News dal futuro #95

Il futuro è già qui

Uomini aumentati cani cancro ed AI petroliere elettriche Ingenuity Blockchain Town

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In questa puntata, cinque approfondimenti visionari:

  • Uomini aumentati, una bella favoletta che ci raccontiamo per non pensare alle conseguenze a lungo termine dell’intelligenza artificiale.
  • Cani, cancro ed AI. Ovvero come un algoritmo impara dalla capacità dei cani di riconoscere i tumori, per far arrivare in futuro questa abilità sui nostri smartphone.
  • Petroliere elettriche. No, non è un controsenso. Una nuova generazione di navi elettriche si affaccia sul mercato, anche se per ora ironicamente servono anche a trasportare combustibili fossili.
  • Ingenuity. Il piccolo drone elicottero che accompagna il rover Perseverance su Marte, farà rivivere il sogno dei fratelli Wright, 120 anni dopo ed a 200 milioni di km da noi.
  • Blockchain Town. Continua il progetto di un magnate americano di costruire da zero, nel deserto, una città basata sulla blockchain. Genio o follia?

Se avete 1 minuto vi invito a compilare il questionario di The Future Of sul comportamento d’ascolto dei podcast
https://intoway.net/w/?bi=705#p/1039

La community di The Future Of

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UOMINI AUMENTATI, O NO?

Il termine uomini aumentati o augmented human, si riferisce alla combinazione tra uomini ed intelligenza artificiale. L’idea che l’AI lavori insieme alle persone per dare loro abilità ulteriori, che provengono dalla collaborazione macchina-cervello, è una storia affascinante, ma c’è un problema. La collaborazione è solo transitoria, cioè dura fino a quando l’algoritmo non raggiunge e supera le capacità dell’uomo. Dopo di che, le nostre abilità biologiche non hanno molto da aggiungere alla macchina.

Il credito di questa riflessione va tutto a Rob Toews che in un articolo di questa settimana su Forbes, introduce il concetto di “centaur AI”, che non conoscevo, trovo molto interessante e vi racconto in questo episodio di The Future Of.

La “centaur AI” è quella fase dove uomo e macchina lavorano insieme. E collaborando, performano meglio di quanto farebbero individualmente. Gli esempi sono molto interessanti.

Quando Deep Mind Alpha Zero, il programma di scacchi che ha battuto l’uomo, ha ottenuto la prima vittoria su un essere umano, si è formato un team uomo algoritmo che per lungo tempo è stato più forte sia dell’uomo che della macchina, presi da soli. L’algoritmo era capace di analizzare la partita milioni di mosse in anticipo, meglio di quanto qualsiasi campione avrebbe potuto fare. Gli uomini in compenso erano più bravi a congegnare una strategia di gioco e di usare un tocco di imprevedibilità, capaci di mettere in difficoltà l’algoritmo, inizialmente troppo razionale e meccaniscistico.

Quanto è durato questo favoloso tandem? Pochissimo. Oggi, non vi è praticamente alcuna possibilità che l’uomo batta la macchina, e l’aggiunta del nostro cervello all’algoritmo fornisce un contributo insignificante al computer.

Altri casi. La guida autonoma sui mezzi pesanti e la radiologia. Sono esempi classici. Siamo esattamente nella fase di “centaur AI”. L’uomo è già sui camion autonomi, ma come back-up di sicurezza per motivi legislativi. L’AI sui mezzi già aiuta a tenere la corsia, modificare la velocità in base alle condizioni del traffico, frenare in caso di imprevisti, allertare il conducente se è stanco e si sta per addormentare e tante altre cose. Cioè è proprio il caso di “uomo aumentato” e collaborazione.

La stessa cosa avviene in ambito medico, dove l’AI aiuta il radiologo a fare diagnosi migliori, ma lo spazio riservato all’uomo è in costante diminuzione.

Tradotto, quando la fase “centaur AI” sarà finita, l’algoritmo non avrà più bisogno del guidatore per condurre un mezzo, o di un radiologo per rilevare anomalie nelle lastre.

Le implicazioni ovviamente sono molteplici. Se pensiamo all’impatto sul lavoro, io non sono esageratamente catastrofista. Condivido la visione che i posti di lavoro persi in vari settori impattati dall’AI, verranno in parte recuperati da nuovi posti di lavoro nel settore tecnologico. Ma se fossi un camionista, un giocatore di scacchi o un radiologo, la cosa non è indifferente. Se il saldo posti persi vs creati può anche essere zero, se io mi trovo nell’elenco di quelli persi ho un problema, reale, contingente, immediato. E se vi aspettate che gli Stati reagiscano, provvedendo ad un reskilling veloce ed efficace… beh a me, non sembra granchè realistico.

Ma non è nemmeno questo il tema. Il tema è il possesso della “capacità di generare valore”. Un tempo l’uomo produceva valore con la forza fisica: contadini, soldati, operai, forza lavoro. Poi siamo passati alle risorse intellettuali: burocrati, artisti, preti, scienziati, impiegati e così via. L’AI rende inutili molte di queste doti utili a procurarsi un salario per vivere, se non tutte.

L’AI non può essere fermata e non avrebbe senso. La ricerca di migliori soluzioni tecnologiche per le persone per vivere, e per le aziende per migliorare la propria profittabilità, renderebbe inutile un approccio “luddista” all’argomento. Non cambierebbe nulla. Ne’ avrebbe senso bannare l’AI per uno Stato: perderebbe in competitività internazionale.

Io non ho la soluzione, figuriamoci se potesse arrivare da un semplice podcast, ma un suggerimento mi sento di darlo: proviamo a regolare la velocità con la quale l’AI entra nei nostri sistemi economici e sociali, in modo da poter pianificare la gestione dei cambiamenti che comporta. Il problema non è l’AI in sé, ma un suo avvento incontrollato.

CANI, CANCRO ED AI

Un gruppo di ricercatori dell’MIT Center for Bits and Atoms, ha usato le diagnosi di cancro alla prostata condotte da cani addestrati allo scopo, per alimentare un algoritmo di machine learning. L’obiettivo è quello di creare un naso elettronico capace di rilevare i tumori con la precisione e l’attendibilità tipiche del migliore amico dell’uomo.

Ma andiamo per gradi. Che i cani abbiano un olfatto speciale è un fatto ben noto. Ci aiutano negli aeroporti a cercare gli stupefacenti, in montagna a recuperare persone rimaste sotto le slavine e, fatto magari un po’ meno noto, ma ancora più importante, a riconoscere potenziali tumori nell’uomo.

L’idea di utilizzare i cani per rilevare i tumori è stata proposta per la prima volta per i melanomi nel 1989, e da allora, le abilità di rilevamento dei canini hanno spesso superato l’analisi degli odori basata sulle macchine: pensate che, in uno studio del 2015, i cuccioli che annusano le malattie avevano rilevato il cancro alla prostata da campioni di urina con una precisione del 98-99%.

Tra l’altro, il cancro alla prostata è il secondo tumore più comune negli uomini, e colpisce mediamente un individuo su nove ad un certo punto della sua vita. Esistono ovviamente diversi test scientifici per favorire la diagnosi, ma nell’ambito della ricerca di ulteriori opzioni, specialmente quelle a basso costo, i ricercatori hanno cercato biomarcatori olfattivi del cancro alla prostata nei campioni di urina.

E li hanno sottoposti ai cani. Quelli dell’esperimento sono animali che, pur avendo ricevuto un training abbastanza limitato, sono riusciti ad individuare la presenza della malattia in oltre il 70% dei casi. Con un allenamento più lungo ed intensivo, quindi, queste percentuali sono destinate ad aumentare ed avvicinarsi ai risultati del 2015. 

Ma lo scopo, ovviamente, non è dotarsi di un maggior numero di cani, che come potete capire è comunque un processo lungo e dispendioso, bensì utilizzare l’intelligenza artificiale per “replicare” l’abilità degli animali.

Come primo passo verso lo sviluppo di nasi elettronici con capacità simili, il team dell’MIT ha usato le diagnosi dei cani per addestrare un tipo di intelligenza artificiale basata su una rete neurale artificiale per valutare le sostanze chimiche volatili rilevate dalle urine.

Senza entrare nei dettagli dell’esperimento, possiamo dire di essere solo all’inizio. Serviranno più test, campioni di pazienti in stadi iniziali, affinamento dell’algoritmo e così via, ma l’obiettivo dichiarato è quello di brevettare un dispositivo dove il software potrà risiedere sul nostro smartphone, ed un qualche device olfattivo, una sorta di naso elettronico, potrà essere usato per gli esami a livello individuale.

Pensate quante vite potrà salvare una semplice analisi dei campioni, fatta di tanto in tanto, con la stessa semplicità di quando saliamo sulla bilancia per vedere se abbiamo preso qualche kilo.

PETROLIERE ELETTRICHE

Si avete capito bene, non è uno scherzo né un gioco di parole, anche se una certa amara ironia c’è: navi elettriche e pulite, per trasportare carichi tutt’altro che green. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare.

Le navi da carico rappresentano quasi il 3% delle emissioni annuali di gas serra, secondo l’Organizzazione marittima internazionale (IMO), l’organismo delle Nazioni Unite che regola il settore. Nel 2018, l’IMO ha deciso di ridurre le emissioni del trasporto marittimo del 50 per cento dai livelli del 2008 entro il 2050, un obiettivo che sta stimolando gli investimenti non solo nelle batterie, ma anche nei combustibili più puliti come l’idrogeno e l’ammoniaca.

Pioniere il Giappone. Una nuova nave alimentata solo da batterie agli ioni di litio sta per fare la sua comparsa lungo le coste nipponiche. La petroliera lunga 60 metri sarà la prima nave completamente elettrica del suo genere, non appena sarà completata nel 2022.

Asahi Tanker, con sede a Tokyo, sarà proprietaria e gestore della nave modello “e5”, che, ironia della sorte, trasporterà combustibili marini per riempire i serbatoi di altre navi da carico nella baia di Tokyo. Il sistema di stoccaggio di energia da 3,5 megawatt-ora è grande quanto 40 batterie della Tesla Model S. Una capacità sufficiente per spingere la nave per “molte ore” prima di aver bisogno di collegarsi ad una stazione di ricarica a terra.

Il produttore di queste speciali batterie per navi, che si chiama Corvus, ne ha già installate oltre 400 e su un quarto delle imbarcazioni, parliamo di propulsione già 100% elettrica, negli altri casi mista. La maggior parte dei modelli riguarda il trasporto di passeggeri ed automobili tra i fiordi norvegesi, dove le normative in ambito ecologico sono già più restrittive che in altri paesi del mondo.

E la cosa buona e che l’elettrico si sta diffondendo rapidamente in altre categorie di navi. Le batterie della petroliera “e5” sono già relativamente potenti per lo scopo, quello dei trasporti brevi costieri, e diversi progetti più grandi sono in fase sviluppo. La Yara Birkeland, una nave container lunga 80 metri, userà un sistema da 9 MWh per tutta la sua propulsione quando verrà lanciata alla fine di quest’anno e la Corvus sta fornendo batterie da 10 MWh per AIDA Perla, una nave da crociera da ben 3.330 passeggeri.

Oltre agli impegni globali di riduzione delle emissioni, l’altro motivo di questo boom è legato al prezzo delle batterie. La tecnologia agli ioni di litio è diventata significativamente più economica grazie all’esplosione del mercato delle auto elettriche sulla terraferma. I prezzi medi dei pacchi batteria erano di circa 140 dollari per kilowatt-ora nel 2020, ben più convenienti dei circa 670 dollari nel 2013. Si stima che i prezzi dovrebbero scendere a circa 100 dollari per kilowatt-ora entro il 2023, secondo un report della società di ricerca BloombergNEF, quindi c’è ancora abbondante spazio per la diffusione della tecnologia.

Ovviamente non bisogna esagerare con l’ottimismo. Le grandi navi per le traversate oceaniche, quelle che devono restare in mare per intere settimane, probabilmente non utilizzeranno mai la propulsione elettrica. Allo stato attuale delle tecnologia, infatti, avrebbero bisogno di essere ricaricate ben prima di toccare la terraferma e quindi al massimo potrebbero usare soluzioni miste, tipo l’elettrico più l’idrogeno.

In ogni caso è una frontiera affascinante che ci racconta come saranno le navi del futuro ed ulteriore sforzo verso la salvaguardia del nostro ambiente. 

INGENUITY

Ora che il rover Perseverance è atterrato su Marte in cerca di antiche tracce di vita, l’entusiasmo è giustamente alle stelle. Forse meno attenzione è stata data al piccolo elicottero chiamato Ingenuity, che i tecnici della NASA intendono far alzare in volo sul pianeta rosso.

Come funziona? Ed a cosa serve?

Prima di tutto Ingenuity è un dimostratore, un progetto che cerca di testare una nuova capacità per la prima volta, con una portata limitata. La capacità ovviamente è quella di alzarsi in volo dalla superficie di un altro pianeta, qualcosa di mai sperimentato prima.

Ingenuity dispone di quattro eliche in fibra di carbonio appositamente realizzate, disposte in due rotori che girano in direzioni opposte a circa 2.400 giri al minuto, molto più velocemente di quanto servirebbe ad un mezzo con la stessa massa (pesa appena 1,8 kg) per decollare sulla Terra. Perché? Perché l’atmosfera sottile di Marte rende difficile ottenere una portanza sufficiente. E’ il 99% meno densa di quella terrestre, quindi Ingenuity deve essere leggero, avere pale più grandi e girare più velocemente di quello che sarebbe richiesto per operare sulla Terra.

Ha anche celle solari innovative, batterie e altri componenti. Ingenuity non trasporta strumenti scientifici ed è un esperimento separato dal rover Mars 2020 Perseverance.

Verrà programmato da terra, anche se avrà la capacità di prendere alcune decisioni autonome. Dal momento che c’è un ritardo temporale consistente nel trasferimento di dati da Marte alla Terra e viceversa, non è possibile guidarlo in real time con un joystick, come farebbe un qualsiasi pilota di droni. Si alzerà da terra per 4 o 5 metri in verticale e poi tornerà sul suolo. Se queste sperimentazioni avranno successo, potrà spingersi a distanze superiori, percorrendo avanti e indietro lo spazio di un campo di calcio, più o meno. Se riuscirà, scatterà anche delle foto aeree.

Dovrà funzionare tutto, non solo la parte meccanica, ma anche la capacità di ricaricare le batterie con i pannelli solari e quella di preservarsi intatto di fronte alle gelide notti marziane, dove le temperature scendono fino a meno novanta gradi. Insomma, già nel breve ci sono alcune sfide non esattamente di poco conto.

Gli obiettivi di lungo termine poi, sono abbastanza chiari. Avere una prospettiva dei dintorni da alcuni metri di altezza è qualcosa che supera le attuali capacità dei rover ed è meglio persino delle immagini provenienti dai satelliti che orbitano attorno al pianeta a chilometri di distanza. Questo, in futuro, aiuterà i rover ed i mezzi di terra a conoscere meglio l’ambiente circostante, prevenire pericoli, fare ispezioni, tutto con il pensiero che un giorno potrebbero esserci anche persone sul pianeta. In una fase successiva i droni potrebbero avere anche veri e propri ruoli attivi, come quelli di trasporto di materiali da una parte all’altra.

Pensate, ci sono voluti oltre 5 anni, dal 2014 al 2019 per progettarlo e realizzarlo. Ed ora è pronto a spiccare il volo su Marte. In bocca al lupo anche a lui, quasi 120 anni dopo i fratelli Wright ed il primo volo controllato del Flyer, sembra di ricominciare tutto da capo, ma ad oltre 2oo milioni di chilometri da noi.

BLOCKCHAIN TOWN

Se fate un giro nel Nevada, ad una ventina di chilometri dalla città di Reno, quello che vedrete è un paesaggio semi desertico con bassi arbusti spinosi, dove potreste persino incontrare mandrie di cavalli selvaggi, che pascolano liberamente. Sotto un cielo stellatissimo e senza tante luci attorno, potrebbe essere persino romantico, ma non è per questo che ve ne sto parlando.

Nel 2018 un avvocato piuttosto eccentrico ed esporti di blockchain, di nome Jeffrey Berns ha comprato un enorme lotto di deserto, più grande di quello occupato dall’intera città di Reno, pagandolo ben 170 milioni di dollari. Anzi, per la precisione, lo ha fatto comprare dalla sua startup comparsa dal nulla, ma dal nome molto chiaro: Blockchain Limited Liability Corp.

L’idea è quella di realizzare una sorta di comunità sperimentale diffusa su quasi 200 km quadrati, dove saranno costruite case, scuole, quartieri commerciali e studi di produzione. E poi via con la fantasia, campus, high-tech park, spazi dedicati all’e-gaming… insomma una città creata da zero. Ed il fulcro di questo gigantesco progetto vuole essere proprio la blockchain.

Diciamo che l’idea di edificare nuovi centri abitati da zero, non è certo un concetto nuovo, ma qui c’è appunto qualcosa in più. Una tecnologia abilitante al centro. Berns pensa che la blockchain renderà possibile alla gente comune di controllare i propri dati, che sono la linfa vitale dell’economia digitale, senza fare affidamento sulle grandi aziende, sulle banche o sui governi. In più c’è la componente real estate, che non è banale. Berns si propone di costruire 15.000 case e 3 milioni di metri quadrati di spazi commerciali ed industriali entro 75 anni. Genio o folle?

In prima battuta direi un folle che non demorde. Il piano regolatore della contea, per esempio, non permette lo sviluppo residenziale nel Tahoe-Reno Industrial Center, dove si trova la maggior parte della proprietà di Blockchain LLC, consente al massimo la costruzione di 3.500 case in “roccia dipinta”.

Il depotenziamento della parte real estate del progetto, avrebbe abbattuto un bisonte, ma il nostro eroe non si è dato per vinto. Anzi, la cosa ha confermato la sua visione che la burocrazia dei governi locali, sia solo un rallentamento alla circolazione di uomini, capitali ed idee.

E così ha alzato il tiro. Vuole che il Nevada cambi le sue leggi per permettere la creazione di “zone di innovazione”, dove le aziende avrebbero poteri come quelli di un governo di contea, compresa la creazione di sistemi giudiziari, l’imposizione di tasse e la costruzione di infrastrutture, mentre si prendono decisioni sulla gestione della terra e dell’acqua.

La prospettiva è stata accolta con un certo scetticismo dai legislatori del Nevada, anche se la proposta deve ancora essere formalmente presentata o discussa in udienze pubbliche. La maggior parte della politica, oggi controllata dai Democratici, da una parte è desiderosa di diversificare l’economia del Nevada, che dipende fin troppo dal turismo, ma dall’altra teme di concedere benefici ed incentivi alle imprese, mentre si fatica a finanziare l’assistenza sanitaria e l’istruzione.

Senza contare, aggiungo io, che pur appoggiandosi ad una tecnologia democratica e trasparente come la blockchain, i diritti in questione li avrebbe la società di Berns, con tutti i problemi associati alla gestione dei dati e delle decisioni da parte delle big tech. E del resto, se Berns ha scelto il Nevada per la sua utopia e Musk ha fatto lo stesso per la sua fabbrica di auto, ci sono sempre motivi economici: il Nevada è uno degli Stati che fornisce i maggiori benefici fiscali ai nuovi arrivati.

Ma ditemi, pur con la blockchain a facilitare la vita e le transazioni, disintermediando i grandi operatori pubblici e privati, voi andreste a vivere in una città dove tasse e tribunali sono gestiti da una società privata?

SALUTI

Grazie per aver ascoltato The Future Of, davvero! Avresti potuto ascoltare la radio, avresti potuto far girare un vinile, avresti potuto mettere su una cassetta, avresti potuto usare uno stereotto, eh, a sapere cosa fosse, e invece hai preferito The Future Of. E’ per questo che ti ringrazio, ed hai ancora centinaia di puntate da scoprire.
Isaac Asimov, nel 1964 ha scritto: “Il mondo del 2014 avrà pochi lavori di routine che non possono essere fatti meglio da qualche macchina che da qualsiasi essere umano. L’umanità sarà quindi diventata in gran parte una razza di offerenti di macchine. Le scuole dovranno essere orientate in questa direzione.”

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