News dal futuro #81

Il podcast che parla del nostro futuro


News dal futuro – il movimento right-to-repair, aggiornamenti dal Serapium Project, Hey Almond, il futuro del letto, la startup InCountry

Questa settimana il futuro arriva sotto forma di:

  • news della settimana: elettricità e solare, riconoscimento facciale privato, reti 4G sulla luna, hacker che fanno donazioni;
  • segnali di futuro: storia ed evoluzione del movimento right-to-repair, aggiornamenti dal Serapium Project, Almond l’ultima novità nel campo degli smart assistant
  • oggetti quotidiani: il letto, connesso, immersivo e nanotecnologico
  • la startup della settimana: InCountry e l’innovativo concetto di data-residency-as-a-service

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Benvenuti o bentornati a The Future Of: questo è lo spazio dei curiosi di futuro. 

Io sono Andrea Ferrante e vi racconto le tecnologie, i colpi di genio e le discontinuità che potrebbero diventare grandi e plasmare il modo in cui vivremo domani.

In questa puntata nelle news della settimana spazio a storie che parlano di energia solare, di riconoscimento facciale usato contro le forze dell’ordine, della costruzione di una rete 4G… sulla luna e di hacker che rubano ai ricchi per dare ai poveri (che però non accettano).

Per quanto riguarda i segnali di futuro, approfondiamo obiettivi e storia del movimento right-to-repair, andiamo a vedere quali aggiornamenti arrivano dal progetto Serapium Forest ed andiamo a scoprire l’ultima grande novità relativa agli assistenti vocali. 

La rubrica “Il futuro degli oggetti quotidiani” questa settimana è dedicata al letto e, come vi racconterò tra poco, non è più solo cosa per pigri.

Per la startup della settimana invece parliamo di InCountry e di cosa si nasconde dietro al concetto di data-residency-as-a-service

Se siete curiosi ed affamati di futuro, allacciate le cinture, reggetevi forte, pronti partenza, via.

NEWS DELLA SETTIMANA

In un nuovo rapporto, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) afferma che il solare è ora la fonte di elettricità più economica da costruire per le utility companies. Racconto questa come prima news della settimana, perché mi sembra che questa importante notizia sia stata raccontata con un hype giornalistico esagerato. L’AIE non ha detto che l’energia solare è la fonte energetica più economica, ha solo detto che è la più economica da costruire. Ha cioè comparato la capacità produttiva degli impianti attualmente in costruzione con il loro costo. E scoperto che è quindi meno costoso produrre energia elettrica da impianti solari che da altre fonti, grazie all’abbassamento del costo dei pannelli e l’aumento della loro efficienza.

Che poi questa efficienza economico-produttiva si rifletta in positivo sulle bollette di noi persone e famiglie normali questo è tutto un altro paio di maniche.

La seconda notizia riguarda il dibattutissimo tema del riconoscimento facciale, ma da un’angolatura che non ci saremmo mai aspettati e che ha lasciato le autorità americane piuttosto shockate. Sappiamo che in diversi Stati USA le autorità politiche hanno bannato l’uso del riconoscimento facciale, anche da parte di polizia e forze dell’ordine, in attesa che il panorama legislativo su cosa è corretto fare o non fare con questa tecnologia venga meglio definito. Quello che però le autorità non si aspettavano è lo strano caso di Christopher Howell, un attivista ed esperto di reti neurali che avrebbe messo in piedi un suo sistema di riconoscimento facciale per riconoscere i poliziotti, con lo scopo di prevenire abusi ed eccessi nell’esercizio del potere. La sua tesi è che sapere chi fa cosa dovrebbe rendere tutti più responsabili. E dal momento che la maggior parte dei ban sul riconoscimento facciale riguarda le organizzazioni, mentre lui è “solo” un privato, per ora può continuare indisturbato a sviluppare la sua soluzione. Ovviamente le autorità non l’hanno presa benissimo ed immagino che l’argomento avrà ulteriori evoluzioni in futuro. Ma forse il messaggio più importante di questa storia è che il riconoscimento facciale sta rapidamente diventando alla portata di molti.

Anche la terza notizia della settimana, potrebbe farvi saltare letteralmente sulla sedia. Nokia ha ricevuto 14 milioni di Euro di fondi dalla NASA per portare il 4G sulla luna. Si si, avete capito bene, Nokia progetterà una rete di telecomunicazioni sul nostro satellite naturale.

La NASA al momento dell’assegnazione del contratto ha dichiarato “Il sistema potrebbe supportare le comunicazioni sulla superficie lunare a distanze maggiori, velocità più elevate e fornire una maggiore affidabilità rispetto agli standard attuali“. 

La rete 4G sarà utilizzata da astronauti e veicoli e come punto d’appoggio per qualsiasi futura base lunare permanente. E’ stato scelto il 4G e non il 5G perché quest’ultimo si adatta meglio a trasmissioni sulla corta distanza e quindi per una rete sarebbero serviti più dispositivi.

Quindi l’utilità mi sembra piuttosto chiara e se la battuta è che la rete consentirà agli astronauti di farsi un selfie nello spazio e postarlo su Instagram, beh questo potrà accadere, ma ovviamente non è lo scopo principale del progetto.

L’ultima notizia arriva dal mondo dell’hacking, ma questa volta non si tratta dell’ennesima estorsione, ransomware o simili a danno di qualche importante multinazionale. Un misterioso gruppo hacker, questa settimana ha donato alcune decine di migliaia di euro in bitcoin ad alcune charity, con denaro proveniente dai loro precedenti furti. Se vi è venuto in mente Robin-Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, ecco, l’analogia è quella giusta, ma con le tecnologie moderne. La mossa ha spiazzato gli analisti e nessuno ha ancora capito esattamente il perché di questa azione: ripulirsi la coscienza? far percepire in una luce diversa, atti che comunque nascono come criminali? puro desiderio di contribuire ad una causa ed aiutare a cambiare in meglio la vita di qualche persona meno fortunata di noi? semplice pubblicità per qualche nuovo gruppo emergente?

Le motivazioni possono essere tante, l’unica cosa certa è che la prima charity ad aver beneficiato della donazione ha dichiarato che non terrà il denaro, perché frutto di attività illecite.

SEGNALI DI FUTURO

PRIMO SEGNALE DI FUTURO: IL MOVIMENTO RIGHT-TO-REPAIR

Nel 2013 è nata un’associazione che risponde al nome The Repair Association (TRA). Il diritto di riparare i prodotti elettronici di proprietà (appunto right-to-repair) si riferisce alla legislazione statale che, ove presente, ha lo scopo di consentire ai consumatori la possibilità di riparare e modificare i propri dispositivi elettronici. Il tutto in un mondo dove normalmente il produttore dei dispositivi richiede al consumatore di utilizzare solo i suoi servizi ufficiali offerti. E spesso a caro prezzo e con i tempi e le eventuali inefficienze del produttore.

Ma le ragioni dei produttori, tra i quali spiccano ovviamente anche noti big come Apple e Microsoft per esempio, non si limitano solo alla protezione delle revenue stream dei servizi di assistenza. Preservare il segreto industriale, evitare che utenti inesperti possano compiere danni o addirittura farsi male, e chiudere le porte a eventuali hacker che potrebbero inserire nei dispositivi delle vulnerabilità, sono le altre motivazioni spesso citate.

Tanto che dal punto di vista normativo, i produttori sono anche riusciti a far passare una legislazione come il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) per impedire ai consumatori di armeggiare con i loro dispositivi. Insomma non è legale per terzi aprire e smontare uno smartphone o un laptop, e non è legale nemmeno per il proprietario che ha speso dei soldi per comprarlo. E se proprio vi venisse la voglia di tentare lo stesso, ci sono aziende come Apple, che ha iniziato a utilizzare viti pentalobate, cioè a cinque punte nei suoi dispositivi, il che ha reso più difficile per i consumatori aprire i propri prodotti, ripararli o cambiare le batterie a meno di avere l’attrezzo giusto per farlo, che però non esiste sul mercato!

Il movimento right-to-repair ha preso forza a partire dal settore agricolo, dove molti agricoltori hanno scoperto di non poter riparare legalmente i propri trattori o altre attrezzature agricole acquistate da aziende come la John Deere senza utilizzare i servizi di riparazione del produttore stesso ad un costo giudicato elevato. E se pensate ad un trattore come ad un oggetto un po’ vecchio e prevalentemente meccanico, sarete forse sorpresi di scoprire che ha una plancia con monitor e diversi software che lo rendono un oggetto decisamente elettronico.

Ecco che allora il movimento ha cominciato a chiedere ai produttori e spingere a livello normativo per leggi che consentono di avere i manuali, una progettazione pensata per poter aprire ed accedere ai dispositivi, la possibilità di farli riparare da terzi ed infine anche da se stessi.

La TRA ha lavorato con quattro stati, Sud Dakota, New York, Minnesota e Massachusetts, per introdurre leggi sul “Diritto alla riparazione” tra il 2014 e il 2016, ma dopo qualche iniziale parziale successo si è vista rifiutare le sue proposte di legge in ben altri 21 Stati. Questo giusto per capire la potenza delle attività di lobbying dei grandi produttori, che un tempo costruivano cose che vendevano per la loro capacità di durare per sempre, mentre oggi ne pianificano accuratamente l’obsolescenza, accatastando rapidamente milioni di tonnellate di oggetti il cui interno è spesso conosciuto, nelle discariche di tutto il mondo. 

SECONDO SEGNALE DI FUTURO: AGGIORNAMENTI DAL SERAPIUM PROJECT

L’Egitto è riuscito a piantare alberi nel deserto utilizzando le acque reflue, nell’ambito di piani per preservare l’ambiente, ridurre l’inquinamento e ottimizzare l’uso delle risorse idriche naturali. La Foresta del Serapium, della quale vi ho parlato in dettaglio in una della scorse puntate di The Future Of, è costituita da 200 ettari di alberi piantati nella città di Ismailia, nel nord-est dell’Egitto. La foresta è stato un progetto vitale che ha costituito un precedente per altri progetti di riduzione dell’inquinamento idrico e della disoccupazione.

Ci è chiaro che le foreste sempreverdi purificheranno l’aria, combatteranno la desertificazione e contribuiranno a ridurre l’alta temperatura estiva. Ma c’è di più, nella Foresta del Serapium è stata messa in funzione una macchina tagliafoglie che permette di utilizzare le foglie di cipresso, pino e altre conifere come fertilizzanti e mangime per il bestiame. C’è anche la possibilità proprio di allevare il bestiame senza alcun costo significativo, ad eccezione dell’acqua potabile, che comunque resta una risorsa scarsa.

E non finisce qui, una buona gestione permetterebbe ad alcuni alberi piantati, come il mogano e la canfora, di servire come fonte di reddito permanente in Egitto esportando gli alberi o utilizzandoli nell’industria locale del legno.

Insomma la Serapium Forest è non solo un bel caso di studio in sé, ma sta diventando lentamente un attivatore di altre possibilità che può essere replicato. Ed infatti oggi l’Egitto pianifica di estendere il progetto ad altre due località, aggiungendo altri 300 ettari ai 200 già coperti.

Tra l’altro, alla luce del successo del progetto Serapium Forest, i paesi africani hanno seguito l’esempio. Nel 2019, 21 paesi africani, tra cui l’Egitto, hanno intrapreso un progetto di rimboschimento, soprannominato la Grande Muraglia Verde. I preparativi per il progetto erano iniziati già nel 2007, ha poi subito un rallentamento, ma ora sembra che stia riprendendo vigore.  Dodici Paesi africani, tra cui l’Egitto, hanno lanciato il progetto dalla Nigeria, e presto altri nove Paesi hanno aderito all’iniziativa. Si parte dal Senegal, nell’estremo ovest del continente, per arrivare a Gibuti, a est. Ad oggi, solo il 15% degli 8.000 chilometri previsti sono stati completati, ma se vi soffermate un attimo a pensare quanti sono davvero 8.000 è chiaro che le sfide sono imponenti. In ogni caso, il completamento è previsto per la fine del 2030. La foresta si estenderà su 100 milioni di ettari, con un costo stimato di 8 miliardi di dollari. Se avrà successo, saranno probabilmente tra gli 8 miliardi di dollari meglio spesi dall’homo sapiens.

TERZO SEGNALE DI FUTURO: HEY ALMOND

Almond è il nome in codice di uno nuovo assistente virtuale che è in corso di sviluppo a Stanford. Ma come direte voi, abbiamo già Google Assistant, Siri, Bixby, Alexa e tanti altri ed i ricercatori della prestigiosa università americana che fanno, si mettono a fare concorrenza ai giganti?

E’ esattamente così, ma perché hanno usato un approccio completamente diverso dagli altri. E considerato che siamo solo agli albori dell’interazione vocale tra noi e le macchine, che diventerà nei prossimi anni lo standard di riferimento, c’è chiaramente spazio per chi è capace di apportare delle migliorie sostanziali.

Almond è una grande novità perché, primo è open-source e secondo, perché si basa su campioni di conversazioni sintetiche: cioè dialoghi artificiali costruiti seguendo le regole del parlare umano, ma tra macchine.

Andiamo con ordine. Al momento, la formazione di assistenti virtuali è proibitivamente costosa per la maggior parte delle aziende, perché il compito richiede vaste serie di dati di campioni di linguaggio naturale che sono stati faticosamente annotati da esperti umani. Questi campioni provengono principalmente da lavoratori retribuiti che si impegnano in dialoghi o che ascoltano le conversazioni reali dei clienti, un tema che tra l’altro ha sollevato enormi problemi di privacy. In parole povere, oggi l’algoritmo impara da conversazioni tra vere persone ed ha bisogno di una montagna di esempi per riuscire a distillare davvero quello che serve.

L’approccio di Stanford è completamente diverso. L’algoritmo imparara da altre macchine che parlano tra di loro con voce umana sintetizzata e conversazioni create sulla base di principi generali. In prima battuta tali principi vengono applicati a banali dialoghi transazionali, tipo che “qual’è l’X di Y?”: una cosa che a noi sembra senza senso, ma se poi a X sostituite la parola “indirizzo” e ad Y quella “ristorante”, ecco fatta una semplice frase tipicamente umana. E poi si procede ad approfondire con frasi tipiche di uno specifico dominio: come quello dei ristoranti, dove per esempio riservare un tavolo si presta ad un numero finito di opzioni comuni. 

Quindi, poiché il sistema di Stanford non si basa su un dialogo reale raccolto da un numero enorme di persone, i dati di training possono essere acquisiti ad una frazione minima del costo normale. E più velocemente.

I primi risultati parlano di performance leggermente superiori a quelle dei competitor nel primo dominio testato (appunto quello dei ristoranti). Un risultato raggiunto però in un tempo brevissimo e da 6 (dico 6) giovani ricercatori. Per la cronaca oggi Amazon impiega in Alexa circa 10.000 persone.

Macchine che imparano da macchine che seguono regole umane. Per un futuro pieno di possibilità.

OGGETTI QUOTIDIANI: IL FUTURO DEL LETTO

Considerato che passiamo a dormire circa un terzo della nostra vita e che quasi tutti siamo stati concepiti su un letto, non c’è da stupirsi se questo oggetto ha un posto particolare nelle nostre vite. Gettare uno sguardo su come si evolverà e cosa ci riserva è sicuramente stimolante.

Il futurista Ian Peterson ha immaginato scenari fatti da pigiami “intelligenti”, indumenti da letto e materassi dotati di sensori per misurare i dati cerebrali, soprattutto le nostre risposte alla pressione, alla luce e alla temperatura, che informeranno letti meccanici, termostati e apparecchi di illuminazione che si regolano al volo per creare e mantenere un’esperienza di sonno ottimale e altamente personalizzata. In questa accezione, il futuro del letto è quello di essere una componente di un ecosistema più vasto, di cui anche noi persone facciamo parte ovviamente, il cui scopo è quello di farci stare meglio. E nel mondo dei “cento miliardi di  sensori” attesi per il 2036 evidentemente questo scenario sembra decisamente realizzabile.

I più visionari e concreti hanno già immaginato una pletora di soluzioni particolarmente affascinanti. 

La prima è il letto galleggiante, un oggetto utile non tanto per dormirci, ma per essere sollevato fino ad appiattirsi sul soffitto o nel soffitto per lasciare più spazio sotto. Anche utilizzando soluzioni semplici come l’uso di magneti, avere in camera un letto che galleggia a mezz’aria sarebbe sicuramente un pezzo di design capace di stupire chiunque entri.

Una seconda soluzione di sicuro interesse è quella dei materassi autopulenti: quelli del futuro potrebbero essere in grado di sterilizzarsi da soli utilizzando una tecnologia simile a quella di un moderno aspirapolvere, il che significa che non si dorme più sopra la polvere ogni notte.

La terza tendenza è proprio quella del materasso capace di monitorare la persona, il suo stato di salute, i suoi parametri vitali, insomma una sorta di Fitbit un po’ più grosso ed avvolgente di quello che portate al polso.

Pensando in ottica ambientale, i letti di cartone potrebbero essere uno spettacolo comune in futuro, magari meno glamour o tecnologico delle vostre aspettative, ma di fatto già esistente. Per realizzare letti che possono sostenere il peso di 20 persone sono già stati utilizzati kit di cartone riciclato, ecologici, facilmente trasportabili e a basso costo, in pacchi piatti.

Passando a soluzioni decisamente più tech, i letti del futuro potrebbero essere dotati di schermi, proiettori ed altoparlanti integrati, in grado di coinvolgerci con film, social media o anche una rappresentazione accurata del cielo notturno all’esterno. 

Se poi volessimo aggiungere nativamente una realtà aumentata, visto che il letto è statico e la stanza attorno è sempre quella, non sarebbe difficile posizionarci all’interno qualsiasi cosa, anche un bel fusto o una pin-up a seconda delle preferenze.

Un’altra idea interessante che ho visto in rete è quella dei cuscini che si illuminano progressivamente, una cosa che può sembrare inizialmente frivola, ma sarebbe utile per guidarci al risveglio simulando l’arrivo della luce naturale dall’esterno, come un’alba o una bella mattina di primavera. Logiche analoghe vengono applicate da quei produttori che vogliono dare al letto la forma di un pod, un luogo praticamente chiuso e riservato dove illuminazione, temperatura, insonorizzazione e comfort sono tutti pensati e combinati per rendere piacevole la permanenza.

E con tutti questi schermi intorno qualcuno si spinge a pensare a funzionalità innovative non tanto in sé, ma per un letto: potremo farci una bella lampada abbronzante a letto? oppure avrà sistemi di radiografia o scansione capaci di cercare eventuali malattie all’interno del nostro corpo? Il tutto ovviamente puramente comandato da istruzioni vocali.

Io personalmente apprezzo particolarmente il tema dell’uso dello spazio. Considerata la probabilità di arrivare entro fine secolo ad essere 10 miliardi sul pianeta, ed in gran parte concentrati nelle città, lo spazio diventerà sempre più prezioso. Ed allora se devo immaginare il futuro del letto, io lo penso costruito con nanotecnologie e pochi strati di atomi capaci, da una parte di sostenere il peso di una persona e dall’altra di essere poi arrotolati e messi in un angolo liberando così’ la superficie di un’intera stanza.

Insomma, qualsiasi sia il letto che immaginate per voi in futuro, lunga vita a questo meraviglioso oggetto quotidiano.

LA STARTUP DELLA SETTIMANA: INCOUNTRY

Con l’avvento del Regolamento generale sulla protezione dei dati (il noto GDPR) nell’Unione Europea, così come a seguito degli scandali legati a casi come quello di Cambridge Analytics, che ha dimostrato che le grandi aziende non proteggono i nostri dati come dovrebbero, la sicurezza dei dati è diventato un argomento urgente da affrontare per molti players. Ed è qui che entra in gioco InCountry: l’azienda di San Francisco sta cambiando il modo in cui archiviamo i dati.

Ciò che fa la società di Peter Yared è consentire a ciascuna azienda in qualsiasi paese di memorizzare e conservare i propri dati a livello locale, in conformità con l’elenco sempre crescente delle normative mondiali sulla residenza dei dati. Offre un bel servizio che va sotto l’innovativo nome di “data-residency-as-a-service”. In pratica, InCountry “aumenta” i normali archivi dati esistenti aggiungendo un ulteriore archivio dati per tutti gli aspetti regolamentari.

E lo sta facendo già in oltre 100 paesi. Ecco allora che con l’ultimo round di 18 milioni di dollari, la startup di San Francisco raggiunge una valutazione di circa 165 milioni di dollari, classificandosi tra le startup in maggiore crescita nel Q3 di quest’anno.

Bello, semplice, utile ed ecco che i successi arrivano.

SALUTI
La puntata di The Future Of è quasi finita, ma non andate via, ancora un istante. Da questa stagione ci lasciamo con una frase significativa sul futuro, per non perdere mai l’ispirazione a guardare avanti: Suzanne Collins ha scritto “Raccontare una storia in un mondo futuristico ti dà la libertà di esplorare le cose che ti danno fastidio in tempi contemporanei.” E’ una frase che potrebbe stare tranquillamente alla base di molti esercizi di futuro.

 

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