Puntata #15

Servizi per l'esplorazione del futuro

Drone Wings, la società di droni di Google, riceve l’autorizzazione ad operare.
New York e la nuove legge sui tetti: verdi, dotati di pannelli solari o turbine eoliche.
Le ali morphing o mutanti sviluppate da NASA e MIT che cambiano forma da sole.
Esoscheletri: dal mito del soldato invincibile, a soluzione medica ad ausilio professionale.
Eightfold, l’intelligenza artificiale che fa incontrare domanda ed offerta di lavoro: è tutto oro quel che luccica?



CONSEGNE VIA DRONE CON DRONE WINGS

Christiansburg , Virginia rurale sudoccidentale, inizio Settembre 2020. All’inizio era solo un puntino scuro all’orizzonte, praticamente impercettibile anche per un occhio ben allenato. Come quello di Gordon Kramer, ex veterano di guerra, ormai ritiratosi ad allevare cavalli nel mezzo del nulla. E trovarsi con la moglie malata di diabete che stava per finire le medicine e contemporaneamente uno dei suoi cavalli migliori da vaccinare non era cosa da poco vista la sua età.

Salire a bordo del pick-up, guidare per quasi due ore tra la polvere ed un lungo pezzo di sterrato era roba da mettere a dura prova le sue giunture usurate di ultrasettantenne. Eppure, lui se ne stava seduto su quella vecchia sedia a dondolo di legno scuro nel patio davanti a casa, e ad ogni scricchiolio delle assi di legno il puntino si ingrandiva. Fino a che si sentì distintamente il suono dei rotori.

Il drone, un po’ sgraziato ed appesantito dal pacco rettangolare che portava sotto la pancia, rallentò e si fermò come per magia nel grande spiazzo davanti all’abitazione. Scese fino a toccare terra, sganciò il suo prezioso carico di medicinali, una coppia di walkie talkie, dei finimenti nuovi per i cavalli ed una bottiglia di whiskey di ottima qualità. Pochi minuti dopo, il silenzio si riprese il suo spazio e l’aria di quel fazzoletto di Virginia tornò immobile come se nulla fosse successo.

Se avete pensato che mi sia divertito a romanzare un po’ il futuro dei droni, sappiate che nei giorni scorsi la compagnia di consegna a domicilio Drone Wing, di proprietà della casa madre di Google, Alphabet, ha ricevuto il via libera ad operare come compagnia aerea dalla Federal Aviation Authority degli Stati Uniti.

Per ricevere la certificazione, ha dimostrato che le consegne via drone comportano per i pedoni un rischio inferiore a quello delle automobili. Anche se i servizi di consegna di altre aziende di droni hanno già ricevuto l’approvazione per i voli di prova, Drone Wing è la prima a ricevere lo status di compagnia aerea negli Stati Uniti. Un passo che, in futuro, faciliterà probabilmente l’ottenimento dell’autorizzazione per altri progetti analoghi.

Google, del resto, ha propagandato molti vantaggi dell’utilizzo di droni senza pilota per consegnare i pacchetti, dalla riduzione delle emissioni di carbonio e della congestione stradale all’aumento dei collegamenti tra le comunità e le imprese locali.

I principali test sui droni di Drone Wing hanno avuto luogo a Canberra, in Australia, dal 2014. Da allora, dice l’azienda, i suoi droni hanno eseguito più di 70.000 voli di prova e consegnato migliaia di pacchetti. A parte qualche lamentela circa l’eccessiva rumorosità dei droni, per il resto l’esperimento sembra essere andato a buon fine.

I droni elettrici di Drone Wing sono azionati da 14 eliche, quasi tutte montate sulla parte superiore per trasportare carichi fino a 1,5 chilogrammi. Il loro scopo è quello di fornire un’ampia gamma di articoli di uso quotidiano, dal cibo e bevande, ai medicinali e alle forniture di emergenza.

Ovviamente Google non è stata la sola ad intuire le potenzialità dei droni. Già nel 2013, il CEO di Amazon, Jeff Bezos, aveva previsto che nei prossimi anni i droni del gigante della vendita al dettaglio online avrebbero iniziato a ronzare fuori dai centri di distribuzione. A quel tempo, Bezos aveva dichiarato che i droni della sua azienda sarebbero stati costruiti per trasportare circa 2,5 chilogrammi – un limite di peso che avrebbe permesso di consegnare l’85% circa dei prodotti venduti da Amazon tramite drone.

Amazon fece in Inghilterra la prima consegna via drone già nel 2016, ma coniugare le rigide e diverse norme su entrambe le sponde dell’oceano non è banale. In realtà parallelamente agli annunci ed agli esperimenti, Amazon sta portando avanti un’interlocuzione con la Federal Aviation Administration (FAA) per chiedere un quadro regolatorio che consenta lo svolgimento delle sperimentazioni, attualmente non possibili per via delle misure di sicurezza imposte. Tra queste, l’obbligo di mantenere i velivoli nel raggio visivo del pilota, il che impedisce viaggi lunghi ed autonomi. Nel 2016 si è ammorbidita questa limitazione consentendo il volo ad operatori che aderiscano al sistema LATAS per il controllo di volo automatico che impedisca collisioni. Restano tutte le altre limitazioni, come l’obbligo di tenersi distanti dalle folle e di volare solo durante il giorno, e una generale incompatibilità del servizio immaginato da Amazon con le aree abitate urbane.

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, in Cina, c’è un’altra grande azienda di e-commerce che si chiama JD che tutto quanto immaginate l’ha già attuato. Senza l’onore delle cronache occidentali, a metà 2017 aveva realizzato 150 mila consegne via drone. Le aree rurali della Cina rappresentano un mercato potenziale di 618 milioni di persone, spesso difficili da raggiungere su gomma o ferro. Nelle province di Beijing, Sichan, Jaingsu, Shaanxi e Guizhou, JD sta usando quotidianamente una flotta di droni in grado di effettuare circa 40 recapiti al giorno ciascuno, volando in un raggio di 40 chilometri. A differenza della suggestiva idea di Amazon, che prevede il recapito direttamente alla porta del cliente, JD consegna le merci a dei centri di distribuzione locali o al limitare dei villaggi. Questo consente di evitare problemi di sicurezza e consente di ottimizzare il numero dei voli perché i velivoli possono trasportare fino a 10 chilogrammi. Il costo di un volo è di circa $1, e gli apparecchi, hanno una dimensione di circa 80cm.

Per ottenere questi risultati JD ha però sostenuto costi e compiuto sforzi mostruosi anche dal punto di vista del marketing. Nel 2015 infatti l’azienda ha reclutato circa 150mila “promoter” da mandare nei villaggi più sperduti per insegnare agli abitanti come utilizzare il web, pagando poi loro una commissione sul venduto. Le consegne continuavano a costituire però un problema in molte aree ancora impervie, non collegate con i servizi di trasporto pubblico e con strade difficilmente percorribili da mezzi su gomma. Ecco perché da fine 2015 l’azienda ha iniziato a far circolare i suoi droni rossi per un test di mercato nella provincia di Jiangsu.

Intanto che i giganti trovano la quadra tra performance e numero dei droni, durata della batteria e velocità di ricarica, capacità di carico, regolamentazioni stringenti, modelli di business diversi ed una miriade di altri parametri in divenire, noi continuiamo a tenere il naso all’insù nella speranza che la prossima spesa arrivi dal cielo.

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I TETTI DI NEW YORK

Lunedì 22 aprile, il consiglio comunale di New York City ha approvato il Climate Mobilization Act, un pacchetto di leggi e risoluzioni volte a migliorare drasticamente l’efficienza energetica della città.

Seguendo le orme di Toronto, San Francisco, Denver e Portland, tutti i nuovi edifici residenziali e commerciali della città dovranno avere tetti equipaggiati con superfici a giardino, pannelli solari, mini-turbine eoliche o una combinazione di queste tre cose. Se nell’immaginario comune lo skyline della città è ancora dominato da vetro e metallo, presto cambierà faccia.

La nuova legislazione sulla bioedilizia del Consiglio Comunale, approvata proprio un giorno prima della Giornata della Terra, mira a togliere dalla strada emissioni pari a più di un milione di automobili entro il 2030.

Rafael Espinal, il membro del Consiglio di New York che ha sponsorizzato il disegno di legge ha dichiarato “Oggi, stiamo approvando un disegno di legge che non solo renderà il nostro skyline più bello, ma migliorerà anche la qualità della vita dei newyorkesi per le generazioni future”.

Il disegno di legge riguarda tutti i nuovi edifici, nonché quelli che sono in fase di importanti ristrutturazioni, regola i requisiti per gli edifici più piccoli e studia le modalità di introduzione graduale della norma per evitare di avere un impatto negativo sui proprietari di case e sulle piccole imprese.

A onor del vero, diverse iniziative private a New York si erano già mosse nella medesima direzione. L’imponente tetto verde del Javits Center, per esempio, ha all’incirca le dimensioni di cinque campi da calcio, ma sono stati progettati e realizzati altri tetti verdi su vari edifici della città come il Brooklyn Steel, il Barclays Center, l’USPS Morgan Processing and Distribution Center e molti altri.

Ma cosa sono e quali benefici producono questi tetti verdi? L’aspetto estetico è indiscutibile, ma c’è molto altro.

Un tetto verde è un tetto parzialmente o completamente ricoperto di piante e un substrato di terra deposta su una membrana impermeabile. Numerosi studi hanno dimostrato che i tetti verdi offrono una varietà di vantaggi per l’ambiente. Riducono l’effetto isola di calore urbano raffreddando l’atmosfera circostante. Inoltre, mitigano anche il ruscellamento delle acque piovane, che riduce l’inquinamento idrico. In alcuni casi, i tetti verdi possono anche essere utilizzati per l’agricoltura urbana per fornire ai quartieri alimenti più sani e coltivati localmente oltre che posti di lavoro. Anche i proprietari di edifici e i proprietari di case trarrebbero beneficio dai tetti verdi. L’isolamento aggiunto che forniscono può ridurre le spese di raffreddamento e riscaldamento dei piani superiori dell’edificio. Inoltre, forniscono un nuovo servizio per i residenti che può aumentare il valore della proprietà.

I tetti verdi raffreddano le città mitigando l’effetto “isola di calore urbano”, riducono i costi energetici, assorbono l’inquinamento atmosferico, riducono il deflusso delle acque piovane, promuovono la biodiversità e forniscono isolamento acustico, non solo secondo il giudizio del Consiglio Comunale, ma anche in base ai risultati delle sperimentazioni già avviate in altri paesi.

Cambiare il materiale su un tetto può sembrare un piccolo passo in effetti, ma l’impatto può essere impressionante. I tetti a verde vegetale riducono l’effetto isola di calore urbano, in quanto le piante assorbono la luce che altrimenti diventerebbe energia termica. Riducendo l’aumento di calore, i tetti verdi possono contribuire a ridurre la domanda di energia elettrica e persino il consumo energetico all’interno degli edifici. Una ricerca pubblicata dal National Research Council of Canada ha scoperto che un tetto verde estensivo può ridurre del 75% il fabbisogno energetico giornaliero di un edificio per la climatizzazione. Mi sembra chiaro che di fronte a queste valutazioni, il fatto che abbiano un aspetto piacevole, sia appunto solo un gradevole plus.

A New York hanno stimato che 50.000 edifici, che rappresentano appena il 2% del totale degli edifici della città, contribuiscono alla metà di tutte le emissioni di carbonio legate all’edilizia. E da qui sono partiti per risolvere il problema. Non a caso il progetto di legge, denominato “Dirty Building Bill” (cioè letteralmente “edifici sporchi”) mira a ridurre le emissioni di carbonio dell’80% entro il 2050 attraverso soluzioni di risparmio energetico e retrofit come l’installazione di un migliore isolamento.

Negli USA c’è persino un’associazione che si chiama Green Roofs for Healthy Cities, cioè tetti verdi per città in salute, il cui fondatore ha detto “Con questa legislazione New York City si unisce ad una famiglia crescente di città che utilizzano i tetti per gestire le acque piovane, generare energia pulita, ridurre l’isola di calore urbano, fornire posti di lavoro verdi e generare spazi ricreativi di cui c’è tanto bisogno”. Ci sarebbe bisogno anche da noi, secondo voi si potrebbe o si dovrebbe copiare questa idea?

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LE ALI MORPHING DELLA NASA E DEL MIT

Dopo aver parlato di consegne via drone e di tetti rivoluzionari, vi terrò con il naso all’insù anche in questo episodio. Due grandi e storiche istituzioni di scienziati e professionisti come la NASA e il MIT hanno infatti deciso di rivoluzionare il modo in cui vengono realizzate le ali.

Le ali di aeroplano sono strutture complicate e costose da progettare, costruire e mantenere. Per svolgere il loro lavoro, hanno bisogno di un intricato sistema di superfici di controllo, motori, cavi e idraulica per funzionare, in modo che un’ala rigida possa utilizzare superfici che scorrono e si inclinano per controllare il flusso d’aria che le attraversa.

Il problema è che queste superfici rigide non sono così efficienti come dovrebbero essere in realtà. Ogni ala è infatti un compromesso tra un’intera serie di forme ideali che sarebbero necessarie per fornire le migliori prestazioni durante il decollo, l’atterraggio e ogni altra condizione di volo intermedia. Sappiamo benissimo che per quanto possiamo leggermente modificare la geometria dell’ala per rispondere alle diverse necessità di ogni fase di volo, restiamo comunque costretti dentro una struttura sostanzialmente rigida.

Il MIT e la NASA hanno sviluppato un’ala realizzata con un “metamateriale”, composto da centinaia di minuscole parti, che è automorforescente, una parola complessa che però vuol dire che può cambiare forma autonomamente in risposta al carico aerodinamico. Forse i termini in inglese ala “morphing” o in italiano “mutante” rendono più facilmente l’idea.

Il team di ricercatori guidati dalla NASA e dal MIT ha sviluppato questo nuovo design radicale che non solo è molto più leggero delle ali convenzionali, ma ha anche il potenziale per riconfigurarsi automaticamente per soddisfare le condizioni di volo del momento. Costruito con minuscole piastrelle polimeriche identiche collegate tra loro, il nuovo “metamateriale” meccanico promette una produzione e manutenzione più veloce ed economica degli aerei.

Questa idea non è completamente nuova. Pensate che già il primissimo Wright Flyer nel 1903 utilizzava un’ala morphing per i controlli, ma la nuova idea è quella di costruire l’ala con mattonelle che hanno forma di cubi polimerici, triangoli o altre forme costituite da bordi della lunghezza di un fiammifero e vuoti all’interno ovviamente, avvitati insieme per formare una struttura reticolare aperta e leggera che è coperta da un sottile strato di un polimero simile ad una pelle. Il tutto avrebbe più o meno la consistenza di una leggera gomma. L’ala diventa praticamente simile a una costruzione di Lego ma…flessibile.

Secondo il MIT, il risultato è un “metamateriale” meccanico che ha la stessa rigidità di un’ala convenzionale, ma la densità di un aerogel. In termini numerici, ciò significa ridurre la densità della gomma da 1.500 kg per metro cubo a 5,6 kg per metro cubo. Questo non solo rende l’ala molto più leggera, ma anche in grado di rimodellarsi per soddisfare le condizioni di volo.

A differenza delle ali convenzionali, che sono rigide e permettono all’aereo di manovrare grazie allo spostamento di alcune superfici – gli alettoni e gli ipersostentatori – l’ala del MIT è completamente deformabile e modifica il proprio disegno a seconda che il velivolo debba alzarsi, abbassarsi, virare o cabrare.

L’ala del MIT permette ai progettisti di non dover più scendere a patti con la fisica: potendo mutare dinamicamente la propria forma, può assumere in ogni istante la conformazione più adatta alle condizioni del volo. Ma attenzione che l’ala non muta forma per magia. Speciali micromotori e attuatori elettrici rendono possibile la deformazione dell’ala, che grazie a vari sensori e ad un cervello elettronico è in grado di assumere in ogni momento la conformazione più adatta alla situazione di volo senza bisogno dell’intervento del pilota.

Grazie ad un metodo di stampaggio ad iniezione, il tempo di realizzazione di ciascuna piastrella è appena di 17 secondi. Combinando questo metodo con l’assemblaggio robotizzato, sarà possibile non solo scalare il sistema mantenendo bassi i costi, ma anche lasciare tempo agli ingegneri per dedicarsi ad altri progetti di aerei più efficienti, come un’ala mista dove lo scafo e l’ala si fondono l’uno nell’altro.

E come tutto ciò che vola, la riduzione di peso significa inoltre minori consumi di carburante e quindi di emissioni nell’ambiente di sostanze tossiche.

L’idea chiaramente richiede di essere esplorata ancora a fondo prima di vederla applicata ai futuri aerei di linea che siamo abituati ad utilizzare, però la tecnologia potrebbe subire un’accelerazione legata alla sua potenziale utilità in molti altri campi, dalle turbine eoliche alle antenne nello spazio, dai ponti ad altre strutture estreme che richiedono complesse gestioni del peso e dell’aerodinamica. Pensate per esempio a cosa vuol dire trasportare una pesante pala eolica dal sito di produzione a quello di installazione, piuttosto che assemblare in loco una struttura leggera.

In attesa di capire come e quando vedremo entrare questa applicazione nelle nostre vite, terrò le orecchie tese per capire se diventeranno pubbliche ulteriori informazioni su questa meravigliosa iniziativa.

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L’ERA DEGLI ESOSCHELETRI

Se oggi dico esoscheletri o supertute e vi viene in mente l’ingombrante “Power Loader” di Aliens di James Cameron, vuol dire che siete rimasti un po’ indietro rispetto agli sviluppi recenti di questo stimolante pezzo di tecnologia futura. Nell’immaginario comune, comunque è facile pensare a quelle grandi strutture robotiche rigide ed ingombranti che sembrano avvolgere un individuo e che più che aiutarlo a svolgere dei compiti sembrano appesantirlo e rallentarlo nei movimenti.

L’esoscheletro è un progetto sul quale ha investito l’agenzia DARPA statunitense e quindi non è una sorpresa che le applicazioni militari fossero il focus iniziale e che attorno allo strumento ci fosse il desiderio di una sorta di super-soldato in grado di sopportare dolore e fatica oltre i limiti concessi ai normali uomini. Ed invece non abbiamo ancora visto nulla di tutto questo, mentre proliferano supertute che vogliono essere di aiuto alla deambulazione, al trasporto di carichi pesanti, alla cura di malati che non riescono più a camminare e più in generale a sostegno di una grande quantità di mestieri che possono portare ad un’usura fisica non trascurabile. Senza contare che, come spesso accade, la convergenza di tecnologia diverse, in questo caso la sensoristica e gli algoritmi adattivi stanno ampliando le possibilità di uso degli esoscheletri; ma andiamo con ordine.

L’umanità ha iniziato ad entrare nell’era degli esoscheletri ed esosuit indossabili che offrono sostegno e forza al corpo delle persone. Il mal di schiena è un problema complesso con molte cause potenziali, ma una fonte comune è dovuta allo stress da movimenti ripetitivi e carichi sui muscoli e sui dischi. La maggior parte degli adulti soffrono di mal di schiena ad un certo punto della loro vita, e purtroppo stiamo parlando di una delle principali cause di disabilità fisica. La prestigiosa rivista medica The Lancet ha recentemente pubblicato una serie di articoli che invitano tutti – dai politici nazionali e internazionali alle agenzie di finanziamento, ai ricercatori, ingegneri e clinici – a contribuire a migliorare l’efficacia delle cure e a sviluppare nuove soluzioni innovative per combattere questa epidemia globale.

Ecco allora che se da una parte la FDA (Food and Drug Administration) americana ha approvato diversi esoscheletri per assistere le persone con lesioni del midollo spinale o in caso di riabilitazione dopo l’ictus, dall’altra parte molti progetti mirano ad aiutare a mantenere i lavoratori sicuri e ridurre la fatica di lavori fisicamente impegnativi.

E’ noto che, per esempio, Toyota richieda ad alcune tipologie di lavoratori di indossare esoscheletri come equipaggiamento di protezione personale obbligatorio durante l’esecuzione di alcuni compiti che prevedono il sollevamento di materiali, dove la fatica e lo stress muscolare potrebbero portare a lesioni.

Per esempio, gli scienziati del Centro per l’ingegneria riabilitativa e la tecnologia assistiva della Vanderbilt hanno sviluppato un esoscheletro simile all’abbigliamento, che potrebbe essere descritto in modo più appropriato come abbigliamento meccanizzato, o anche solo una super tuta. Si compone di un gilet e pantaloncini realizzati con comuni materiali di abbigliamento, con l’aggiunta di elastici in tessuto assistivo e un interruttore che permette a chi lo indossa di attivare o disattivare l’assistenza della tuta.

Come funziona il sistema di sostegno alla schiena per alleviare il dolore?

Quando è spento, chi lo indossa può muoversi liberamente e completamente, il che non è tipico degli esoscheletri: la tuta in questione infatti non ha motori o batterie e pesa meno di un chilo e mezzo. Nessuna parte di essa sporge dal corpo e quindi si nasconde facilmente sotto i vestiti di tutti i giorni.

In qualsiasi momento, però, il sistema può essere acceso, e come conseguenza gli elastici della tuta sopportano una parte del carico che tipicamente graverebbe sui muscoli della schiena. In una prima serie di test di laboratorio, la tuta ha ridotto il carico sui muscoli lombari di circa il 20% durante il sollevamento e fino al 40% durante l’appoggio, ed ha ridotto il tasso di affaticamento dei muscoli dorsali dal 30% al 40% in media. Se provate a pensare all’impatto di questi “risparmi” di affaticamento sull’intera vita lavorativa di una persona, potremmo avere la differenza tra un anziano in forze senza muscoli usurati, ed uno che si muove a fatica.

I prossimi passi saranno integrare sensori indossabili e apprendimento automatico nella supertuta. Con queste aggiunte, la supertuta sarà in grado di monitorare lo stress sulla schiena di chi la indossa ed attivare automaticamente l’assistenza quando è necessaria.

Al Wyss Institute ad Harward invece, hanno già realizzato una supertuta che effettua regolazioni graduali, imparando dai movimenti di chi la indossa. La cosa più impressionante è la possibilità di personalizzare rapidamente la quantità di assistenza fornita, a seconda delle azioni dell’utente.

Quando chi indossa la tuta inizia a camminare, il sistema segue la distribuzione dell’energia fino alle articolazioni della caviglia e misura quanta energia fa risparmiare all’utente. In base all’andatura unica di quell’utilizzatore, il sistema si adatta gradualmente a quella potenza fino a raggiungere il punto di massima assistenza ottimale.

Quindi il futuro sarà fatto da tute leggere ed adattive. Questi tipi di esosuit promettono sia di aumentare la mobilità degli utenti normodotati che di servire come ausilio alla mobilità dei disabili, ma senza il peso aggiuntivo e il disagio di indossare componenti rigidi ed ingombranti. Senza dimenticare che, in un’accezione più educativa della tecnologia, potrebbero anche insegnare alle persone a svolgere correttamente compiti che richiedono movimenti specifici. In conclusione, non è azzardato sostenere che, nel giro di un ventennio al massimo, Batman, Spiderman e Superman non avranno più l’esclusiva dei superpoteri fisici.

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EIGHTFOLD, L’AI PER LA RICERCA DI LAVORO

Il mondo del lavoro mi sta a cuore. E non potrebbe essere altrimenti. Spendiamo attorno al lavoro dalle 8 alle 12 ore della nostra vita quasi ogni giorno ed è li che la tecnologia influisce maggiormente sul nostro modo di vivere, operare e relazionarci con gli altri. Se qualche settimana fa non ho potuto fare a meno di restare colpito e raccontarvi dell’intelligenza artificiale di IBM che è in grado di predire con accuratezza quando un dipendente cercherà di cambiare lavoro, questa è la settimana di Eightfold.

Eightfold è una piattaforma di intelligenza artificiale che abbina i candidati ad un determinato lavoro con i datori di lavoro e che pochi giorni fa ha chiuso un round di investimento facendo un aumento di capitale di 28 milioni di dollari. Ed è un round C. L’iniezione di capitale segue una prima raccolta da 5,7 milioni di dollari nel settembre 2017 ed un round B da 18 milioni di dollari dell’aprile 2018, portando il totale raccolto dalla società di Mountain View, California, a quasi 55 milioni di dollari. In tre anni. Ci deve essere qualcosa di speciale in questo progetto.

Il problema che affronta Eightfold è ben noto: è difficile trovare candidati qualificati. Negli Stati Uniti, ci vogliono circa 43 giorni dal momento in cui un annuncio viene pubblicato fino al giorno in cui un aspirante dipendente accetta un’offerta, ed assumere un solo candidato può costare oltre 4.000 dollari. Non sorprende che il 63% dei dirigenti di un sondaggio di Gartner abbia definito la carenza di talenti come il rischio principale che le loro organizzazioni devono affrontare.

Anche le opportunità sono enormi però, se si pensa che il cosiddetto mercato del recruiting vale circa 200 miliardi di dollari. E come si affrontano principalmente le ricerche oggi? Con parole chiave e qualche filtro.

Insomma, sto cercando un direttore amministrativo, uso la parola amministrativo. Guai a usare direttore, altrimenti il database mi lista direttori marketing, produzione, personale e così via. Se lo cerco direttore, magari selezionerò un filtro di esperienza lavorativa superiore ai 10 anni, o magari facciamo 15? Poi giustamente proverò a usare un filtro di settore, provenienza industriale. Perché un conto è amministrare chi produce e magari esporta qualcosa di tangibile, altra storia far di conto per servizi e beni immateriali. Se poi voglio che provenga da una società di consulenza o da uno studio commercialista, altro filtro, altro giro, altra ruota. Logica ed esperienza aiutano, ma spero di avervi dato un feeling di quanto farraginoso ed impreciso sia questo modo di procedere.

L’idea di Eightfold non è quella di concentrarsi sui titoli di lavoro, ma “quali competenze hanno” le persone, ha detto il fondatore Ashutosh  Garg. Non è detto che l’approccio utile sia cercare persone che hanno fatto esattamente quel mestiere o svolto un determinato compito, ma individui che possono farlo.

Eighfold porta in tavola un motore di job matching altamente individualizzato, basato sull’apprendimento automatico, che attinge “miliardi” di dati da oltre 100 milioni di profili per fornire raccomandazioni a selezionatori, manager e candidati, sia interni che esterni.

Invece di scansionare semplicemente le parole su una pagina e abbinarle alle parole nella descrizione del lavoro, una macchina può ora identificare abilità e attitudini che non compaiono esplicitamente nel curriculum del candidato, costruendo incroci e correlazioni non facilmente percepibili dall’occhio di un selezionatore umano.

Le persone in cerca di lavoro ricevono una lista dei ruoli migliori disponibili presso le aziende insieme a una valutazione della pertinenza delle loro competenze e l’accesso a un chatbot al quale possono rivolgere domande sul lavoro, i benefit e la cultura aziendale. Per quanto riguarda i selezionatori, sono in grado di specificare cose come gli obiettivi di diversity, i titoli di studio e molti altri requisiti e, facoltativamente, mascherare l’età, il sesso, l’etnia e la geografia dei candidati per ridurre al minimo i potenziali pregiudizi. Ed ovviamente la risposta dell’algoritmo è praticamente istantanea.

Eightfold sostiene che i suoi algoritmi sono stati scrupolosamente debiased, quindi realizzati in modo tale da rimuovere il pregiudizio insito nei dati, tanto che hanno portato ad un aumento collettivo del 19% nell’assunzione di donne tra i suoi clienti. Inoltre, in più di 20 milioni di candidature trattate fino ad oggi, si è osservato fino all’80% di risparmio di tempo per il reclutamento, un aumento del 200% di candidati qualificati e una riduzione del 60% dei costi di assunzione.

E’ tutto oro quello che luccica? A mio avviso è possibile identificare ancora un problema cruciale. Il matching non è solo tra qualità del candidato e tipologia di lavoro da fare, ma anche tra attitudini del candidato e cultura dell’azienda che assume e, se volessimo andare nello specifico, caratteristiche del gruppo di lavoro nel quale il candidato si va ad inserire. In altri termini, se sei un buon venditore lo posso capire di persona e sicuramente anche meglio grazie ad un potente algoritmo; se sei in grado di performare bene in quell’azienda, con quella cultura, quello stile, quel modus operandi e quelle persone (capi e colleghi), non c’è ancora algoritmo di matching che risponda al quesito.

Inoltre, secondo Bo Cowgill, un economista della Columbia University, che ha studiato l’uso dell’intelligenza artificiale nelle assunzioni, questi sistemi potrebbero portare ad un abbassamento dei salari, in alcune condizioni. Se le macchine sono in grado di identificare in modo affidabile candidati meno esperti, con meno credenziali, che comunque eccellono e potrebbero soddisfare i requisiti dei datori di lavoro, probabilmente questi si potrebbero portare a casa i candidati ad un “prezzo” più basso. E voi cosa ne pensate? Da candidati o da datori di lavoro quanto vi affidereste ad una macchina per scegliere? Scrivetemi e scambiamo delle riflessioni, da condividere in un prossimo episodio non appena ci sarà sufficiente materiale per farlo.

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