News dal futuro #69

Il podcast che parla del nostro futuro

News dal futuro #69

News dal futuro – boicottaggio di Facebook, basta Tik Tok, neuroni contro il Parkinson, inondazioni e Flood Factor, carbon tax sulla carne

Questa settimana nella rubrica di notizie sul futuro di The Future Of parliamo di:

  • 500 grandi brand boicottano Facebook ed il valore dell’azienda crolla momentaneamente
  • nubi fosche sul cielo di Tik Tok minacciano bufera sulla piattaforma cinese
  • un esperimento scopre casualmente la possibilità di trasformare astrociti in neuroni
  • negli USA il sito Flood Factor mostra le zone a rischio inondazione ed è peggio delle aspettative
  • cresce il consenso a favore della carne coltivata in laboratorio e contro gli allevamenti intensivi

La startup della settimana: AirVet, California, telemedicina veterinaria.

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Benvenuti o bentornati a The Future Of: questo è lo spazio dei curiosi di futuro. 

Io sono Andrea Ferrante e vi racconto le tecnologie, i colpi di genio e le discontinuità che potrebbero diventare grandi e plasmare il modo in cui vivremo domani.

PRIMO SEGNALE DI FUTURO: IL BOICOTTAGGIO DI FACEBOOK

I fatti sono noti, oltre 500 brand hanno deciso di sospendere l’acquisto di pubblicità su Facebook. Il boicottaggio del social media arriva dopo che i critici hanno detto che Facebook non è riuscito a gestire in modo soddisfacente la disinformazione sulla piattaforma e il tema del “hate-speech”, quindi dei contenuti aggressivi e carichi d’odio.

Nelle ultime settimane, gruppi per i diritti civili, tra cui la NAACP, la Anti-Defamation League e Color of Change, hanno chiesto agli inserzionisti di boicottare Facebook a seguito dell’inazione di Zuckerberg sui post infiammatori del presidente Donald Trump, tra cui uno che suggerisce che i saccheggiatori dovrebbero essere fucilati in mezzo ai disordini dopo la morte di George Floyd.

I brand sono tutti di primaria importanza, Coca Cola, Ford, Starbucks, Verizon, Adidas, Unilever tanto per capire di che ordini di grandezza stiamo parlando.

Il calo del prezzo delle azioni che ne è seguito ha ridotto di 56 miliardi di dollari il valore di mercato di Facebook ed ha spinto il patrimonio netto personale di Zuckerberg a 82,3 miliardi di dollari, secondo l’indice Bloomberg Billionaires, 7 in meno di prima.

Poverino direte voi. Oppure penserete, hanno fatto bene, non ne possiamo più dell’aggressività del Presidente americano che non riesce ad avere uno straccio di empatia, neppure se lo pagassero oro.

Per far capire la reazione di Facebook, i manager hanno cercato di convincere gli inserzionisti a restare, e per tutta risposta pare che sia stato chiesto loro di far partecipare alle call Zuckerberg in persona, perché tanto è l’unico che può decidere qualcosa sul serio. Non un bel segnale. Però a qualcosa è servito. Facebook ha detto che avrebbe evidenziato i post di news dei politici che hanno violato le sue politiche di comunicazione sul tema dell’odio – un’inversione di tendenza significativa per l’azienda – e reso più severe le sue regole a protezione degli inserzionisti.

Fatto questo, Zuckerberg ha definito il boicottaggio un problema di “reputazione”, dicendo che comunque minacciava solo una “piccola percentuale” delle entrate di Facebook e prevedendo che gli inserzionisti sarebbero tornati sulla piattaforma “abbastanza presto”.

Risultato? Le azioni di Facebook quotavano 242 $ il 23 Giugno poco prima dell’inizio della crisi, sono crollate a 216 $ il 26 Giugno, venerdi già erano tornate a 233 $.

Come direbbe Shakespeare “tanto rumore per nulla”.

SECONDO SEGNALE DI FUTURO: BASTA TIK TOK

Facebook non è il solo social network nell’occhio del ciclone. Tik Tok probabilmente è messa anche peggio. Tutti spunti che ci devono far riflettere su una domanda semplice: “ma quanto tempo e perché dobbiamo andare avanti a farci manipolare gratis dai social?”.

Il colosso cinese ha ricevuto quattro bordate in settimana che avrebbero mandato al tappeto anche Mike Tyson prima del morso all’orecchio di Holyfield.

Prima sassata. Un noto programmatore è entrato nei meandri di Tik Tok ed ha condiviso su Reddit quello che ha scoperto. Lo ha definito un sistema per collezionare dati (spesso ad insaputa dell’utente), mascherato da social network ed ha invitato tutti a disinstallare l’app. Se gli aspetti tecnici vi lasciano indifferenti, il post dove parla di uomini maturi che possono facilmente avere accesso ai profili di bambini, con la scusa di duettare canzoni con titoli che contengono tra l’altro chiari richiami sessuali, dovrebbe togliere ogni dubbio.

Seconda sassata. Gli indiani si sono scocciati ed hanno bannato l’app in India. Sarà anche una ripicca per le tensioni ai confini per motivi di geopolitica, ma intanto è sparito un mercato da 1,3 miliardi di persone. Dal 29 Giugno l’app non è più sull’App. Store.

Terza sassata. Apple ha scoperto che TikTok spia segretamente milioni di utenti di iPhone ed ha rilasciato una nuova release per tappare la falla. Il problema più grave di questa vulnerabilità era la funzionalità degli appunti di Apple. Quindi, se TikTok era attivo sul vostro telefono mentre lavoravate, poteva praticamente leggere qualsiasi cosa e tutto ciò che copiavate su un altro dispositivo: password, documenti di lavoro, e-mail sensibili, informazioni finanziarie. Qualsiasi cosa.

Quarta sassata. Anche Anonymous si è espressa in maniera breve, ma piuttosto chiara. “Cancellate TikTok ora e se conoscete qualcuno che lo sta usando, spiegategli che si tratta essenzialmente di malware gestito dal governo cinese che esegue una massiccia operazione di spionaggio“. Più chiaro di così. Voi che fate?

TERZO SEGNALE DI FUTURO: NEURONI CONTRO IL PARKINSON

I ricercatori della San Diego School of Medicine dell’Università della California, hanno scoperto che un trattamento per inibire una proteina dei topi chiamata PTB e’ in grado di convertire gli astrociti, che sono cellule di supporto del cervello, in neuroni veri e propri  che producono il neurotrasmettitore dopamina.  Come risultato, i sintomi del morbo di Parkinson dei topi scompaiono.

Avrete notato come The Future Of racconti spesso dei progressi nella ricerca su Alzheimer e Parkinson e come la quantità di notizie promettenti siano tante, ma poi una cura non arriva mai e le promesse apparentemente cadono nel dimenticatoio. Chiariamo allora il senso di questa ricerca,  autorevole e pubblicata su Nature, tanto per intendersi, per non alimentare speranze illusorie, almeno nel breve termine.

Cosa hanno ottenuto davvero gli scienziati? Per studiare il ruolo di una proteina come il PTB, i ricercatori spesso manipolano le cellule per ridurre la quantità di quella proteina, e poi guardano cosa succede. Alcuni anni fa durante un tentativo per accelerare un processo che per sua natura è abbastanza lungo e tedioso hanno casualmente cominciato a notare questo fenomeno di trasformazione delle cellule da astrociti a neuroni. Hanno poi deciso di applicarlo alle malattie neurodegenerative ed hanno fatto questa scoperta abbastanza incredibile sul Parkinson.

I ricercatori di tutto il mondo hanno provato molti modi per generare neuroni in laboratorio, utilizzando cellule staminali e altri mezzi, in modo da poterli studiare meglio, così come per utilizzarli per sostituire i neuroni danneggiati e rovinati a causa delle malattie neurodegenerative. Questo è probabilmente il risultato piu importante di questo studio. Avere una fabbrica di neuroni a basso  costo.

Per il Parkinson in sé, è invece troppo presto per fare salti di gioia. Anche perché i topi non soffrono di Parkinson, l’uomo è solo in grado di indurre nei poveri animaletti degli effetti simili, regolando appunto la dopamina, quindi l’utilità di questo studio è davvero prospettica in attesa di capire se e come potrebbe funzionare nell’uomo.

QUARTO SEGNALE DI FUTURO: INONDAZIONI E FLOOD FACTOR 

Il quarto segnale di futuro della settimana prende le sembianze di un sito internet appena lanciato negli USA, che va sotto il nome di floodfactor.com, e mostra con crudo realismo zona per zona, proprietà per proprietà, addirittura casa per casa, il rischio inondazione.

E le evidenze non promettono nulla di buono. La First Street Foundation, un’organizzazione di ricerca con sede a Brooklyn, ha scoperto che il vero livello di rischio di alluvione in tutto il Paese è del 70% superiore a quello che l’Agenzia Federale per la Gestione delle Emergenze dice alla gente attraverso le sue mappe sulle alluvioni.

Uno dei motivi per cui First Street calcola un livello di rischio di inondazione degli Stati Uniti molto più elevato rispetto al governo federale è che potenzialmente il 75 per cento delle mappe delle inondazioni della FEMA non sono aggiornate.  Anche le mappe della FEMA più attuali si basano per lo più su dati storici, che potrebbero non riflettere il rapido cambiamento delle precipitazioni, del livello del mare e di altri fattori di rischio causati dal riscaldamento del pianeta.

Ciò significa che quasi 6 milioni di famiglie e proprietari di immobili hanno sottovalutato o non sono semplicemente consapevoli del loro rischio potenziale.

Miami, per esempio, deve affrontare enormi rischi di inondazioni, ma ha meno esposizione totale alle inondazioni rispetto a Portland, Detroit, Pittsburgh o Cincinnati. Chicago ha attualmente 77.212 proprietà a rischio sostanziale, che la rende terza per rischio solo dietro Cape Coral e Los Angeles. E via con evidenze di questo tipo, di cui comunque vorrei essere a conoscenza anch’io, per l’Italia ovviamente.

La ricerca, resa pubblica lunedì, è il risultato di anni di lavoro della First Street Foundation e di decine di ricercatori e scienziati dei dati.

Ora, potete sicuramente pensare che come tutte le previsioni potrebbero non avverarsi esattamente come sulla carta, potete pensare che comunque alla fine chi sta parlando è un algoritmo, con tutti i limiti del caso, ma l’impatto teorico sui settori immobiliare ed assicurativo è gigantesco.

In primis c’è un impatto sul prezzo attuale delle case. Poi per chi vuole vendere e comprare, il tema comincia a spostarsi non su quanto pagare, ma se davvero valga la pena acquistare o meno. Ed intanto, per esempio,  su una casa del valore di circa 140/150 mila dollari in aree di medio rischio, un americano paga ogni anno una polizza assicurativa di oltre 2.000 dollari. Molti stanno valutando anche quanto costi ‘alzare’ di qualche centimetro l’intera abitazione e proteggersi un po’ meglio, anche se mi sembra uno sforzo effimero.

In ogni caso questo esercizio di First Street, della Columbia University, dell’MIT e di molti altri, è utile anche per le amministrazioni pubbliche, per le attività di manutenzione e protezione che possono mettere in cantiere nel tempo.

Perché forse la vera beffa di questo studio sapete qual’e’? Il fatto che si scopra con chiarezza che l’87% delle zone a rischio, corrisponda a comunità a basso reddito, che in un paese di grande diseguaglianza economica come gli USA,  assomiglia ad una sentenza di morte.

QUINTO SEGNALE DI FUTURO: CARBON TAX SULLA CARNE

La carne cresciuta o coltivata in laboratorio sembra essere the next big thing. E per un semplice motivo: c’è un crescente consenso sul fatto che non possiamo raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima se non ci occupiamo di agricoltura ed allevamento  industriale, un settore che emette più gas serra di tutti gli aerei, treni e automobili del mondo messi insieme. Un modo cortese per dire ‘dobbiamo farne a meno’.

E come sempre, il modo migliore per far cambiare idea a qualcuno sulle cose da fare o non fare, passa dal toccare il portafoglio. Sta crescendo il movimento di policy maker che vorrebbe introdurre una carbon tax o forme similari di imposizione fiscale per ridurre l’allevamento intensivo.

E non si tratta di un gruppo di sostenitori qualunque, ma del FAIRR, un network di investitori che gestiscono asset per oltre 20 trilioni di dollari. Una cifra talmente grande, che la scelta di allocare o meno le loro risorse su determinati settori ne può determinare la prosperità o meno.

Jeroom Remmers, direttore della True Animal Protein Price Coalition (TAPP), ritiene che la maggior parte dei consumatori sosterrà le tasse sulla carne, se altri prodotti alimentari come gli ortaggi e la frutta saranno abbassati di prezzo, e i responsabili politici come la Commissione Europea sono più ricettivi che mai.

E tutto questo sembra ancora più plausibile, se qualcuno saprà dare ai consumatori qualcosa che assomiglia alla carne, ma senza i difetti della stessa.

Ed ecco che Redefine Meat, un’azienda israeliana con sede a Rehovot, ha presentato proprio questa settimana, una ‘Alt-Steak’ (alt di alternative) che riproduce la consistenza, il sapore e l’aspetto della carne reale, il tutto pero’ grazie alla tecnologia di stampa 3D.  La nuova Alt-Steak è realizzata con proteine di soia e piselli, grasso di cocco e olio di girasole, insieme a colori e sapori naturali.

Carne vegana stampata in 3D. Vi sembra ridicolo? Lavorando con macellai, cuochi, tecnologi alimentari ed esperti del gusto di primo piano, Redefine Meat ha mappato digitalmente più di 70 diversi fattori sensoriali – tra cui la consistenza del taglio, la succosità, la distribuzione del grasso, la sensazione in bocca e altro ancora.  Si prevede che l’azienda inizierà a testare i tagli alternativi di carne bovina artificiale nei ristoranti di fascia alta in Israele già dal mese prossimo, con l’intenzione di distribuirla nei ristoranti europei l’anno prossimo e nei supermercati nel 2022.

Parliamo di qualcosa che si rivolge alla fascia alta. Sembrava impossibile, sembrava un fenomeno limitato a Beyond Burger che entrava nei fast food, ed invece ormai la tecnologia si rivolge a tutti i segmenti e sta assumendo scala planetaria.

Buona carne vegana a tutti, io sono d’accordo basta che non mi toccate la mia bottiglia di Sagrantino fatta di uva vera.

LA STARTUP DELLA SETTIMANA: AIRVET

La startup della settimana è la Californiana AirVet che ha raccolto un round A da 14 milioni $.

AirVet è una piattaforma di teleassistenza sanitaria progettata per offrire continuità di rapporto tra proprietari di animali domestici e veterinari.  Il suo obiettivo è quello di sostenere e rafforzare le relazioni esistenti tra veterinari e clienti.  I veterinari possono interagire con i clienti, proprietari di animali da compagnia attraverso video o chat in tempo reale per curare gli animali, aumentare le entrate della clinica e creare una continuità di rapporto e di assistenza non raggiungibile in precedenza.

È un caso interessante per vari motivi. Primo, forse mi sbaglio, ma in Italia non esiste. Secondo la telemedicina è un campo in straordinaria espansione. Terzo, questa è una nicchia ad alti margini, visto che i proprietari di animali tendenzialmente spendono molto e per la salute si spende ancora di più.

La scalabilità non è elevatissima, del resto per erogare il servizio ha pur sempre bisogno di una componente umana, il veterinario, il cui tempo è per natura limitato, però la replicabilità geografica è ampia ed il mercato di riferimento molto grande.

In bocca al lupo a loro ed agli amici animali.

SALUTI

La puntata di The Future Of è finita, ma non andate via, ancora un istante.

Prima di tutto, grazie di essere stati con me durante le vostre attività quotidiane, mentre preparate da mangiare, durante il fitness o solo per una pausa, o come spero io la sera sprofondati in una comoda poltrona con un bicchiere di cognac in mano.

Vi ricordo che The Future Of è in crowdfunding su Patreon, quindi se volete supportare questo progetto di divulgazione gratuita a meno del costo di un caffè a settimana, siete i benvenuti e avete tutta la mia infinita gratitudine. 

In attesa che esca la prossima puntata, come sempre vi invito a suggerire The Future Of ai vostri amici, ai colleghi ed agli appassionati di futuro.

 

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