News dal futuro #67

Il podcast che parla del nostro futuro

News dal futuro #67 - The Future Of

News dal futuro – l’Amazzonia brucia ancora, cervello di Neanderthal, nuovo supercollisore CERN, consegne multirobot, coltivazioni in mare

Questa settimana nella rubrica di notizie sul futuro di The Future Of parliamo di:

  • l’Amazzonia brucia ancora, gli investitori globali prendono provvedimenti
  • DNA di Neanderthal in cervelli ricostruiti in laboratorio
  • il CERN guarda al futuro e progetta un nuovo costosissimo collider
  • nuova frontiera: veicoli autonomi che rilasciano robot per le consegne di quartiere
  • la terra inizia a scarseggiare, potremmo coltivare nell’oceano?

La startup della settimana: Contentful, Germania, innovativo CMS.

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Benvenuti o bentornati a The Future Of: questo è lo spazio dei curiosi di futuro. 

Io sono Andrea Ferrante e vi racconto le tecnologie, i colpi di genio e le discontinuità che potrebbero diventare grandi e plasmare il modo in cui vivremo domani.

NEWS DAL FUTURO

La prima notizia riguarda il clima. Incidentalmente riguarda Brasile, ma è solo l’ultima di una lunga serie su scala planetaria, che quindi comincia a configurare un chiaro trend con implicazioni potenzialmente gigantesche. Sette grandi società d’investimento europee hanno minacciato di disinvestire dai produttori di carne bovina, dal commercio di cereali e persino dai titoli di Stato in Brasile se non vedranno progressi ed uno stop alla crescente distruzione della foresta pluviale amazzonica. Il Presidente Bolsonaro ha replicato con una scrollata di spalle, ma considerato che le sette big hanno complessivamente 2 trilioni di dollari di asset under management, io se fossi in lui qualche domanda me la farei.

La pandemia di covid ha sicuramente spostato la nostra attenzione da argomenti che restano invece cruciali, come il fatto che l’Amazzonia stia continuando a bruciare, è ora di tornare a parlarne. Per la precisione i tassi di deforestazione sono in crescita rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, per il tredicesimo mese di fila. E questi sono fatti.

A Maggio il presidente brasiliano si è visto respingere un disegno di legge che avrebbe concesso atti di proprietà per terreni pubblici a coloro che ci si erano insediati irregolarmente, una misura che avrebbe palesemente incoraggiato la deforestazione. A quanto pare non solo non si sta facendo abbastanza per contenere lo scempio, ma alcune norme dubbie sembrano quasi incoraggiarlo.

In risposta, più di 40 aziende per lo più europee hanno minacciato di boicottare le esportazioni brasiliane. Ricordiamo che a settembre dell’anno scorso, 230 investitori istituzionali avevano firmato una lettera in cui chiedevano un’azione urgente per combattere gli incendi della foresta pluviale amazzonica. Restiamo in attesa di una risposta.

Per la seconda notizia della settimana dobbiamo invece prendere la macchina del tempo. Gli scienziati hanno scoperto da tempo che i nostri geni portano le tracce degli incontri passati tra i nostri primi antenati e gli ominidi dell’età della pietra che popolavano l’Europa fino a circa 40.000 anni fa, i Neanderthal.

La prova che i primi esseri umani si sono incrociati con i Neanderthal è emersa nel 2010 dopo che gli scienziati guidati dal genetista Svante Pääbo hanno sperimentato metodi per estrarre, sequenziare e analizzare il DNA antico dalle ossa di Neanderthal e mappare il loro genoma in dettaglio.

E fin qui nulla di particolarmente scioccante, se non fosse che ora, un team di ricercatori europei ha portato queste scoperte ad un livello superiore, facendo crescere delle colonie di tessuto cerebrale da cellule staminali umane che contengono DNA e proteine di Neanderthal, con la speranza di fare più luce su come i Neanderthal si relazionano con l’uomo moderno.

Si avete capito bene, hanno fatto crescere degli organuli cerebrali, pezzi di tessuto cerebrale larghi solo pochi millimetri ed appena visibili solo ad occhio nudo nutrendoli in una capsula di Petri con un fattore di crescita. Attenzione però, non si tratta di mini cervelli di Neanderthal, semmai, se proprio li volete chiamare così, di mini cervelli umani, di umani odierni che però contengono pezzi di DNA di Neanderthal. Anche se questi tessuti hanno neuroni funzionanti e svolgono alcune funzioni, ovviamente non sono neanche lontanamente complessi come un cervello vero e proprio.

Se quindi avete pensato a cose bizzarre come ricreare geneticamente un Neanderthal in carne ed ossa siete lontani dalla realtà, lo scopo di queste ricerche è ovviamente di natura esplorativa e per aumentare le conoscenze sui nostri antenati dei quali, a quanto pare, abbiamo tutti tra l’1 ed il 4% del DNA.

La terza supernotizia arriva dal cuore dell’Europa. Il CERN ha compiuto un passo importante verso la realizzazione di un supercollisore circolare di 100 chilometri.

La decisione è stata approvata all’unanimità dal Consiglio del CERN il 19 giugno, dopo l’approvazione del piano da parte di un panel indipendente a marzo. Il principale problema però non è tanto tecnologico, quanto economico, dal momento che il nuovo “giocattolino” dovrebbe costare circa 21 miliardi di euro e costituirebbe il seguito del famoso Large Hadron Collider del laboratorio. La nuova macchina farà scontrare gli elettroni con i loro partner di antimateria, i positroni, entro la metà del secolo nel migliore degli scenari. La struttura che sarà costruita in un tunnel sotterraneo vicino alla sede del CERN a Ginevra, in Svizzera, permetterà ai fisici di studiare le proprietà del famoso bosone di Higgs e, in seguito, di ospitare una macchina ancora più potente che farà collidere i protoni e che probabilmente vedrà la luce, appunto, nella seconda metà del secolo.

Anche se questo passaggio non è ancora il “go” finale, in ogni caso rappresenta un passo rilevante per entrare nelle fasi di studio di fattibilità e progettazione.

E veniamo al tema economico. I fondi che il CERN riceve ogni anno dagli Stati membri ovviamente non sono sufficienti a coprire l’intero progetto e quindi dovrà cercare alleanze e finanziatori anche fuori dalla comunità europea. Il che non mi sembra un problema, vale sicuramente la pena tentare. Il problema vero è che il progetto ha molti detrattori, dato che vuole andare ad esplorare ambiti ignoti con tecnologie oggi non ancora dimostrate. Per fare un parallelo con lo spazio qui non si tratta di andare su Marte, ma di andare su un pianeta che si spera esista, con una tecnologia per arrivarci che è ancora tutta da dimostrare. Più o meno quello che deve aver pensato Colombo quando partì per le Indie.

La quarta notizia della settimana è una riflessione sulla mobilità urbana che prende spunto da un progetto di Continental, società tedesca che qualche mese fa ha presentato al Consumer Electronic Show il suo Cube, un veicolo elettrico autonomo urbano che assomiglia ad un piccolo pulmino, molto basso a terra, con un grande spazio interno ottimizzato per i passeggeri. Tra parentesi anche l’Italia ha il suo alfiere in questo campo, il veicolo della startup Next, che tra l’altro è anche componibile a modi Lego e che esteticamente è davvero bello. L’idea di Cube è di usare il suo veicolo come una sorta di astronave madre che trasporta tanti robot più piccoli e poi li sgancia nel quartiere per fare le consegne agli acquirenti di prodotti online. A me l’idea sembra particolarmente intelligente. Il pulmino ha capienza ed autonomia per raggiungere senza problemi in strada qualsiasi luogo e nel frattempo protegge e custodisce il suo contenuto. I robot con i pacchi a quel punto possono avere forme e strutture che sono ottimizzate per entrare nei palazzi, fare le scale, portare pesi e non per fare lunghi percorsi da un centro di smistamento (tipicamente in periferia) a casa del Cliente (tipicamente in città). Alla fine delle consegne, ottimizzate per zona da un algoritmo come alcuni che sono già in circolazione, i robot tornano al veicolo e questo a casa per la ricarica e per la prossima consegna.

Per la quinta notizia della settimana facciamo invece un tuffo nel mare, ma non esattamente nell’accezione cui state pensando voi in questo primo giorno d’estate.

Partiamo da un’evidenza importante e poco discussa: negli ultimi quattro decenni, il mondo ha perso fino a un terzo dei suoi terreni coltivabili a causa del degrado del suolo e della conseguente erosione. Lo racconta il professor Duncan Cameron, biologo del suolo e co-direttore dell’Istituto per l’alimentazione sostenibile dell’Università di Sheffield.

Ora, un gruppo emergente di startup e ricercatori è convinto che le risposte all’imminente crisi alimentare potrebbero non trovarsi affatto sulla terraferma, ma guardano invece all’oceano e a nutrire le future popolazioni con colture coltivate in fattorie galleggianti e alimentate dall’acqua di mare.

Queste ambiziose iniziative mirano a risolvere una serie di questioni ambientali e umanitarie, come la scarsità di acqua dolce e di terra, la fame nel mondo, la sicurezza dei raccolti e l’enorme carbon footprint dell’agricoltura, tra le altre, ma le sfide scientifiche e logistiche che devono affrontare sono enormi.

La più importante delle quali riguarda ovviamente il sale. L’eccesso di sale causa una massiccia perdita di raccolto a livello globale, stimata in 20-25 miliardi di euro all’anno – e si prevede che tale perdita aumenterà man mano che fattori come l’innalzamento del livello del mare e gli eventi meteorologici dovuti ai cambiamenti climatici spingeranno l’acqua dell’oceano verso i terreni agricoli, colpendo più duramente le comunità costiere più povere. Se già il sale è un problema a terra, figuriamoci se coltiviamo in mare! Dalle modifiche genetiche delle piante, al lavaggio delle radici con acqua dolce, gli sforzi per aumentare la tolleranza della piante al sale sono in continua evoluzione.

Insomma se navigando in mezzo al mare doveste imbattervi in campi di riso che spuntano dalle onde in mezzo al nulla, siete avvisati, è proprio quello che si potrebbe verificare in un futuro non troppo lontano.

LA STARTUP DELLA SETTIMANA

La startup della settimana è la tedesca Contentful che ha sede a Berlino, però ha tra i suoi cofondatori un italiano e quindi fa battere un po’ il nostro cuore tricolore. Prima di tutto ha fatto un round E, ed oggettivamente non che se ne vedano molti di questo tipo, anche se la fantasia ha il solo limite delle lettere dell’alfabeto. Hanno raccolto la bellezza di 80 milioni di dollari per continuare lo sviluppo del loro content management systems, un CMS, che però ha la caratteristica di centralizzare in un unico luogo la produzione e gestione di tutti i contenuti che vanno lungo i vari canali, dal tradizionale sito internet, ai tablet, agli smartphone e persino agli smartwatch. Il contenuto e la presentazione sono tenuti separati, rendendo il contenuto riutilizzabile su ogni canale digitale. I contenuti strutturati rendono più facile per gli sviluppatori costruire, per i redattori aggiornare molti canali contemporaneamente e per le macchine automatizzare gli aggiornamenti.

Che sia il nuovo gold standard? Diciamo che se hanno raccolto in totale quasi 160 milioni di dollari e sono classificati nella categoria “emerging unicorn”… del valore ci deve essere.

SALUTI

La puntata di The Future Of è finita, ma non andate via, ancora un istante.

Prima di tutto, grazie di essere stati con me durante le vostre attività quotidiane, mentre preparate da mangiare, durante il fitness o solo per una pausa, o come spero io la sera sprofondati in una comoda poltrona con un bicchiere di cognac in mano.

Vi ricordo che The Future Of è in crowdfunding su Patreon, quindi se volete supportare questo progetto di divulgazione gratuita a meno del costo di un caffè a settimana, siete i benvenuti e avete tutta la mia infinita gratitudine. 

In attesa che esca la prossima puntata, come sempre vi invito a suggerire The Future Of ai vostri amici, ai colleghi ed agli appassionati di futuro.

 

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