News dal futuro #79

Futuro, Startup, Fundraising & Venture Capital


News dal futuro – plastic wars, esopianeti super abitabili, robotica e vertical farming, il futuro delle lampadine, la startup Cerebral

Questa settimana il futuro arriva sotto forma di:

  • news della settimana: problemi di riciclo per Apple, uova di tartaruga col GPS, la battaglia per il 5G in Belgio, la nuova visione di auto elettrica di Mercedes per fare 1.200 km
  • segnali di futuro: il documentario Plastic Wars, la ricerca di esopianeti super abitabili, il vertical farming tra robotica e decentralizzazione
  • oggetti quotidiani: le lampadine, dai LED alla smart-home e le future personalizzazioni della luce
  • la startup della settimana: Cerebral la piattaforma che supporta i malati di depressione

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Benvenuti o bentornati a The Future Of: questo è lo spazio dei curiosi di futuro. 

Io sono Andrea Ferrante e vi racconto le tecnologie, i colpi di genio e le discontinuità che potrebbero diventare grandi e plasmare il modo in cui vivremo domani.

In questa puntata nelle news della settimana spazio a storie che provengono da Apple, dal 5G belga, da Mercedes Benz ed anche dalle tartarughe del Centro America. Sentirete. 

Riguardo ai nostri segnali di futuro oggi il palcoscenico se lo prendono la lotta alla plastica, la ricerca di altri pianeti abitabili ed alcune evoluzioni interessanti nel gustoso mondo del vertical farming.

L’oggetto quotidiano del quale andiamo ad esplorare storia recente e sviluppi futuri, sono le lampadine, che come scoprirete stanno diventando oggetti sempre più sofisticati e che non si limitano solamente a fare luce.

Mentre nella giornata mondiale delle malattie mentali, mi pareva simbolico raccontarvi il progetto della startup Cerebral, che come ascolterete va ad operare esattamente in questo mondo.

Se siete curiosi ed affamati di futuro, allacciate le cinture, reggetevi forte, pronti partenza, via.

NEWS DELLA SETTIMANA

La prima notizia della settimana arriva dal mondo Apple. Il colosso di Cupertino ha citato in giudizio l’ex fornitore GEEP Canada, ora parte di Quantum Lifecycle Partners, a suo tempo scelto per lo smaltimento dei dispositivi usati della mela, per aver presumibilmente rubato e rivenduto oltre 100.000 iPhone, iPad e smartwatch che era stato assunto per smontare e riciclare. Apple inviò al suo partner circa mezzo milione di pezzi e grazie ad una semplice audit, ha scoperto che il 18% di questi dispositivi accedeva ancora a Internet attraverso le reti cellulari. Ovviamente il tema non è tanto il danno economico in sé, Apple ha chiesto un risarcimento di appena una ventina di milioni di dollari, bensì il fatto che, quello che si vede da fuori, è che la società non è in grado di controllare i suoi processi di smaltimento. A quanto si stima, nel 2019, gli esseri umani hanno prodotto una quantità record di rifiuti elettronici, con un totale di 53,6 milioni di tonnellate di telefoni, computer, elettrodomestici e altri prodotti andati in discarica. Ecco allora che Apple ha cominciato ad internalizzare anche il processo di riciclo: oggi due amabili robot, Dave e Daisy, sono stati messi all’opera per recuperare dai telefoni componenti che altrimenti andrebbero perse… o appunto rivendute da altri sul mercato nero.

La seconda notizia, che merita veramente un plauso, ce la raccontano le tartarughe del centro America. Ma come, siamo passati da un podcast di tecnologia ad uno naturalistico? No, tranquilli, torniamo a noi: nel tentativo di comprendere ed arrestare il dilagante commercio illegale di uova di tartaruga marina in America Centrale, alcuni ricercatori hanno impiegato uova “esca” stampate in 3D e abilitate al GPS posizionate in vari nidi sulle spiagge, ovviamente mescolate a uova vere. Gli ignari trafficanti di uova di tartaruga marina hanno raccolto le esche insieme alle uova vere e i ricercatori sono stati in grado di tracciare i loro movimenti attraverso una catena commerciale che si estende per centinaia di chilometri.

Se vi state chiedendo quanto sia bizzarra questa cosa, ricordatevi che ogni uovo viene venduto per circa 1 dollaro a ristoranti ed esercenti compiacenti, visto che le uova di tartaruga sono considerate afrodisiache. Ed in ogni nidiata ce ne possono essere a centinaia. Purtroppo nessuno è ancora stato arrestato, ma se vi resta nei denti una batteria o l’antennina del GPS mordendo l’uovo proibito, ben vi sta.

Il terzo spunto della settimana ci viene dall’ormai lunghissima guerra tra gli Stati Uniti e Huawei. L’ultima battaglia si è combattuta in Europa ed ancora una volta, il gigante cinese è andato al tappeto. Orange e Proximus hanno scelto Nokia per costruire le reti 5G in Belgio, mettendo alla porta Huawei, davanti alla pressione degli Stati Uniti per escludere l’azienda cinese dalla fornitura di apparecchiature chiave per le telecomunicazioni.

Il Belgio stava particolarmente a cuore agli americani, visto che la capitale belga Bruxelles è la sede della NATO e dell’esecutivo e del parlamento dell’Unione Europea, il che la rende una questione di particolare interesse per le agenzie di intelligence.

Huawei ovviamente è estremamente critica circa pressioni di Washington ai vari Paesi di escludere il colosso cinese dalle gare per le forniture, che, si dovrebbero svolgere in condizioni di libero mercato per tutti. Ma anche questa volta è andata così, con Nokia ed Ericcson che vanno a conquistare quote di mercato lasciate libere da Huawuei.

Per l’ultima notizia salite a bordo di una Mercedes e mettetevi comodi. A lungo. Mercedes-Benz questa settimana ha svelato un nuovo concetto di auto elettrica super-efficiente, la Vision EQXX, in grado di sviluppare un’autonomia di oltre 1.200 km con una sola carica. Le loro parole sono state semplici e chiare: “l’auto elettrica più efficiente che il mondo abbia mai visto“.

Questo incredibile obiettivo sarà ottenuto attraverso miglioramenti dell’efficienza piuttosto che con un semplice pacco batterie più grande e l’idea del produttore teutonico è portare rapidamente sulle auto di serie le migliorie che questo progetto svelerà strada facendo.

Ad oggi gli esperti concordano che i veicoli elettrici con maggiore autonomia sono le due Tesla Model 3 e Model S, in grado di raggiungere rispettivamente poco meno la prima e poco più di 600 km la seconda. Mercedes di fatto propone il raddoppio, ma intanto le model 3 ed S esistono, la Vision EQXX non è veicolo in commercio.

L’attuale barriera dei 600 km in ogni sembra destinata a cadere già a breve con la Air della Lucid Motors che mira agli 800 km e dietro la Lucid Motors c’è quel Peter Rawlinson che può essere considerato uno dei papà proprio della Tesla Model S.

Considerato che le autonomie sono raddoppiate negli scorsi 5 anni, forse la notizia di Mercedes-Benz è meno clamorosa di quello che sembra: per quando avrà portato i 1.200 km su strada, quello sarà diventato lo standard o, probabilmente, sarà già stato superato.

SEGNALI DI FUTURO

PRIMO SEGNALE DI FUTURO: PLASTIC WARS

Negli ultimi mesi di quest’anno la nostra attenzione è stata catturata da due eventi particolarmente importanti, la pandemia ovviamente e più recentemente dal docu-film The Social Dilemma che ci ha raccontato le storture di fondo del mondo dei social network. Eppure qualcosa di analogamente pericoloso si agita dietro le nostre spalle, e ce lo ha raccontato molto bene un documentario sfortunatamente meno noto, Plastic Wars, uscito a fine Marzo proprio mentre i nostri pensieri erano rivolti altrove. Ma non è mai troppo tardi per citarlo.

Nonostante gli attivisti abbiano lanciato l’allarme sui rifiuti di plastica già dai lontani anni ’70, il documentario afferma che dal 1990 al 2010 la produzione di plastica è più che raddoppiata. Per decenni abbiamo eliminato i nostri rifiuti, credendo che sarebbero stati riciclati. Ma la verità è che la stragrande maggioranza della plastica che usiamo non lo sarà. Negli ultimi sette decenni, infatti, meno del 10% dei rifiuti di plastica è stato riciclato.

E così sarà, fino a che continueremo a parlare solo di riciclo e non anche di diminuzione dell’uso della plastica e riutilizzo. Anzi, la tesi del documentario è che i produttori abbiano promosso, e promesso direi io, il riciclo solo per evitare la messa al bando della plastica, che di fatto era e resta il primo cliente dell’industria petrolifera. Una sorta di green marketing che ha distolto l’attenzione dal problema vero, usarne meno. E’ nato il “marchietto” della plastica riciclabile, ma nuovamente, riciclabile non vuol dire poi nei fatti che venga davvero riciclato. Anzi, fino al 2018 la maggior parte della plastica è letteralmente transitata dai mercati occidentali alla Cina che si è occupata, per conto terzi se così si può dire, di smaltire la plastica, dietro compenso ovviamente. Poi ha smesso di farlo ed altri paesi asiatici sono entrati nel business per sostituire il dragone, ma ovviamente il modello non è sostenibile nel lungo periodo.

Ed anzi sembra che le cose siano destinate a peggiorare. Si stima che entro il 2050 la produzione globale di plastica triplicherà. Poiché l’industria del petrolio e del gas, che fornisce i materiali di base per la plastica, si trova ad affrontare una domanda futura di carburante in calo, si è rivolta ad altri mercati. Et voilà plastica dappertutto.

L’augurio è quindi che un numero sempre maggiore di Paesi prenda conoscenza che la strada è la riduzione, tout court, e non il riciclo e quindi vengano introdotti sempre più ban all’uso della plastica, specialmente mono-uso, ma anche in tutti quegli altri campi dove non è strettamente indispensabile.

Sul sito di The Future Of vi lascio il link al documentario che, in questo caso per fortuna, è disponibile su Youtube e dura poco meno di un’ora.

SECONDO SEGNALE DI FUTURO: ESOPIANETI SUPER-ABITABILI

Quante volte ci siamo detti: con miliardi e miliardi di galassie e pianeti là fuori, sicuramente ci deve essere almeno un altro luogo abitabile nell’universo. Anche se non lo abbiamo ancora trovato, qualche passo avanti è sempre davvero affascinante.

Il geobiologo della Washington State University, Dirk Schulze ha condotto uno studio pubblicato il mese scorso sulla rivista Astrobiology dove identifica due dozzine di esopianeti (quindi, pianeti situati al di fuori del nostro sistema solare) che potrebbero essere mondi “superabitabili”, cioè in teoria più adatti alla vita rispetto al nostro.

La cosa interessante qui è l’approccio: fino ad oggi abbiamo considerato candidati potenziali tutti quei pianeti il più simile possibile alla Terra, questo studio ha invece cercato di individuare criteri favorevoli alla vita, indipendentemente dal fatto che la nostra madre terra li avesse o meno.

E quali sarebbero allora i criteri per far sì che i pianeti si qualifichino come potenzialmente superabitabili? Un’età compresa tra i 5 e gli 8 miliardi di anni (la Terra ha circa 4,5 miliardi di anni), una posizione all’interno della zona abitabile di una stella dove potrebbe esistere acqua liquida, la prossimità a stelle di lunga vita che sono più fredde del nostro sole, una massa fino a 1,5 volte quella della Terra così da mantenere più a lungo il suo calore interno attraverso il decadimento radioattivo ed avere una gravità più forte per trattenere l’atmosfera per un periodo di tempo più lungo.

Con questo elenco in mano sono andati alla ricerca dei migliori fit tra 4.500 esopianeti conosciuti e ridotto i candidati a 24. Però, ironia della sorte, nessuno dei 24 rispetta contemporaneamente tutti i requisiti scelti dagli scienziati. E quindi evidentemente dobbiamo guardare ancora più lontano.

TERZO SEGNALE DI FUTURO: ROBOTICA E VERTICAL FARMING

Se il vertical farming fino all’inizio questo millennio è stato argomento per visionari, futuristi e tecnici vari, negli ultimi anni stiamo assistendo ad un esplosione di investimenti e soluzioni.

Nel 2017, la startup Plenty ha ricevuto 200 milioni di dollari da diversi investitori di alto profilo, tra cui il presidente di Alphabet Eric Schmidt e il fondatore di Amazon Jeff Bezos. Uno dei suoi concorrenti della East Coast, Bowery Farming, ha ricevuto un investimento di 90 milioni di dollari da Google Ventures.

Un altro player, AeroFarms, che utilizza l’aeroponica per far crescere le piante, ha ottenuto 40 milioni di dollari da IKEA e dallo sceicco Mohammed bin Rashid di Dubai. Anche gli Emirati Arabi Uniti sperano che l’agricoltura verticale aumenti la limitata produzione alimentare nazionale del Paese. L’Ufficio Investimenti di Abu Dhabi ha immesso 100 milioni di dollari in quattro aziende agri-tech, tra cui la stessa Aerofarms, che prevede di costruire una nuova fattoria verticale e un centro di ricerca e sviluppo ad Abu Dhabi.

Perché così tanti soldi? Perché questi impianti mirano a produrre grandi volumi, servono spazi, tecnologie per la crescita, lo stoccaggio e l’impacchettamento dei prodotti finiti e quindi sono tutti progetti capex intensive.

L’agricoltura verticale è tutta una questione di efficienza. Il processo permette ai coltivatori di controllare e monitorare la luce che fa crescere le piante, l’ossigeno, le sostanze nutritive, la temperatura, l’umidità e i livelli di anidride carbonica. In una fattoria verticale non è necessario attendere la stagione giusta. La crescita e il raccolto possono avvenire tutto l’anno, risparmiando chiaramente acqua e terra che non sono illimitati. L’acqua manca in taluni luoghi del mondo, la terra, specialmente in ambienti urbani o vicino agli stessi è molto costosa.

Ecco allora affacciarsi due nuove soluzioni per migliorare tale efficienza: robotica e decentralizzazione. La robotica è abbastanza ovvia. La già citata Plenty sta costruendo un secondo impianto in California, dopo il primo posizionato a San Francisco, dove una serie di robot trasferiranno le piantine su grandi torri di crescita verticali, disposte in modo da formare quello che sembra un vasto muro verde. Ma non è tutto, si occuperanno anche della raccolta e del packaging, secondo una logica per la quale le mani degli uomini arriveranno a non toccare mai, e dico, mai i prodotti lungo tutto il ciclo di produzione. Gli uomini saranno controllori. Chiaro è che tra costi di costruzione, robotica ed intenso uso dell’energia se questi impianti diventeranno più efficienti, probabilmente non diventeranno meno costosi.

Ecco allora che si affaccia sulla scena una nuova logica altrettanto intrigante: la decentralizzazione. Invece di collocare interi impianti produttivi sotto un unico tetto, alcune startup stanno sviluppando soluzioni di dimensioni minori ad uso domestico, da posizionare letteralmente sui balconi o sopra i tetti, per famiglie, uffici e piccole comunità. Tagliando tra l’altro anche la necessità di impacchettare e trasportare i prodotti, cosa che ovviamente fa parecchio bene all’ambiente. Una di questa eccellenze è l’italiana Hexagro, giusto per capire che anche da noi, che spesso siamo un po’ indietro sulle soluzioni all’avanguardia, le nostre giovani leve si stanno muovendo nella direzione giusta. Magari questi ragazzi non raccoglieranno i milioni a decine come negli USA o in Medio Oriente, ma speriamo che qualche investitore furbo si decida a cavalcare questa onda.

OGGETTI QUOTIDIANI: LE LAMPADINE

La prima rivoluzione nel mondo delle lampadine l’abbiamo vista a partire da questo millennio, dai classici bulbi ad incandescenza ai LED. Capaci di essere 2.000 volte più efficienti delle lampadine tradizionali si prevede che l’aumento della diffusione dei LED nel corso dei prossimi 10 anni farebbe risparmiare oltre 1.000 miliardi di dollari di costi energetici, eliminerebbe la necessità di quasi un miliardo di barili di petrolio in 10 anni e porterebbe ad una sostanziale riduzione delle emissioni di anidride carbonica, il gas serra più comune. Ma anche i LED sono in continua evoluzione. Fred Schubert, professore di ingegneria elettrica e fisica al Rensselaer Polytechnic Institute di New York, prevede un giorno in cui gli interruttori della luce lasceranno il posto a delle vere centraline che controlleranno non solo la luminosità di una luce, ma anche la sua temperatura, colore e tonalità. Gli spettri di luce possono essere personalizzati per tutte le lunghezze d’onda, adattandosi accuratamente alle qualità della luce del sole e variando queste caratteristiche a seconda dell’ora del giorno, ad esempio. Questo potrebbe rivoluzionare l’agricoltura indoor e aiutare i lavoratori notturni e le persone che soffrono di jet-lag. L’uso della luce polarizzata dei LED potrebbe anche migliorare i display dei computer e ridurre il rischio che i fari delle automobili abbaglino i guidatori che procedono in direzione opposta. Tutte cose che lentamente stanno già avvenendo.

La seconda rivoluzione delle lampadine è invece in corso proprio oggi e proseguirà a ritmo sostenuto nei prossimi anni. Recentemente abbiamo visto comparire sul mercato lampadine a LED controllate tramite Wi-Fi e applicazioni per smartphone, che consentono ai proprietari di casa di accedere istantaneamente alle luci di casa ovunque abbiano una connessione internet. Ma non finisce qui. Sempre più lampadine a LED vengono combinate con ogni sorta di add-on innovativi, rendendo le applicazioni ancora più versatili. Ora, per esempio, i consumatori possono acquistare lampadine a LED combinate con altoparlanti Bluetooth in modo che le loro melodie possano essere trasmesse da qualsiasi dispositivo elettronico dotato di Bluetooth. Ma la fantasia non ha limiti. Ora le lampadine a LED sono state combinate con i potenziatori del segnale Wi-Fi per dare un po’ di spinta a internet all’interno dei punti più remoti della casa. Alcune nuove lampadine sono state addirittura dotate di microfoni e telecamere in grado di eseguire il riconoscimento vocale e facciale per migliorare e semplificare i sistemi di sicurezza della casa. E scommetto che ulteriori innovazioni in questa direzione sono già allo studio mentre stiamo parlando.

Ovviamente la luce non è un tema solo degli ambienti privati. In media, in città, sarebbe possibile un risparmio energetico del 40%, semplicemente passando a tecnologie di illuminazione ad alta efficienza energetica come i LED. A livello globale, ciò significherebbe un risparmio potenziale di circa 128 miliardi di euro in termini di riduzione del costo dell’elettricità, pari a 670 milioni di tonnellate di CO2, cioè l’equivalente della produzione annua di 642 centrali elettriche.

Ma se devo immaginare un futuro dell’illuminazione più di lungo termine, lo assocerei alla personalizzazione. La luce è uno degli elementi che influiscono sul nostro umore e sul nostro benessere. I nostri gadget che portiamo al polso sono sempre più in grado di analizzare la nostra situazione fisica, una qualsiasi telecamera dotata di AI è già in grado di riconoscere sul nostro viso i segni del nostro umore… e se la luce attorno a noi cambiasse, senza farcene neanche accorgere, a volte in modo quasi impercettibile… per “curare” i nostri sbalzi di umore e farci adattare meglio alle circostanze ambientali?  

LA STARTUP DELLA SETTIMANA: CEREBRAL

La startup della settimana è la californiana Cerebral che ha raccolto un round A da 35 milioni di dollari per potenziare la propria piattaforma di telemedicina che si rivolge principalmente a supportare pazienti affetti da ansia e depressione.

Sullo sviluppo della telemedicina, anche a seguito della pandemia in corso, è già stato detto molto. Sull’assistenza alla depressione invece si può fare sempre di più. Non è una malattia che si cura meramente con le medicine, che tra l’altro, in una certa percentuale di pazienti proprio non funzionano, bensì con il vero e proprio caring, con il coinvolgimento delle persone e la riattivazione di quelle relazioni sociali che fanno sentire meno soli e ritardano il decadimento cognitivo. I pazienti di Cerebral si vedranno assegnato un medico manager dedicato che si occuperà del paziente a 360°, sia dal punto di vista psicologico, che sociale, che medico, arrivando persino a portare le medicine a casa del paziente riducendo tempi e costi. Senza contare l’aspetto fondamentale che garantirà un analisi della situazione del paziente, non solo a chiamata, ma a cadenze prestabilite, cosa per nulla facile quando bisogna prenotarsi le visite da soli. E per fare tutto questo basta uno smartphone che nel tempo diventerà sempre più diffuso anche nei pazienti più anziani.

Trovo questa iniziativa veramente valida e degna di menzione. Ed evidentemente non sono l’unico: la startup è nata nel 2020 e, pronti via, dopo pochi mesi di vita ha già fatto un bel round, pulito e lineare. Davvero in bocca al lupo! 

SALUTI

La puntata di The Future Of è quasi finita, ma non andate via, ancora un istante. Da questa stagione ci lasciamo con una frase significativa sul futuro, per non perdere mai l’ispirazione a guardare avanti: “Lasciate che il futuro dica la verità, e valutate ciascuno secondo il suo lavoro e le sue opere. Il presente è roba loro; il futuro, per il quale ho lavorato veramente, è  mio…” – Nikola Tesla

 

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