazione, e la maggior parte del deserto più grande del mondo è coperto di rocce, dune di sabbia, dune di sabbia ed ancora dune di sabbia. Il sole del Sahara è abbastanza potente da fornire alla Terra una significativa energia solare.

Le statistiche sono sbalorditive. Se il deserto fosse un paese, sarebbe il quinto più grande del mondo – è più grande del Brasile e leggermente più piccolo della Cina e degli Stati Uniti. Ogni metro quadrato riceve, in media, tra i 2.000 e i 3.000 chilowattora di energia solare all’anno, secondo le stime della NASA. Dato che il Sahara copre circa 9m², ciò significa che l’energia totale disponibile – cioè, se ogni centimetro di deserto assorbisse ogni goccia di energia solare – è di oltre 22 miliardi di gigawattora (GWh) all’anno.

Anche questo è un grande numero che richiede un certo contesto: significa che un ipotetico parco solare che copra l’intero deserto produrrebbe 2.000 volte più energia delle più grandi centrali elettriche del mondo, che generano appena 100.000 GWh all’anno. In realtà, la sua produzione equivarrebbe a più di 36 miliardi di barili di petrolio al giorno – circa cinque barili per persona al giorno. In questo scenario, il Sahara potrebbe potenzialmente produrre più di 7.000 volte il fabbisogno elettrico dell’Europa, con emissioni di carbonio quasi nulle.

Inoltre, il Sahara ha anche il vantaggio di essere molto vicino all’Europa. La distanza più breve tra il Nord Africa e l’Europa è a soli 15 km dallo Stretto di Gibilterra. Ma anche distanze molto più lontane, attraverso la larghezza principale del Mediterraneo, sono perfettamente pratiche – dopo tutto, il cavo elettrico sottomarino più lungo del mondo corre per quasi 600 km tra Norvegia e Paesi Bassi.

Nell’ultimo decennio circa, gli scienziati hanno esaminato come il solare del deserto potrebbe soddisfare la crescente domanda di energia locale ed eventualmente alimentare anche l’Europa – e come questo potrebbe funzionare nella pratica. E queste intuizioni accademiche sono state tradotte in piani seri. Il tentativo di profilo più alto è stato Desertec, un progetto annunciato nel 2009 che ha rapidamente acquisito molti finanziamenti da varie banche e aziende energetiche prima di crollare quando la maggior parte degli investitori si è ritirata cinque anni dopo, citando costi elevati. Tali progetti sono ostacolati da una varietà di fattori politici, commerciali e sociali, compresa la mancanza di un rapido sviluppo nella regione.

Proposte più recenti includono il progetto TuNur in Tunisia, che mira ad alimentare più di 2 milioni di case europee, o la Noor Complex Solar Power Plant in Marocco, che mira anche ad esportare energia in Europa.

Al momento esistono due tecnologie pratiche per generare elettricità solare in questo contesto: l’energia solare concentrata (che va sotto il nome di CSP) e i normali pannelli solari fotovoltaici. Ognuna ha i suoi pro e contro.

L’energia solare concentrata utilizza lenti o specchi per concentrare l’energia solare in un unico punto, che diventa incredibilmente caldo. Questo calore genera elettricità attraverso le turbine a vapore convenzionali. Alcuni sistemi utilizzano sale fuso per immagazzinare l’energia, consentendo di produrre elettricità anche di notte.

Il CSP sembra essere più adatto al Sahara a causa del sole diretto, della mancanza di nuvole e delle alte temperature che lo rende più efficiente. Tuttavia le lenti e gli specchi potrebbero essere coperti da tempeste di sabbia, mentre la turbina e i sistemi di riscaldamento a vapore rimangono tecnologie complesse. Ma lo svantaggio più importante della tecnologia è l’uso di risorse idriche scarse.

I pannelli solari fotovoltaici convertono invece l’energia solare in energia elettrica utilizzando direttamente i semiconduttori. Si tratta del tipo di energia solare più comune in quanto può essere collegata alla rete o distribuita per l’utilizzo su piccola scala su singoli edifici. Inoltre, fornisce una produzione ragionevole in caso di tempo nuvoloso.

Ma uno degli svantaggi è che quando i pannelli diventano troppo caldi la loro efficienza diminuisce. Questo non è l’ideale in una parte del mondo in cui le temperature estive possono facilmente superare i 45℃ all’ombra, e dato che la domanda di energia per il condizionamento dell’aria è più forte durante le parti più calde della giornata. Un altro problema è che le tempeste di sabbia potrebbero coprire i pannelli, riducendone ulteriormente l’efficienza.

Entrambe le tecnologie potrebbero aver bisogno di una certa quantità d’acqua per pulire gli specchi e i pannelli a seconda del tempo, il che rende l’acqua un fattore importante da considerare. La maggior parte dei ricercatori suggerisce di integrare le due tecnologie principali per sviluppare un sistema ibrido.

Solo una piccola parte del Sahara potrebbe produrre tanta energia quanta ne produce attualmente l’intero continente africano. Con il miglioramento della tecnologia solare, le cose diventeranno solo più economiche e più efficienti. Il Sahara può essere inospitale per la maggior parte delle piante e degli animali, ma potrebbe portare energia sostenibile alla vita in tutto il Nord Africa – e oltre. Mi chiedo davvero se non sia possibile trovare le risorse economiche e gli accordi politici per rendere tutto questo reale e non solo possibile.

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RIPRODUZIONE NELLO SPAZIO

Colonizzare lo spazio significa riprodursi lì, ma ancora non sappiamo se questo è possibile.

Se c’e’ una cosa in cui le persone sono brave, e’ fare piu’ persone. Siamo così prolifici nel procreare che la popolazione terrestre ha raggiunto le 7,5 miliardi di persone sul pianeta. E dal momento che nel lungo termine la colonizzazione di altri pianeti potrebbe essere uno dei percorsi di sviluppo o di salvezza dell’umanità, chiedersi se siamo in grado di riprodursi nello spazio è un tema scientifico che stiamo studiando oggi.

La nostra luna è vicina, Marte è raggiungibile in appena un paio di mesi di viaggio, i potenziali eso-pianeti ospitali per la vita si trovano a diversi anni luce di distanza (che corrispondono a molti anni umani di viaggio) e, quindi, più lontano vogliamo spostarci, più è plausibile pensare che dovremo poterci riprodurre in ambienti oggi ostili. Ma data la quantità di radiazioni presenti nello spazio e le sfide della riproduzione in assenza di gravità o a bassa gravità, è più facile a dirlo che a farlo.

I ricercatori sanno che i viaggi nello spazio possono essere pericolosi per la salute umana sin dalle missioni della NASA negli anni ’60. Gli scienziati hanno notato che la densità ossea nei piedi degli astronauti diminuisce di circa il 6% dopo meno di due settimane nello spazio. I muscoli si riducono ad una velocità ancora maggiore. E da allora abbiamo imparato che i raggi cosmici, onnipresenti nello spazio e all’interno delle stazioni spaziali, causano il cancro e le malattie dei tessuti – e alla fine si rivelerebbero dannosi anche per il DNA e il sistema nervoso.

Lo spazio è un luogo ostile, anche per gli astronauti addestrati. Che cosa farà tale ambiente ad embrioni, feti e neonati che per loro natura sono creature fragili? Come influisce sui nostri sistemi riproduttivi? Le risposte oggi restano in gran parte sconosciute.

Per quanto ne sappiamo, nessuno ha mai fatto sesso nello spazio. Senza gravità, l’atto in sé potrebbe rivelarsi difficile, senza contare che poi lo sperma e gli ovociti devono incontrarsi per iniziare una gravidanza, che richiede una serie di azioni cellulari perfettamente coordinate. Per esempio, gli spermatozoi devono guadagnare velocità man mano che si avvicinano al loro obiettivo, e le cellule nella loro testa devono fondersi insieme in modo che siano abbastanza forti da rompere l’ovulo. Se non lo fanno, la gravidanza è un no.

Per decenni, gli scienziati hanno lavorato per risolvere i misteri riproduttivi dello spazio. Dopo la corsa allo spazio, gli astronauti hanno iniziato a trasportare pesci, vermi, rane e salamandre in orbita per testare le loro capacità di riproduzione fuori dal mondo. In una serie di promettenti esperimenti, tutti sono riusciti a produrre prole sana. Ma in mezzo a vari casi di successo, gli scienziati hanno registrato un fallimento particolarmente significativo. A bordo di un satellite russo nel 1979, ratti maschi e femmine non sono riusciti a fecondare durante una missione di 18,5 giorni o, più precisamente, hanno scelto di non fare sesso; una dimostrazione di astinenza per il roditore praticamente inedita sulla Terra.

A differenza dei loro amici viscidi e fertili, il problema è che i roditori sono mammiferi, la cui anatomia, fisiologia e geni sono simili ai nostri. Solo i mammiferi per esempio hanno una placenta. Così per conoscere gli effetti dello sviluppo della placenta nello spazio, dobbiamo usare i mammiferi. Senza che la gravità della Terra spinga tutto verso il basso, la necessità di camminare, correre e trascinare cose pesanti scompare in orbita. Di conseguenza, anche le nostre ossa e i nostri muscoli si indeboliscono. Poiché questa forza è importante per la gravidanza, ed essenziale per un feto in crescita, senza gravità i topi non riescono a rimanere incinta, o meglio, per essere precisi secondo gli esperimenti che sono stati finora a terra simulando l’assenza di gravità, riescono tecnicamente a restare incinta, ma in percentuale di gran lunga minore dei colleghi terrestri.

Un altro gruppo di scienziati ha liofilizzato lo sperma di topo e lo ha conservato a temperatura ambiente. Tre serie di questi campioni liofilizzati sono andati alla ISS nel 2013, e da li sono partiti gli studi sulla loro vitalità dopo diversi periodi di tempo sulla stazione spaziale. Non è come studiare la fecondazione e la gravidanza in microgravità, ma questo lavoro permette agli astronauti di analizzare gli effetti delle radiazioni spaziali sulle cellule riproduttive maschili. Perché oltre alla gravità, c’è anche il problema delle radiazioni.

La ISS è esposta a forti radiazioni spaziali che possono rompere il DNA dello sperma, e la prole risultante può essere alterata. Le ricerche fatte stanno lentamente rispondendo a queste domande. Dopo essere rimasti sulla ISS per nove mesi, alcuni di questi spermatozoi hanno mostrato segni di lievi danni al DNA, ma hanno continuato a produrre cuccioli normali e sani. Il team di Wakayama, lo studioso giapponese che ha dedicato i suoi studi a questo argomento, sta analizzando campioni che hanno volato sulla ISS per tre anni; il lotto finale, nello spazio per sei anni, dovrebbe tornare sulla Terra proprio questa primavera.

E attenzione, che stiamo iniziando a capire ora cosa accade ai topi, senza che ovviamente alcun esperimento sia stato ancora condotto sugli embrioni umani. Sempre che questo sia possibile, per le rilevanti implicazioni etiche ed economiche che una tale azione comporterebbe.

Quindi, volendo andare per gradi, dobbiamo ancora prima capire bene come funziona la riproduzione dei mammiferi in generale, poi dobbiamo capire come funziona per l’uomo che è un mammifero ben più complesso di un topo, e poi qualora fosse possibile dovremmo cominciare a pensare ad una serie di regole: fare sesso in una colonia umana su un pianeta ostile sarebbe ammesso o andrebbe regolato? Cosa accadrebbe agli embrioni non sani? Come ci si prenderebbe cura della prole nata sana e che va protetta pur non essendo utile ad attiva in una colonia spaziale? Così tanto per farsi qualche domanda di fondo. E per capire quanto realmente siamo ancora lontanissimi dal vederlo accadere.

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