News dal futuro #89

Il podcast ed il blog che parlano del nostro futuro

carne coltivata AI ed estinzioni il paradosso del giovane sole impianti cerebrali chatbot romantici spettrometri

News dal futuro – carne coltivata, AI ed estinzioni, il paradosso del giovane sole, impianti cerebrali, chatbot romantici, spettrometri

carne coltivata AI ed estinzioni il paradosso del giovane sole impianti cerebrali chatbot romantici spettrometri

In questa puntata:

  • per la prima volta la carne coltivata in laboratorio arriva in tavola (a Singapore)
  • il machine learning aiuta a dare un senso ad estinzioni e successivi ripopolamenti, sfatando alcuni miti
  • il paradosso del giovane sole, tra Marte, acqua e lander sul pianeta rosso
  • un impianto cerebrale, potenziato da AI e robotica consente ad un paziente paralizzato di tornare a mangiare (con le sue mani…)
  • in Cina spopola Xiaoice, un chatbot romantico per cuori infranti con 600 milioni di utenti
  • i nostri smartphone si preparano ad accogliere un nuovo sensore, lo spettrometro

Se avete 1 minuto vi invito a compilare il questionario di The Future Of sul comportamento d’ascolto dei podcast
https://intoway.net/w/?bi=705#p/1039

La community di The Future Of


Benvenuti o bentornati a The Future Of: questo è lo spazio dei curiosi di futuro. 

Io sono Andrea Ferrante e vi racconto le tecnologie, i colpi di genio e le discontinuità che potrebbero diventare grandi e plasmare il modo in cui vivremo domani.

Il menù di questa puntata: 

  • vi parlo di carne coltivata in laboratorio che per la prima volta arriva sulle tavole, a Singapore per la precisione;
  • ma anche di una scoperta su estinzioni ed evoluzione che cambia il modo in cui dobbiamo guardare al passato ed al futuro;
  • poi vi parlo di Marte, di acqua e di quello che viene definito il “paradosso del giovane sole”;
  • per poi immergerci in una storia di ricerca sugli impianti cerebrali, che grazie all’AI acquisiscono un ruolo tutto nuovo;
  • dalla Cina poi vi parlo di Xiaoice, un chatbot seduttore, del quale probabilmente voi non avete mai sentito parlare, ma quasi 600 milioni di utenti si!
  • ed infine chiudiamo con la storia di una startup che sta portando gli spettrometri nei nostri smartphone, perché? per fare che cosa? arrivate in fondo e lo scoprirete.

Siete pronti? Allora reggetevi forte, allacciate le cinture, pronti partenza via.

CARNE COLTIVATA

Vi ho parlato spesso in passato di carne “coltivata in laboratorio”, ma questa settimana c’è una notizia che potrebbe rappresentare una pietra miliare del settore. 

I “bocconcini di pollo”, prodotti dalla società statunitense Eat Just, hanno superato i controlli di sicurezza da parte della Singapore Food Agency e l’autorizzazione alla vendita potrebbe aprire la porta ad un futuro in cui tutta la carne viene prodotta senza l’abbattimento di bestiame.

Questo evento viene salutato come un momento storico in tutta l’industria della carne.

Decine di aziende nel mondo stanno sviluppando pollo, carne bovina e suina coltivate in laboratorio, con l’obiettivo di ridurre l’impatto della produzione industriale di bestiame sul clima e sull’ambiente, oltre a fornire carne più pulita, senza farmaci e senza crudeltà. Attualmente, circa 130 milioni di polli e 4 milioni di maiali vengono macellati ogni giorno nel mondo per avere carne da vendere e mettere in tavola. Guardando al peso, il 60% dei mammiferi sulla terra oggi è costituito da bestiame, il 36% è umano e solo il 4% è selvatico.

Le ricerche mostrano che la riduzione del consumo di carne è vitale per affrontare la crisi climatica e alcuni scienziati ritengono addirittura che questa sarebbe la migliore azione ambientale che una persona possa intraprendere individualmente.

Ma cosa vuol dire produrre carne in laboratorio? Le cellule per il prodotto Eat Just sono coltivate in un bioreattore da 1.200 litri e poi combinate con ingredienti vegetali. 

Quelle utilizzate per avviare il processo provenivano da una banca di cellule e non richiedevano la macellazione di un pollo perché le cellule possono essere prelevate da biopsie di animali vivi. I nutrienti forniti alle cellule in crescita provenivano tutti da piante.

Il mezzo di crescita per la linea di produzione di Singapore comprende il siero fetale bovino, che viene estratto dal sangue fetale, ma questo viene in gran parte rimosso prima del consumo. Un siero a base di piante sarebbe stato utilizzato nella linea di produzione successiva, ha detto la società, ma non era disponibile quando il processo di approvazione di Singapore è iniziato due anni fa.

Detto così, mi rendo conto che non sembra particolarmente allettante, ma sembra che i produttori abbiano scelto la linea della massima trasparenza. Il che, a mio avviso, non è un male, anzi! Del resto se vi chiedessi da dove arriva veramente l’ultima bistecca che avete mangiato e quanti antibiotici siano stati usati per proteggere quell’animale da eventuali malattie, dubito che riuscireste a rispondere. Quello che mangiamo oggi è naturale, ma decisamente oscuro. Quello che mangeremo domani, assomiglierà molto in termini di sapore e consistenza alla carne odierna, non sarà la stessa cosa, ma idealmente non conterrà più ormoni e medicinali.

In ogni caso, come sempre, non è tutto oro quel che luccica. La piccola scala dell’attuale produzione di carne coltivata richiede un uso relativamente elevato di energia e quindi di emissioni di carbonio. Ma una volta cresciuti i volumi, i produttori sostengono che causerà emissioni molto più basse e utilizzerà molta meno acqua e terra rispetto alla carne convenzionale.

Un recente rapporto della società di consulenza globale AT Kearney ha previsto che la maggior parte della carne nel 2040 non sarebbe stata prodotta da animali morti. I segnali in questa direzione sono tanti. A Singapore il debutto di Eat Just. Ma anche il fatto che i colossi della produzione di carne tradizionale stanno cominciando ad investire nelle startup e scaleup che vogliono cambiare per sempre l’abitudine alla carne tradizionale.

E come spesso accade, per seguire l’evoluzione dei segnali di futuro… basta seguire i soldi. 

AI ED ESTINZIONI

Questa è una di quelle scoperte che riscrivono il nostro modo di vedere le cose. Cosa ci hanno detto più o meno dai tempi che andavamo a scuola? Che prima c’è una grande estinzione e poi la vita torna a diffondersi con prepotenza. 

65 milioni di anni fa un asteroide colpisce la terra e spazza via i dinosauri. Lo spazio rimasto vuoto viene riempito dai mammiferi, grazie a Dio si evolve anche qualche scimmietta ed eccoci qui.

Peccato che la correlazione tra grandi estinzioni e grandi radiazioni, così sono chiamate le fasi successive di ripopolamento, non esiste.

Ma andiamo con ordine. Gli scienziati hanno a lungo creduto che le estinzioni di massa fossero alla base dei successivi periodi produttivi di evoluzione delle specie, o “radiazioni”: tante volte, anche in campo economico da dove provengo io, ci siamo riempiti la bocca con il concetto della “distruzione creativa”. Ora sapete da dove proviene.

Un nuovo studio, condotto da scienziati dell’Istituto di Scienze della Vita sulla Terra (ELSI) dell’Istituto di Tecnologia di Tokyo, ha utilizzato il machine learning per esaminare la co-occorrenza delle specie fossili e ha scoperto che le radiazioni e le estinzioni sono raramente collegate, e che le estinzioni di massa causano raramente radiazioni di una scala comparabile.

Questo studio è particolarmente bello ed utile, perché abbiamo sempre dedicato una grande attenzione per le estinzioni, quasi fossimo attratti da questi eventi catastrofici, ed un po’ meno risorse alle radiazioni.

Questo studio ha confrontato gli impatti sia delle estinzioni che delle radiazioni nel periodo per il quale i fossili sono disponibili, il cosiddetto Eone Fanerozoico. Il Fanerozoico (dal greco “vita apparente”), rappresenta il periodo più recente di circa 550 milioni di anni sui 4,5 miliardi della Terra. E’ significativo per i paleontologi perchè prima di questo periodo la maggior parte degli organismi che esistevano erano microbi, che non formavano facilmente fossili, quindi la storia evolutiva precedente è difficile da osservare.

I paleontologi hanno identificato i più gravi eventi di estinzione di massa, in particolare cinque grandi estinzioni di massa, come l’estinzione di massa della fine del Permiano, in cui si stima che più del 70% delle specie si sia estinto.

Il team dell’ELSI ha utilizzato una nuova applicazione di machine learning per esaminare la co-occorrenza temporale delle specie nella intera storia fossile del fanerozoico, esaminando oltre un milione di voci in un enorme database pubblico e molto accurato, che comprende quasi duecentomila specie. 

Ed hanno scoperto una cosa semplice, non esiste una correlazione tra estinzioni e radiazioni, e quindi tantomeno una relazione di causa – effetto.

In più hanno anche scoperto che in media, ogni specie in un ecosistema non sopravvive oltre 19 milioni di anni. Le estinzioni di massa rendono solo più lenta la sostituzione tra quelle che scompaiono e quelle che ne prendono il posto, ma non sono la causa di tutto questo.

Ciò significa che l’attuale “Sesta Estinzione”, quella causata dall’uomo, dall’agricoltura e dall’operato dei Sapiens, sta in realtà erodendo una biodiversità naturalmente già in declino, e gli autori suggeriscono che ci vorranno almeno 8 milioni di anni perché l’estinzione si completi e riparta un nuovo ciclo di 19 milioni di anni, nel quale qualcosa occuperà lo spazio lasciato libero.

In altri termini, le nostre iniziative per ridurre l’impatto dell’uomo sono cruciali, ma ci troviamo comunque su un cammino che nessuna specie ha mai invertito prima. Ci riuscirà proprio l’uomo? 

IL PARADOSSO DEL GIOVANE SOLE

La vita, così come la intendiamo sulla Terra, richiede alcuni ingredienti di base. L’acqua è sicuramente uno di questi. E per anni, la successione di missioni robotiche della NASA ha proprio “seguito l’acqua” su Marte per saperne di più sulla storia del pianeta. E capire se la vita c’è davvero stata.

Mentre molti scienziati ritengono che Marte fosse caldo e umido miliardi di anni fa, prima di diventare il deserto ghiacciato che è oggi, altri chiamano in causa il paradosso del giovane sole.

Quattro miliardi di anni fa il nostro sole era molto più debole, circa il 30% più debole. Con il tempo è diventato più caldo e più luminoso. Se così fosse, allora l’antico Marte sarebbe stato troppo freddo e secco per l’acqua o la vita sulla sua superficie.

Oggi Marte riceve solo il 43% circa della luce solare che la Terra riceve dal sole. Questo significa che le temperature su Marte antico avrebbero faticato a superare il punto di fusione del ghiaccio.

Eppure le caratteristiche geologiche di Marte mostrano tracce di minerali idratati e di antichi letti di fiumi e laghi. Queste prove indicano che Marte aveva probabilmente un’abbondanza di acqua liquida tra 3,7 e 4,1 miliardi di anni fa.

Questa contraddizione tra la modellazione del clima e i dati geologici di Marte è il paradosso del giovane sole.

Gli scienziati non sanno esattamente cosa sia successo per rendere Marte così inospitale, ma il fatto è che, con il tempo, il pianeta rosso ha perso il suo campo magnetico, ha perso gran parte della sua atmosfera ed ha subito un calo della temperatura globale.

Ciò significa che, affinché l’acqua liquida possa aver avuto una presenza stabile su Marte, doveva trovarsi sotto la superficie. E questo è il risultato di uno studio che è appena stato pubblicato sul giornale Science Advances.

Attualmente, il Mars InSight lander della NASA sta studiando l’interno di Marte dopo l’atterraggio nel 2018. I dati raccolti dal lander potrebbero aiutare i ricercatori a saperne di più su come il riscaldamento geotermico possa aver influito sull’abitabilità di Marte miliardi di anni fa.

E qualsiasi prova di potenziale vita passata su Marte, come i biomarcatori, potrebbe essere nascosta sotto la superficie dove è stata protetta dalle radiazioni.

IMPIANTI CEREBRALI

In quello che si ritiene essere un grande risultato medico scientifico, i ricercatori della Johns Hopkins hanno permesso a un uomo tetraplegico di controllare un paio di braccia protesiche solo con la forza della sua mente.

Nel gennaio 2019, i chirurghi hanno impiantato sei elettrodi nel cervello di Robert “Buz” , durante un’operazione di 10 ore. L’obiettivo era quello di migliorare la sensazione nelle sue mani e di permettergli di operare mentalmente le protesi. Per più di tre decenni, dopo un incidente di surf durante l’adolescenza, lo sfortunato protagonista di questa storia è rimasto paralizzato, con un movimento minimo delle braccia e delle mani.

Ora, a quasi due anni dall’inizio di questa ambiziosa ricerca, dopo l’intervento, si è raggiunta un’importante pietra miliare: il paziente può usare entrambe le sue appendici robotiche per eseguire compiti semplici come l’alimentazione.

Queste attività, per noi ovvie e comuni, come tagliare un pezzo di cibo e portarlo alla bocca utilizzando segnali rilevati da entrambi i lati del cervello, tramite gli elettrodi impiantati, sono un chiaro passo avanti per svolgere domani compiti ancora più complessi.

Vi ho già parlato in passato di iniziative simili a questa, ma questa sperimentazione ha due elementi notevoli in più rispetto a quanto visto finora. 

Primo consente di raccogliere stimoli provenienti da entrambe i lati del cervello, e scusate se è poco. Secondo, un algoritmo di intelligenza artificiale aiuta i due bracci robotici a completare al meglio le operazioni, integrando al meglio le “istruzioni” che arrivano dal cervello.

Combinando i segnali di interfaccia cervello-computer con la robotica e l’intelligenza artificiale, si consente all’utente di concentrarsi sulle parti del compito più importanti e si lascia alla macchina un pezzo del lavoro. E questo, in un certo senso, sgrava da fatiche ulteriori il cervello del paziente, il quale può avviare le attività e lasciare che la macchina lo aiuti e le completi.

Se ci pensate bene, molte delle nostre incombenze quotidiane le facciamo quasi ad occhi chiusi. Non abbiamo bisogno di guardare le stringhe, mentre ci allacciamo le scarpe. Non dobbiamo guardare i pedali, mentre pigiamo la frizione per cambiare una marcia. E così via.

Il nostro cervello avvia l’azione senza che ne rendiamo nemmeno conto. Ma se qualche danno fisico o cerebrale non ci permette di completare l’azione stessa, ecco che l’algoritmo automatizza questa parte del lavoro, consentendo anche a pazienti con danni importanti, di tornare a svolgere alcuni compiti altrimenti impossibili.

Ecco perché questo studio è diverso, ecco perché la parte importante della storia non è la sola interfaccia cervello-computer in sé, ma la vera e propria fusione tra cervello, corpo e macchina. Che rappresenta un passo in avanti potenziale per milioni di persone.

CHATBOT ROMANTICI

Si chiama Xiaoice e viene dalla Cina. A quanto pare ha una “relazione” in corso con circa 600 milioni di persone. Ovviamente non è una ragazza in carne ed ossa, ma un chatbot nato per flirtare.

Xiaoice è stato sviluppato per la prima volta da un gruppo di ricercatori all’interno di Microsoft Asia-Pacific nel 2014, prima che l’azienda americana decidesse per uno spin-off e rendesse il bot una vera e propria azienda indipendente, anch’essa denominata appunto Xiaoice. 

Per molti versi, assomiglia a un software basato sull’intelligenza artificiale come Siri di Apple o Alexa di Amazon, con gli utenti che possono chattare con lei gratuitamente via voce o sms su una serie di applicazioni e dispositivi vari.

A differenza dei normali assistenti virtuali, però Xiaoice è stata progettata appositamente per far battere il cuore dei suoi utenti. Apparendo come una diciottenne a cui piace indossare uniformi scolastiche in stile giapponese, flirta, scherza ed ha atteggiamenti piuttosto espliciti con i suoi partner umani, mentre il suo algoritmo cerca di capire come diventare la loro compagna perfetta.

Formando profondi legami emotivi con i suoi utenti, Xiaoice spera di tenerli ingaggiati, o forse dovremmo dire letteralmente impegnati, praticamente fidanzati. Questo aiuterà il suo algoritmo a diventare sempre più potente, il che a sua volta permetterà all’azienda di attrarre più utenti e sfruttare questa relazione così forte anche per scopi commerciali.

I suoi fan tendono ad avere un background molto specifico: per lo più cinesi, il 75% maschi, e spesso provenienti da ambienti a basso reddito.

L’azienda che gestisce questo algoritmo sostiene addirittura che più della metà delle interazioni con i software di intelligenza artificiale, che hanno avuto luogo in tutto il mondo, sono state con Xiaoice, secondo quanto riportato da un articolo di sixthtone.com. La più lunga conversazione continuativa tra un utente umano e Xiaoice sarebbe durata oltre 29 ore e comprendeva più di 7.000 interazioni. E con la particolarità che Xiaoice non solo risponde quando interpellata, ma è lei a volte ad iniziare le conversazioni e quindi l’utente non scappa più.

Ed a quanto pare non sono solo i fondatori a crederci. Il mese scorso l’azienda ha raccolto capitali da investitori privati e si sta lanciando verso nuove lucrose frontiere. In primis, sta sviluppando algoritmi per personalizzare a livello di utente il bot. Del resto se a me piace bionda e ad un altro mora, perché limitarsi ad un’unica faccia?

Ma più che altro ha iniziato a vendere servizi di analisi finanziaria, produzione di contenuti e servizi di assistente digitale ad altre piattaforme, generando diversi milioni di dollari di ricavi.

Se gli utenti continuano evidentemente ad amarla, ovviamente altri pensatori mettono in guardia il pubblico dai potenziali rischi di queste soluzioni. Privacy, etica, furto di personalità, influenza verso fasce ben poco protette sono tutti temi all’ordine del giorno.

Tanto che l’app alla base di questa intelligenza artificiale ha vissuto strani trascorsi, entrando spesso in conflitto con le piattaforme e gli stores che la ospitavano, venendone bannata, ma poi in qualche modo trovando sempre e comunque la strada verso l’utilizzatore finale.

Non ho una posizione sul tema, ne pro ne contro, anche perché nel nostro mondo occidentale, se non sbaglio, non abbiamo nulla di simile e quindi è un po’ difficile valutare gli effetti della cosa, senza cadere in estremismi bigotti o liberisti. E voi cosa ne pensate?

ARRIVANO GLI SPETTROMETRI

Quante volte ci saremo chiesti di cosa è fatto un certo oggetto. Cosa contiene un cibo. Quali molecole di che cosa compongono una certa sostanza.

Nella famosa serie Star Trek li chiamavano tricoders, lettori molecolari che bastava puntare verso un oggetto per conoscerne la composizione. Poi è arrivata CSI, altra serie che ci ha fatto vedere come basti mettere un campione in una certa macchina e dopo un po’ una stampa ci da la composizione chimica del materiale ricercato.

Grazie al lavoro di una startup con il gigante mobile Qualcomm, la tecnologia potrebbe presto arrivare all’interno del nostro telefono.

Gli smartphone sono già in grado di percepire il movimento, le comunicazioni radio, la luce, il suono, la distanza ed altro ancora. In pratica sono il paradiso in terra del sensore. Includere uno spettrometro aggiungerebbe un altro senso al nostro computer portatile.

Trinamix è una startup nata cinque anni fa, fondata dal gigante della chimica BASF. Costruisce spettrometri: sensori che inviano la luce infrarossa che viene riflessa dagli oggetti, restituita al sensore e analizzata. Uno spettrometro essenzialmente scinde la luce nelle sue componenti spettrali, come un arcobaleno per farla forse un po’ troppo semplice. Poiché ogni elemento ha una firma spettrale diversa, uno spettrometro può identificare che tipo di materia sta guardando. L’innovazione di Trinamix consiste nel ridurre la tecnologia di emissione e di rilevamento per adattarla a uno smartphone, e sta lavorando con Qualcomm, appunto, per far sì che ciò diventi realtà.

La prima applicazione sarà la cura della pelle. Gli smartphone dotati di questa tecnologia misureranno i lipidi del viso per vedere se la pelle è secca o ben idratata, e poi consiglieranno un prodotto di skincare.

Ma le applicazioni potenzialmente sono molte. Qualcosa di analogo può essere fatto anche con il cibo, per determinare il valore nutrizionale e le calorie contenute in un piatto o se il cibo è fresco e sicuro. Lo stesso si potrebbe fare guardando alla plastica o ad altri materiali, per aiutare a capire quanto sono riciclabili. Oppure su un giocattolo, per essere sicuri che non sia dannoso o contenga sostanza proibite.

Forse vi chiederete cosa c’entra Qualcomm in tutto questo? Beh, il colosso americano produce processori, ed ovviamente qualsiasi informazione raccolta da un sensore, acquisisce un significato solo se ci sono un software ed una capacità di elaborazione capaci di trattare i dati grezzi raccolti. E quindi, con Qualcomm il cerchio si chiude.

La vera domanda, semmai, è se davvero questa feature interesserà a qualcuno. Se pensiamo all’utilizzo in sé della soluzione, possiamo tranquillamente dire che abbiamo vissuto bene fino ad oggi anche senza. Ma se pensiamo che la tecnologia può essere incorporata in moltissime app e servizi, come ho provato ad elencare poco fa, un interessante spazio di mercato sembra esserci. Del resto, all’inizio dell’era delle automobili, fu lo stesso Ford a raccontare che se avesse chiesto ai suoi Clienti cosa desideravano, avrebbero risposto cavalli più veloci.

SALUTI

La puntata di The Future Of è finita, ma non andate via, ancora un istante. Prima di lasciarvi con la frase della settimana vi volevo solo invitare a condividere questa puntata di The Future Of e parlare di questo podcast ai vostri amici, colleghi ed agli appassionati di futuro. Se invece volete parlare con me la mia email è andreamarco.ferrante@gmail.com

William Gibson ha scritto “Il futuro è lì… che si guarda indietro. Cercando di dare un senso alla finzione che saremo diventati“.

carne coltivata AI ed estinzioni il paradosso del giovane sole impianti cerebrali chatbot romantici spettrometri

 

× Whatsapp