News dal futuro #109

Il futuro è già qui

Coste a rischio Il ritorno del dirigibile Moon-buggy Limiti di età Impronte molto digitali

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Coste a rischio Il ritorno del dirigibile Moon-buggy Limiti di età Impronte molto digitali

In questa puntata:

  • Uno. Coste a rischio. Riportiamo l’attenzione sull’effetto dell’innalzamento dei mari sulle comunità che oggi vivono lungo le coste. Nuove evidenze e stime ci dicono che servono sforzi programmatici molto più seri.
  • Due. Il ritorno del dirigibile. Mentre il mondo spende e si concentra su progetti per andare più veloci, una società inglese lavora su un dirigibile completamente elettrico, che sembra un albergo a cinque stelle volante, ed ovviamente procede con passo placido.
  • Tre. Moon-buggy. Se avete in mente i rover a guida umana delle missioni Apollo degli anni ‘70, ecco che sono in arrivo delle nuove dune-buggy lunari a supporto della missione Artemis, che promettono accresciute performance.  
  • Quattro. Limiti di età. Mentre un filone di ricerca ci parla di un futuro nel quale l’età potrà essere estesa sostanzialmente, un nuovo studio fissa questo limite sotto i 150 anni. Capiamo come si misura la “resilienza” di un corpo umano e perché non è infinita.
  • Cinque. Impronte molto digitali. La polizia inglese arresta un noto narcotrafficante a partire da una foto in primo piano della sua mano che mostra un formaggio di cui è goloso. Recuperare le impronte digitali da un’immagine non è cosa nuova, ma è una frontiera ancora sottovalutata, nel bene e nel male.

La community di The Future Of



COSTE A RISCHIO

Quando accade una catastrofe, l’uomo chiaramente tende a reagire. A posteriori spesso si cerca di chiudere la porta della stalla, quando i buoi sono già scappati, ma uno shock di solito genera un qualche tipo di azioni.

Quando invece i cambiamenti sono più lenti, routinari, quasi immersi nella nostra quotidianità, la reazione è spesso nulla o, addirittura, si continuano a tenere comportamenti rischiosi per pigrizia.

Ecco perché ho deciso di dedicare la cover story di questa puntata, ancora una volta, ad un tema così importante come l’erosione delle coste.

Le proiezioni più rispettate sull’innalzamento del livello del mare e i suoi effetti provengono da progetti di ricerca approfonditi e sottoposti a revisioni professionali, che coinvolgono centinaia di esperti del mondo accademico, del governo e del settore privato. Includono rapporti separati pubblicati da gruppi come il Comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e il Programma di ricerca sul cambiamento globale degli Stati Uniti, così come organizzazioni senza scopo di lucro tra cui la Union of Concerned Scientists e la First Street Foundation. 

Ecco alcune evidenze, un po’ concentrate sugli USA, tra le tante di cui si sente parlare e che possiamo prendere come pilastri e basi di ragionamento per futuri approfondimenti anche in altri luoghi del mondo:

Primo. Entro il 2100, quasi 490 comunità a livello nazionale sperimenteranno l’inondazione cronica. E questo è uno scenario intermedio, non il caso peggiore.

Secondo. Le categorie della FEMA, l’ente generale per la gestione delle emergenze americano, classificano erroneamente milioni di proprietà come a basso rischio di inondazioni. Secondo gli stessi conti dell’agenzia, circa il 40% delle richieste di assicurazione contro le inondazioni tra il 2017 e il 2020 erano su proprietà considerate a basso rischio e questo non è un problema da poco per gli occupanti, le assicurazioni e per tutto il mondo del real estate.

Terzo. Il tasso di innalzamento del livello del mare è generalmente aumentato negli ultimi anni e si prevede che accelererà rapidamente nei prossimi decenni. Oltre il 2100, il livello del mare continuerà a salire ancora per centinaia di anni.

Ma cosa stiamo dicendo esattamente quando parliamo di rischio? di quanto si innalzeranno i mari?

Il Global Change Research Program degli Stati Uniti ha sviluppato tre proiezioni che variano a seconda dei futuri livelli di emissioni globali di carbonio, un fattore determinante nello scioglimento dei ghiacci che causa l’innalzamento del livello del mare.

Lo scenario peggiore presuppone che l’aumento delle emissioni di carbonio continui ai tassi recenti, quelli pre-pandemia per intenderci. Un aumento medio del livello del mare intorno agli Stati Uniti di circa 60 centimetri entro il 2045 e 2 metri entro il 2100.

Lo scenario intermedio presuppone che gli sforzi di mitigazione abbassino le tendenze di emissione di carbonio entro la metà del secolo. Iil livello del mare si alza in media di circa 30 centimetri entro il 2035 e di 1,2 metri entro il 2100.

Lo scenario migliore presuppone riduzioni più immediate delle emissioni di carbonio, simili a quelle definite nell’accordo di Parigi del 2016: poco meno di 50 centimetri entro il 2100.

Per i proprietari di case in zone a rischio ora, la lenta progressione dell’innalzamento dei mari e la minaccia di distruzione improvvisa da tempeste sempre più violente, sono finanziariamente già più pericolose ora delle previsioni stesse di fine secolo. 

Una vista mozzafiato sull’oceano potrebbe ancora attrarre grandi investimenti, anche se le persone sanno che l’acqua potrebbe arrivare davanti a casa abbastanza a breve. 

Gli acquirenti di case iniziano a perdere interesse, in realtà, quando le maree regolari inondano le aree abitative cinque, sei o sette volte l’anno. E questo potrebbe accadere decenni prima di quella che è conosciuta come “inondazione cronica”, definita come inondazione di marea che copre almeno il 10% degli spazi abitativi di una comunità 26 volte all’anno o più.

Ma il vero problema non sono certo le case di lusso davanti alla spiaggia. E’ la massa delle persone. Circa il 40% della popolazione statunitense, per esempio, vive lungo le coste continentali, secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration.

E da noi in Italia va appena meglio. Siamo un Paese con oltre 8.000 km di coste e circa il 30% della popolazione vive in Comuni bagnati dal mare.

Secondo l’Ispra, dal 1950 al 1999, il 46% delle coste basse ha subito modifiche superiori a 25 metri e, pur avendo considerato quelle aree che con opere di colmamento sono state sottratte al mare e nel corso degli anni parzialmente rinaturalizzate, i tratti di costa in erosione, pari a 1.170 km, sono superiori a quelli in avanzamento.

Con l’innalzamento dei mari, la situazione andrà sicuramente peggiorando, anche se nel mar Mediterraneo l’ampiezza massima delle maree è mediamente 45 cm, a differenza dei paesi nel nord Europa dove può superare i 10 metri. Quindi oscillazioni anche per noi, ma meno intense anche in caso di innalzamento del livello del mare.

Il problema di fondo, semmai, è che stiamo gestendo le variazioni prodotte dal riscaldamento climatico con gli approcci ordinari che abbiamo imparato in passato. Mentre probabilmente servirebbe un piano di emergenza e di gestione delle aree abitate a rischio, coerente con il futuro probabile. Altrimenti ci ritroveremo sempre e solo a gestire le emergenze. 

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IL RITORNO DEL DIRIGIBILE

La vista dalla cabina completamente vetrata è di quelle da mozzare il fiato. Il punto dove la costa e l’immensità del mare si toccano è una vista rara dall’alto, qualcosa che dagli aerei si può solamente sbirciare dal piccolo oblò, ma dalla comoda poltrona del dirigibile è tutta un’altra cosa. Anche la sensazione di galleggiare nell’aria ad una velocità decisamente non supersonica, rende l’esperienza decisamente più rilassata. Sembra che il contesto contagi persino il personale di bordo che è più “laid back”, come dicono gli inglesi. Il tutto mentre vi leggete comodamente un libro sorseggiando una spremuta o un cocktail.

Se state pensando a questa scena in bianco e nero, con in mente l’immagine dell’Hindenburg o qualche film degli anni ‘60, vi invito a fare un fast forward al 2025, quando la società inglese Hybrid Air Vehicles (HAV) pensa di lanciare un nuovo tipo di dirigibile per il medio raggio di nome Airliner. Dall’Inghilterra alle Baleari o a Barcellona, potrebbero essere delle buone tratte per esempio.

Le rotte studiate per il dirigibile Airlander 10 da 100 passeggeri includono una Barcellona – Palma di Maiorca in quattro ore e mezza. L’azienda ha detto che il viaggio in dirigibile richiederebbe all’incirca lo stesso tempo del viaggio in aereo, una volta preso in considerazione il viaggio da e per l’aeroporto, ma genererebbe un impatto ambientale molto più contenuto. HAV ha scritto nella sua pagina web che l’impronta di CO2 per passeggero al chilometro sul suo dirigibile sarebbe di circa 9 kg, ben il 90% in meno di un classico aereo a reazione.

Il velivolo in sé è affascinante, praticamente un albergo a 5 stelle volante, che ha un’autonomia di volo di 5 giorni ed un range di ben 4.000 miglia nautiche, cui si aggiunge una promessa di inquinamento davvero ridotto. Che potrebbe essere davvero mantenuta, specialmente nelle versioni programmate per il 2030 quando tutti e quattro i motori dell’Airlander saranno completamente elettrici.

Un consorzio tra HAV, Collins Aerospace, e l’Università di Nottingham (UoN) ha infatti vinto un finanziamento di oltre 1 milione di sterline, provenienti dal programma di ricerca e tecnologia aerospaziale del Regno Unito, per sviluppare tecnologie di propulsione elettrica utilizzando l’Airlander come piattaforma iniziale. Il progetto consegnerà ad HAV un prototipo a grandezza naturale di propulsore elettrico da 500kW per test a terra e tecnologie pronte per la futura produzione. Queste tecnologie saranno direttamente applicabili a un futuro Airlander, con l’obiettivo di sostituire i motori anteriori a combustibile come primo passo verso una versione completamente elettrica dell’aereo.

Airlander infatti vuole usare una combinazione di tecnologie aerospaziali già collaudate nel mondo dei dirigibili, come per esempio i tessuti dello scafo e l’uso dell’elio, nel settore degli aerei ad ala fissa, ad esempio le strutture composite, i motori e l’avionica ed anche pescando dal mondo degli elicotteri, ottimizzando la spinta vettoriale.

Lo scafo è un tessuto laminato composto da materiali progettati per la resistenza, la ritenzione dell’elio e la durata. Riempito di elio, lo scafo è aerodinamico, infatti ha una sezione trasversale ellittica con una forma longitudinale a campana.

All’interno dello scafo, ci sono i cosiddetti “ballonetti”, dei compartimenti, riempiti d’aria, che aiutano a mantenere la pressione interna dello scafo mentre l’elio si espande e si contrae, a causa dei cambiamenti di temperatura e altitudine.

Dei motori abbiamo detto, oggi sono a combustione, ma verranno sostituiti da motori elettrici. Lato compositi non c’è molto da dire, l’Airlander utilizza due diversi tipi di strutture per gli elementi rigidi dell’aereo, in fibra di carbonio e fibra di vetro, tecnologie ampiamente utilizzate in altri aerei e veicoli.

Insomma, la tecnologia c’è, anche se a conti fatti è meno futuribile di quello che sembra. La domanda è se c’è il mercato. Stime indipendenti della Società dicono che potrebbe valere 50 miliardi di dollari nei prossimi 20 anni. Un’affermazione che non ho dati per approfondire, ma suona un po’ come un tentativo di dare un grande numero, e per di più in lungo tempo.

Tutto sta a questo punto, a vedere se i Clienti prediligeranno volare veloci con i mezzi tradizionali o rilassarsi a bordo di un oggetto di lusso che vola piano. In un caso arrivi prima, nell’altro ti godi il viaggio. Non ho dubbi che esisteranno entrambe le tipologie di utilizzatori ed ho comunque qualche perplessità che il payoff della riduzione dei consumi e dell’inquinamento sia sufficiente a far innamorare il pubblico di questo bestione esteticamente bellissimo. Solo il tempo ci dirà la verità.

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MOON-BUGGY

Le chiamano moon-buggies. Se vi sono venute in mente le famose Dune Buggy del film di Bud Spencer e Terence Hill, non ci siete andati tanto lontano, anche se ovviamente parliamo di prodotti ben più tecnologici e, in questo caso, pensati per gli astronauti sulla luna o su futuri pianeti.

Qualche giorno fa Lockheed Martin e General Motors hanno svelato i loro piani per costruire un veicolo autonomo simile a un rover che i futuri astronauti potranno usare per girare sulla superficie della Luna. Le due aziende hanno collaborato per lanciare un concept di Lunar Terrain Vehicle nell’ambito del programma Artemis della NASA, una campagna di esplorazione della Luna che richiede vari robot, veicoli e basi scientifiche da impiantare sulla superficie del nostro satellite entro il prossimo decennio.

Lockheed e GM hanno detto, in un comunicato stampa congiunto, che il veicolo utilizzerà la tecnologia di guida autonoma della casa automobilistica ed è “progettato per attraversare distanze significativamente maggiori” rispetto ai mezzi dell’era Apollo. Proprio come quei veicoli lunari degli anni ’70, il nuovo concept sarà completamente elettrico.

Il cosiddetto LRV, acronimo di Lunar Roving Vehicle, è stato un rover che venne realizzato in quattro esemplari per conto della NASA ed utilizzato dagli astronauti durante le ultime tre missioni lunari del programma Apollo, proprio per esplorare la superficie della Luna. Venne impiegato per la prima volta il 31 luglio 1971 in occasione della missione Apollo 15, diventando il primo veicolo fuoristrada ad essere guidato da un umano al di fuori della Terra.

Era un piccolo veicolo fuoristrada dotato di due posti, dall’aspetto spartano, con una massa di 210 kg e una lunghezza di 3 metri, in grado di trasportare oltre 490 kg di carico utile a una modesta velocità di 14 km/h, grazie a quattro motori elettrici da 0,25 CV, ciascuno alimentato da batterie non ricaricabili. In compenso, vantava un avanzato sistema di navigazione e un originale progetto delle ruote.

Le ruote, infatti, consistevano in un mozzo di alluminio filato ed un pneumatico di quasi 82 cm di diametro e 23 cm di larghezza fatto di fili d’acciaio intrecciati e zincati. Le coperture di titanio coprivano il 50% dell’area di contatto per fornire trazione. All’interno del pneumatico c’era un telaio di 65 cm di diametro per proteggere il mozzo. Le protezioni antipolvere erano montate sopra le ruote. Insomma, nello spazio, ogni dettaglio è cruciale ed anche una “semplice” ruota diventa un oggetto super tecnologico.

Se vi chiedete come mai i motori erano apparentemente poco potenti e la velocità bassa, ricordatevi che sulla superficie lunare la gravità è un sesto di quella terrestre, se premete troppo l’acceleratore su terreni pietrosi o scoscesi… si rischia di volare via in un batter d’occhio. 

Il nuovo veicolo della NASA sarà ancora completamente elettrico, ma in grado di ricaricarsi autonomamente, grazie a pannelli solari di bordo ed infrastrutture che possono essere allestite sulla Luna, come lo Human Landing System. Dovrebbe essere in grado di trasportare almeno due astronauti completamente equipaggiati, incluso il conducente, così come carico per una capacità totale di trasporto di oltre 500 chilogrammi. Con una singola carica dovrà potersi muoversi per almeno un paio di chilometri.

Il rover dovrà anche essere robusto e capace di resistere alle temperature della superficie del polo sud lunare, che possono variare tra oltre 100 gradi al sole e meno 100 gradi durante la notte lunare. I lander lunari con equipaggio della NASA dovrebbero atterrare sulle parti più piatte della superficie lunare, lontano dai grandi massi e dai crateri in ombra che si ritiene, però, che possano contenere gli esemplari più interessanti dal punto di vista scientifico, comprese le particelle di ghiaccio. 

Più versatile sarà il rover lunare della NASA, più potrà aiutare gli astronauti a condurre esperimenti scientifici. Perché qui starà la vera novità del mezzo. Dovrà diventare un vero e proprio laboratorio di ricerca semovente, non solo un semplice mezzo di locomozione.

Ed ecco spiegato perché parliamo di guida autonoma. Il rover Lockheed Martin-GM sarebbe in grado di preposizionarsi autonomamente vicino a un sito di atterraggio o di analisi prima dell’arrivo degli astronauti, e nel caso gli essere umani non fossero nemmeno indispensabili, gli astronauti potrebbero condurre intere operazioni scientifiche senza il pilota.

Mi chiedo solo se questo gioiello della tecnologia andrà a fare compagnia a quelli rimasti sulla luna a fine missione. Perché quelli usati per le missioni Apollo 15, 16 e 17 sono poi stati abbandonati sul pianeta stesso. E’ simpatico ricordare che il primo utilizzato, era persino targato. C’era scritto “Moon LRV 001 1971”.

LIMITI DI ETA’

Ho raggiunto finalmente i 150 di età. Tutta questa nuova tecnologia mi ha portato a vivere quasi il doppio dell’aspettativa di vita di solo 30 anni fa, il 2020. Ora mi chiedo se per i miei figli, qualche innovazione farà raggiungere loro davvero i 200 anni come alcuni promettono.

Ecco, questa frase, che potrebbe non essere tanto strana in prima battuta, se proiettiamo nel futuro il progresso scientifico dell’ultimo mezzo secolo, secondo alcuni sarebbe invece letteralmente impossibile. La scienza sta ancora una volta mettendo in dubbio l’idea che potremmo vivere fino all’età del biblico Matusalemme.

Una nuova ricerca dell’azienda biotecnologica Gero, con sede a Singapore, esamina la capacità del corpo umano di riprendersi da malattie, incidenti o qualsiasi altra cosa che metta sotto stress i suoi sistemi. 

Questa resilienza di base diminuisce con l’età, con un ottantenne che, in media, ha bisogno di tre volte più tempo per riprendersi da tali stress di un quarantenne. Se avete mai conosciuto una persona anziana che ha fatto una brutta caduta, la cosa appare facilmente comprensibile. Il recupero da una caduta può essere una minaccia per la vita di una persona particolarmente fragile, mentre una caduta simile potrebbe mettere una persona con la metà dei suoi anni fuori uso solo per un breve periodo. Per un bambino o un ragazzino, la cosa potrebbe addirittura concludersi con una scrollata di spalle ed una risata.

Questo concetto di resilienza è stato misurato proprio così. Gli autori si sono concentrati su due parametri. Il primo è un valore istantaneo, spesso indicato come l’età biologica, ed è esemplificato dal Dynamic Organism State Index (noto come DOSI). La quantità è associata a stress, stili di vita e malattie croniche e può essere calcolata da un esame del sangue standard.

L’altro parametro, appunto la resilienza, riflette le proprietà dinamiche delle fluttuazioni dello stato dell’organismo: informa quanto velocemente il valore DOSI torna alla norma in risposta agli stress.

Se estrapolate il declino causato dalla vecchiaia in maniera seria e scientifica, che è quello che ha fatto lo Studio in questione, scoprirete che la resilienza del corpo umano è completamente andata a qualche età tra 120 e 150 anni. In altre parole, a un certo punto il nostro corpo perde ogni capacità di recuperare da praticamente qualsiasi potenziale fattore di stress.

I ricercatori sono arrivati a questa conclusione esaminando i dati sulla salute di grandi gruppi provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Russia. Hanno esaminato svariati parametri, dal conteggio delle cellule del sangue al numero dei passi registrati dai wearable. Man mano che le persone sperimentavano diversi fattori di stress, i ricercatori hanno dimensionato il concetto che “il tempo di recupero si allunga con l’avanzare dell’età”.

La prevista perdita di resilienza anche negli individui più sani, che invecchiano con successo, potrebbe spiegare perché non vediamo un aumento evidente della durata massima della vita, mentre la durata media della vita è cresciuta costantemente negli ultimi decenni.

La nuova ricerca convalida brutalmente l’idea che gli esseri umani iniziano a morire dal momento in cui nascono, ma il processo sembra accelerare significativamente tra i 35 ed i 45 anni, quando la resilienza del corpo inizia a diminuire più rapidamente.

La conclusione dello studio è che il corpo perde tutta la capacità di far fronte, o almeno di recuperare lo stress prima dei 150 anni, il che è in linea con le conclusioni di studi simili, tra cui uno dello scorso anno che ha fissato la massima età umana possibile a 138 anni.

Secondo il coautore Andrei Gudkov, dal Roswell Park Comprehensive Cancer Center di Buffalo, New York, “Questo lavoro spiega perché anche la prevenzione più efficace e il trattamento delle malattie legate all’età potrebbe solo migliorare la durata media ma non massima della vita a meno che non siano state sviluppate vere terapie antiaging“.

Eppure a me qualche dubbio rimane. Se prendiamo trend storici sulla vita di determinati esseri viventi e li estrapoliamo o li applichiamo ad altre specie, non cadiamo nell’errore di cercare di predire il futuro con le lenti del passato? Dal momento che la Gero produce un wearable che ha lo scopo di misurare proprio il DOSI, il famoso Dynamic Organism State Index, mi piacerebbe pensare che questo Studio sia semplicemente un bello strumento di marketing del loro device, ma chiaramente potrebbero avere ragione loro.

IMPRONTE MOLTO DIGITALI

Mentre ero alla ricerca di belle notizie da raccontarvi nella puntata di questa settimana, mi sono imbattuto in un articolo che diceva questo: “gli scenari descritti in 1984 di George Orwell potrebbero materializzarsi nel 2024 se i legislatori non proteggono il pubblico dall’intelligenza artificiale”. Un’affermazione fatta addirittura da Brad Smith, il presidente di Microsoft. 

All’inizio non ci ho dato un grande peso, anche perché del controllo massivo del governo cinese sui comportamenti della popolazione si è già parlato fin troppo. Spesso il tema non è trattato per amore della democrazia, ma perché gli americani sembrano non tenere il passo con gli incredibili sviluppi dell’intelligenza artificiale del dragone asiatico.

Ecco allora un proliferare di evidenze parziali. Come quella che il 54% dei 770 milioni di telecamere a circuito chiuso del mondo si trova in Cina, almeno secondo una ricerca di Comparitech. E che il controllo della popolazione sembra davvero contrario ai nostri principi occidentali. Dimenticandosi, forse, che all’inizio dell’anno scorso, prima che la pandemia monopolizzasse la nostra attenzione, se abbiamo sfiorato un terzo conflitto mondiale è perché un drone militare autonomo a stelle e strisce ha fatto fuoco e ucciso un generale iraniano.

Ma non siamo qui a valutare chi usa meglio le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, bensì a riflettere sulla frase di Brad Smith. E se vi sembra un po’ fantascienza apocalittica, allora vi cito una storia alquanto gustosa che però, sembra andare proprio in quella direzione.

Settimana scorsa, la polizia britannica ha arrestato un noto e ricercatissimo trafficante di droga grazie ad una foto su un social. Ma non del suo volto, bensì della sua mano che mostra un famoso formaggio francese appena acquistato. Dalla foto delle dita, gli investigatori sono riusciti a risalire alle impronte da digitali, poi ovviamente alla persona, evidentemente poi alla localizzazione ed infine all’arresto. Il social in questione, non è uno di quelli che usiamo noi comuni mortali, ma un marketplace criptato della malavita, che quindi la polizia teneva d’occhio, ma il concetto di fondo non cambia.

Ora questa storia, chiaramente, ci rappresenta un uso virtuoso della tecnologia. Chi non vorrebbe un pericoloso criminale in carcere. Ma d’altra parte ci racconta anche, come gesti apparentemente innocui, possano diventare un boomerang.

Del resto non siamo nemmeno consapevoli di cosa può davvero fare la tecnologia. In questo caso infatti va detto che i modelli biometrici non si basano solo sulla forma delle linee della nostra impronta digitale, ma anche sulla profondità delle valli e delle creste che la compongono. Questo fattore da solo complica notevolmente l’ottenimento di un modello biometrico dalla foto di un’impronta digitale. Ottenere un’informazione tridimensionale accurata in cui si apprezza la minima variazione, partendo da un’immagine bidimensionale, è davvero complicato. Ma evidentemente si può fare.

E per l’Inghilterra non è nemmeno un episodio pionieristico, visto che già due anni fa un caso simile era stato risolto grazie ad una foto trovata nel telefono di una persona arrestata, dove era stata trovata una foto di pillole di ecstasy nel palmo della mano di uno spacciatore.

Ed i giapponesi, a quanto pare, hanno fatto anche meglio. E’ del 2017 uno studio dei ricercatori del National Institute of Informatics che annunciavano di aver estratto con successo impronte digitali utilizzabili da foto di dita, prese fino a tre metri di distanza.

Una notizia fastidiosa dato che l’autenticazione biometrica sta diventando sempre più diffusa, con le impronte digitali che sono uno dei metodi preferiti per proteggere applicazioni e risorse fisiche.

Ora, io non lo so se l’intelligenza artificiale e talune tecnologie possono davvero sconvolgere le nostre democrazie, ma so di per certo che i criminali del secolo scorso, come Arsène Lupin, che mettevano a segno i loro colpi in guanti bianchi, ci avevano già visto lungo.

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SALUTI

Grazie per aver ascoltato The Future Of, davvero! Avresti potuto ascoltare la radio, avresti potuto far girare un vinile, avresti potuto mettere su una cassetta, avresti potuto usare uno stereotto, ehm, a sapere cosa fosse, e invece hai preferito The Future Of. E’ per questo che ti ringrazio, ed hai ancora centinaia di puntate da scoprire.
La frase della settimana. Devin Fidler, ricercatore all’Institute for the Future ha scritto: “man mano che l’automazione di base ed il machine learning si avvicinano a diventare delle commodities, le competenze unicamente umane diventeranno più preziose”.

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