News dal futuro #107

Il futuro è già qui

Opinione pubblica e bot farm Attacco all’oleodotto Scrivere con il pensiero Criptovalute ed energia Mezzi gratis a LA

News dal futuro – Opinione pubblica e bot farm, Attacco all’oleodotto, Scrivere con il pensiero, Criptovalute ed energia, Mezzi gratis a LA

Opinione pubblica e bot farm Attacco all’oleodotto Scrivere con il pensiero Criptovalute ed energia Mezzi gratis a LA

In questa puntata:

  • Uno. Opinione pubblica e bot farm. Una società di sicurezza informatica scopre un server russo sul quale transita un’enorme attività di manipolazione dell’opinione pubblica americana. Vi racconto i retroscena.
  • Due. Attacco hacker all’oleodotto. Basta un software per bloccare il mondo reale? Eccome. E’ quello che è capitato settimana scorsa alla Colonial Pipeline, 8.800 km di oleodotto paralizzato e pompe di benzine a secco negli USA a causa di un ransomware.
  • Tre. Scrivere con il pensiero. Un gruppo di ricercatori riesce a trasformare le intenzioni di scrittura del cervello di una persona paralizzata, in un testo vero e proprio. Avanti tutta nel campo degli impianti cerebrali.
  • Quattro. Criptovalute ed energia. Da dove parte e quali ragioni ha, l’attuale movimento contro il mining di criptovalute che consumano in un anno la corrente di uno Stato. Tra Elon Musk, Cina ed esperti di economia.
  • Cinque. Mezzi gratis a Los Angeles. La città americana si avvia a sperimentare un progetto pilota che potrebbe portare l’intera rete di mezzi pubblici ad essere completamente gratuita. E’ sostenibile? Scopriamolo insieme.

La community di The Future Of



OPINIONE PUBBLICA E BOT FARM

Il mondo della tecnologia è impegnato da tempo nella lotta alle fake news, ma c’è un altro fenomeno ancora più sottile che ha preso piede ed è altrettanto preoccupante: le bot farm che postano massivamente contenuti, apparentemente legittimi, per orientare l’opinione pubblica.

Per farvi capire cos’è una bot farm partiamo dal caso reale appena emerso nei giorni scorsi. Un gruppo di ricercatori in ambito sicurezza, sostiene di aver smascherato una massiccia bot farm che mirava a plasmare l’opinione pubblica, su Facebook, durante il periodo chiave delle elezioni presidenziali del 2020.

Secondo Paul Bischoff di Comparitech, una società britannica di cybersicurezza, la struttura comprende 13.775 account unici di Facebook che hanno postato circa 15 volte al mese, per un output, quindi, di oltre 200.000 contenuti totali. Gli account sembrano essere stati utilizzati proprio per fare manipolazione politica, con circa oltre la metà dei post legati ai nomi di Trump e Biden e un buon 17% relativo al COVID-19. Il resto sono argomenti più banali, per apparire come account normali di persone qualsiasi. 

Ogni account ha una foto del profilo e una lista di amici, probabilmente composta da altri bot secondo i ricercatori. Tali finti utenti si sono uniti a specifici gruppi di Facebook dove i loro post avevano maggiori probabilità di essere visti e discussi da utenti legittimi.

I ricercatori di Comparitech sono stati in grado di risalire agli indirizzi email che hanno registrato gli account falsi di Facebook: molti hanno usato numeri di telefono temporanei o account “mail.ru”, quindi apparentemente provenienti dalla Russia, anche se i ricercatori non si sono spinti a fare ipotesi su chi si celi dietro alla bot farm, o chi controlli il server non protetto che hanno individuato. 

Anche perché prima di trarre conclusioni affrettate, va chiarito che il servizio potrebbe anche essere stato messo in piedi solo per essere venduto, non per essere utilizzato da chi lo ha architettato. Quindi tra mandante ed esecutore ci potrebbero essere notevoli differenze.

Ma come funziona? E’ possibile che dietro ai profili falsi ci sia un esercito di persone che posta contenuti in continuazione? Per nulla, è tutto automatizzato. I ricercatori sono stati in grado di determinare che gli account falsi sono stati creati e controllati utilizzando Selenium, un software progettato per automatizzare i test delle applicazioni web, ma che può anche essere utilizzato per imitare il comportamento umano, in modi che sono difficili da individuare per il software di rilevamento bot di Facebook.

I bot controllati attraverso Selenium possono aprire e navigare pagine web in un normale browser web, cliccare su pulsanti e link, inserire testo e caricare immagini. I bot scoperti hanno fatto post con testo e immagini, hanno ripostato articoli di notizie e si sono uniti a gruppi popolari in varie categorie come musica, spettacoli televisivi, film, ecc..

I ricercatori hanno scoperto che le sessioni bot possono emulare una serie di fonti di traffico, dagli iPhone ai browser Chrome, così il proprietario può far sembrare che il traffico provenga da una vasta gamma di dispositivi. Selenium può essere utilizzato attraverso i proxy, permettendo ulteriormente ai bot di mascherare la loro fonte. Inoltre, può anche essere impostato per aggiungere un ritardo tra i clic, in modo che non sembri navigare le pagine più velocemente di un normale umano. 

Il risultato è che alcune delle tecniche di rilevamento bot più avanzate non possono distinguere tra un umano e Selenium. E la frittata è fatta. Facebook lotta per identificare questi profili e rimuoverli, ed intanto ne vengono creati di nuovi alla velocità della luce.

Settimana scorsa vi ho parlato delle false recensioni su Amazon, questa settimana dei falsi post con contenuto politico su Facebook. Dobbiamo davvero smettere di credere a tutto quello che sentiamo online? O dobbiamo proprio smettere di usare queste piattaforme?

ATTACCO HACKER ALL’OLEODOTTO

Prezzo del gallone alle pompa sopra i 3 $ per la prima volta dal 2014, il 70% delle pompe di benzina del North Carolina chiuse, assalto ai distributori, aerei costretti a fare scalo in aeroporti dove è possibile fare rifornimento… l’America ha pagato a carissimo prezzo l’attacco hacker che ha tenuto bloccato l’oleodotto della società Colonial Pipeline per quasi una settimana.

Questo è il tempo per il quale Colonial Pipeline ha dovuto chiudere le sue 8.800 chilometri di oleodotto, che trasporta il 45% delle forniture di carburante della costa orientale e viaggia attraverso 14 stati del sud e dell’est degli Stati Uniti, dopo la violazione delle sue reti informatiche. Per fortuna ora l’attività è ripartita.

La natura precisa dell’attacco non è stata immediatamente chiara, compreso chi l’avesse lanciato e quali fossero le motivazioni. Un portavoce di Colonial Pipeline ha rifiutato di dire se l’azienda aveva ricevuto una richiesta di riscatto, come è comune negli attacchi dei criminali informatici, ma ora che i servizi sono ripartiti, si parla proprio del pagamento di un riscatto in criptovalute pari a 5 milioni di dollari.

Il ransomware funziona bloccando i dati di un’organizzazione vittima con la crittografia. Cioè i dati ci sono, ma non possono essere usati. I criminali lasciano istruzioni su come negoziare il pagamento del riscatto e, una volta pagato, forniscono chiavi di decrittazione del software per annullare il danno. Pagare è ovviamente un rischio, dato che gli hacker possono anche andarsene e lasciare la vittima con i sistemi bloccati… e tanti saluti.

Secondo Bloomberg, l’azienda avrebbe pagato il pesante riscatto in criptovaluta, difficile da rintracciare, già poche ore dopo l’attacco, sottolineando l’immensa pressione affrontata dall’operatore con sede in Georgia per far fluire di nuovo benzina e carburante per aerei ed auto nelle principali città lungo la costa orientale.

Una volta ricevuto il pagamento, gli hacker avrebbero fornito all’operatore uno strumento di decrittazione per ripristinare la sua rete di computer. Ma lo strumento era così lento che la società ha continuato a utilizzare i propri backup per aiutare a ripristinare il sistema, e quindi ci sarebbero voluti comunque diversi giorni per tornare alla normalità.

Che il riscatto sia stato pagato o meno non abbiamo certezza, ma la portavoce di Biden si è espressa con un commento laconico, che vi lascio interpretare da soli: “la Casa Bianca non può dettare alle società private come comportarsi in materia di sicurezza informatica.”

Ma cosa c’entra Biden e l’Amministrazione USA in tutto questo? Forse non è casuale che l’attacco arrivi dopo la notizia del piano dei 100 giorni dell’amministrazione Biden per proteggere le infrastrutture critiche della nazione contro le minacce alla sicurezza informatica. Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, e l’industria elettrica stanno lavorando insieme per affrontare le minacce informatiche di avversari che cercano di compromettere i sistemi critici che sono essenziali per la sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti.

Ma intanto che lavorano, gli hacker mandano messaggi molto chiari. A febbraio, un impianto di trattamento delle acque in Florida è stato violato e un attacco russo alla società texana SolarWinds IT ha potenzialmente lasciato decine di migliaia di clienti esposti, il che ha spinto l’amministrazione Biden a imporre sanzioni contro la Russia. Ora il caso Colonial Pipeline.

Gli analisti e l’FBI hanno ricondotto l’attentato a un gruppo chiamato Dark Side, di matrice russa, ma le certezze investigative sono ancora poche. Non si esclude nemmeno che il gruppo abbia affittato la propria tecnologia a terzi, per condurre l’azione. Quello che è certo, è che gli hacker si sarebbe persino scusati dei disagi creati, tramite una dichiarazione postata nel dark web: “Siamo apolitici, non prendiamo parte a questioni di geopolitica, non abbiamo bisogno di legarci a un governo e cercare altre motivazioni. Il nostro obiettivo è fare soldi e non creare problemi alla società.

Se pensiamo però al danno fatto, la preoccupazione è evidente. Il fenomeno del ransomware cresce a dismisura. Secondo Security Magazine, il ransomware nel 2020 ha visto un aumento del 62% a livello globale, e un picco del 158% in Nord America, ed i criminali informatici utilizzano tattiche più sofisticate e varianti più pericolose.

E’ una vera e propria guerra con il mondo reale sempre più influenzato da quanto fatto con gli 0 e gli 1 dei software. Quale sarà il prossimo evento?

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SCRIVERE CON IL PENSIERO

Questa settimana, la comunità accademica ha fornito un esempio piuttosto impressionante di progressi concreti negli impianti neurali. Utilizzando un impianto, un individuo paralizzato è riuscito a digitare circa 90 caratteri al minuto semplicemente immaginando di scrivere le lettere che aveva in mente.

Ho parlato spesso a The Future Of di questa meravigliosa tecnologia di frontiera, non senza criticare l’invasività dei dispositivi, che spesso devono essere fisicamente collegati al cervello del paziente, ma in attesa che si sviluppi una tecnologia “on-air”, ogni passo avanti per aiutare le persone paralizzate è ovviamente benvenuto.

I precedenti tentativi di fornire capacità di digitazione a persone paralizzate tramite impianti hanno comportato il dare ai soggetti una tastiera virtuale e permettere loro di manovrare un cursore con la mente. Il processo è efficace ma lento, e richiede la piena attenzione dell’utente, poiché il soggetto deve seguire il movimento del cursore e determinare quando eseguire l’azione equivalente della pressione di un tasto. Richiede anche che l’utente dedichi il tempo necessario per imparare a controllare il sistema. Tempo non banale solitamente.

Ma ci sono altre strade per far uscire le parole dal cervello e portarle su una pagina. Da qualche parte nel nostro processo di pensiero di scrittura, formiamo l’intenzione di usare un carattere specifico, e usare un impianto per tracciare questa intenzione potrebbe potenzialmente funzionare. Sfortunatamente, il processo non è ancora ben compreso.

A valle di questa intenzione, però, una decisione viene trasmessa alla corteccia motoria, dove viene tradotta in azioni. Cioè, dopo la fase di intenzione, questa viene tradotta dalla corteccia motoria nei movimenti muscolari specifici necessari per eseguire l’azione. Questi processi, al contrario, sono conosciuti molto meglio dalla scienza, ed è qui che il team ha deciso di agire.

Con gli impianti al posto giusto, i ricercatori hanno chiesto al partecipante di immaginare di scrivere delle lettere su una pagina e hanno registrato l’attività neurale mentre lo faceva.

Nel complesso, hanno decifrato il carattere appropriato con una precisione di circa il 94%, ma il sistema ha inizialmente funzionato troppo lentamente. Per operare in tempo reale, allora, i ricercatori hanno addestrato una rete neurale per stimare la probabilità che un segnale corrispondesse ad una certa lettera. 

Hanno così ridotto il tempo che intercorre tra il  pensiero del paziente e la digitazione della lettera a meno di mezzo secondo, consentendogli di scrivere oltre 90 caratteri al minuto. Applicando poi un correttore alle parole, come quelli che abbiamo sui nostri noti strumenti di scrittura, l’errore nella compilazione delle parole è sceso sotto l’1%.

Ovviamente non è ancora il momento di fare voli pindarici. L’impianto ha funzionato su una persona, e non è detto che vada altrettanto bene per altri pazienti, ed era comunque privo di maiuscole, della punteggiatura e di altri elementi tipici della scrittura, ma indubitabilmente è un passo avanti importante, almeno rispetto ai sistemi precedenti.

CRIPTOVALUTE ED ENERGIA

Produrre Bitcoin consuma energia, questo lo abbiamo capito. Nei giorni scorsi almeno due eventi rilevanti hanno portato fortemente l’attenzione su questo tema.

Il primo è la nota decisione di Elon Musk di sospendere l’utilizzo di Bitcoin per l’acquisto delle auto Tesla, a causa delle preoccupazioni per il rapido aumento dell’uso di combustibili fossili per l’estrazione dei bitcoin stessi.

Il secondo, è il ritorno in auge, di uno studio dell’Università di Cambridge di Febbraio, che ha concluso che la rete globale dei “minatori” di bitcoin, composta da legioni di computer che competono per produrre la valuta, risolvendo problemi matematici sempre più difficili,  consuma tanta elettricità all’anno quanto la nazione dell’Argentina.

Tesla, che dispone di 2,5 miliardi di dollari di valore della moneta digitale, non sembra intenzionata a venderla: Musk ha detto che intende riprendere le transazioni con bitcoin una volta che l’estrazione sarà basata sull’utilizzo di energia più sostenibile.

Musk giovedi ha twittato “l’andamento del consumo di energia negli ultimi mesi è folle“, condividendo un grafico del Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index e questo ha immediatamente causato il calo del prezzo della valuta.

Secondo tale indice, la criptovaluta usa più energia di interi paesi come la Svezia e la Malesia, ed al coro si è aggiunta anche la segretaria al Tesoro Janet Yellen che ha messo in guardia sull’impatto ambientale del bitcoin, dicendo che usa una quantità “sconcertante” di energia.

Ma di che ordini di grandezza stiamo parlando? Secondo il report di Cambridge, il livello attuale è di 149 terawattora, un massimo storico. Per dare un’idea, l’intero utilizzo di energia di Google è stimato in 12,2 terawattora, e quello di tutti i data center del mondo, tranne quelli che estraggono bitcoin, sarebbe pari a circa 200 terawattora, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia. Ed il problema non sembra essere tanto oggi, quanto le previsioni future, visto che secondo la stessa agenzia il picco attuale potrebbe triplicare in tempi relativamente rapidi.

Il mese scorso, la rivista scientifica Nature ha pubblicato uno studio secondo il quale le emissioni del mining nella sola Cina, che alimenta quasi l’80% del commercio globale di criptovalute, potrebbero compromettere gli obiettivi climatici del paese, visto che il gigante asiatico alimenta le sue “fabbriche di criptovalute” con energia prodotta da un tipo di carbone particolarmente inquinante, la lignite.

Insomma, ci troviamo nel pieno di un momento di contestazione molto forte di questa tecnologia.

Allora meriterebbe forse condividere le opinioni di tale Kjell Inge Røk­ke, la seconda persona più ricca di Norvegia, che lanciando una startup di nome Seetee ha scritto che il suo obiettivo è “stabilire operazioni di mining che trasferiscono l’elettricità in eccesso o intermittente senza domanda stabile a livello locale, come quella prodotta da eolico, solare, ed idroelettrico, a beni economici che possono essere utilizzati ovunque. Il bitcoin è una batteria economica di bilanciamento del carico energetico, e le batterie sono essenziali per la transizione energetica necessaria per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi.”

In altri termini, il piano consiste nel  situare i centri di estrazione di bitcoin in luoghi dove gli impianti di energia rinnovabile producono elettricità in eccesso durante i periodi di bassa domanda, e assorbono l’energia in eccesso per l’estrazione. I computer che fanno il mining otterrebbero energia a basso costo e a zero emissioni di carbonio; i produttori di energia un grande cliente.

Le risposte, critiche ovviamente, non si sono fatte attendere. La più autorevole, probabilmente, arriva da Alex de Vries, un economista esperto di valuta digitale. Secondo de Vries, questo approccio presuppone che l’operazione di estrazione possa fermarsi quando l’elettricità è necessaria per altri scopi più vantaggiosi dal punto di vista sociale. Ma il mining funziona solo quando opera in modo continuativo. Ogni volta che i minatori sbloccano monete verificando con successo le transazioni sulla blockchain, la prossima serie di calcoli diventa automaticamente un po’ più difficile da decifrare. È una corsa contro il tempo: l’unico modo per avere un vantaggio sui concorrenti è quello di far funzionare più macchine più frequentemente, con la fonte di energia più economica.

Anche l’ipotesi di alimentare i sistemi di mining solo con energia pulita, non sembra essere particolarmente gradita. La stessa energia pulita, sostengono gli esperti, dovrebbe prima andare alle altre attività umane più tradizionali. E mentre alcune aziende come Square e Paypal lanciano programmi per “pulire le criptovalute dal carbone”, ed alcuni stati come la Mongolia staccano la spina ai bitcoin, altri pensano seriamente di tassarne la produzione.

Come ne usciranno le criptovalute?

MEZZI GRATIS A LOS ANGELES

La città di Los Angeles si appresta a votare e lanciare un programma pilota di 18 mesi, grazie al quale tutti i mezzi pubblici saranno gratuiti per gli studenti ed alcune categorie di persone sotto una certa soglia di reddito.

I passeggeri a basso reddito che guadagnano meno di 35.000 dollari all’anno, e che comprendono il 70% della base clienti, saranno introdotti gradualmente il prossimo gennaio, mentre per gli studenti so dovrà attendere l’estate del 2022. Scusate, ma non è una notizia da poco, anche perché l’autorità, che si chiama Metro, se il pilota dovesse funzionare valuterà l’estensione delle corse gratuite a tutta la popolazione.

E stiamo parlando di tantissime persone. I dati del sondaggio sui clienti di Metro nell’autunno del 2019, quindi pre-COVID, indicavano che circa il 70% dei passeggeri potrebbe potenzialmente qualificarsi per il programma pilota di Metro cioè circa 1,6 milioni di persone nella contea di Los Angeles. Senza contare gli studenti fino al 12° grado dell’istruzione ordinaria, che sono 1,4 milioni. L’eliminazione delle tariffe potrebbe far risparmiare ai passeggeri fino a 1.200 dollari all’anno. Se poi moltiplichiamo questo numero per più membri della stessa famiglia, parliamo di numeri significativi.

In particolare, l’alloggio e il trasporto sono le due maggiori spese che affrontano le famiglie, e la proposta delle corse gratuite eliminerebbe una di queste.

Senza contare che già Metro ha un programma per aiutare le famiglie più in difficoltà e durante l’intera pandemia i biglietti sono già stati gratis per tutti. Il CEO di Metro ha detto che “a lungo termine, i trasporti dovrebbero essere come i servizi della biblioteca o quelli dei vigili del fuoco.”. Quindi un costo di cui si fa carico l’autorità cittadina, come essenziale.

Ed ora veniamo alla domanda che probabilmente vi starete facendo un po’ tutti: ma questo modello è sostenibile?

A Los Angeles, apparentemente si. A differenza della maggior parte dei sistemi delle grandi città, le tariffe dei passeggeri rappresentano solo una piccola parte delle entrate annuali della Metro. Nel bilancio fiscale 2020 dell’agenzia, i circa 280 milioni di dollari di entrate tariffarie costituiscono solo il 4% del suo bilancio operativo di 7 miliardi di dollari. L’agenzia si regge principalmente sulle entrate fiscali locali e sulle sovvenzioni statali e federali.

I maligni diranno, può diventare gratis perché paga qualcun altro, tipo lo Stato Federale o le persone a maggior reddito attraverso le loro tasse. Premesso che, se anche così fosse, non sarebbe certo una cosa negativa, Los Angeles ha fatto anche altri conti.

Passare ad un modello free, consente notevoli risparmi anche su una serie di costi che verranno eliminati. Pensate, in quei 280 milioni di incassi, una quota rilevante deriva dalle multe, che sono molto frequenti in un’area territoriale dove i mezzi sono usati principalmente dalla fascia meno abbiente della popolazione. E per incassare le multe, Metro spende un sacco di soldi che verrebbero risparmiati.

Un altro capitolo di notevole risparmio, verrà dalla riduzione degli assalti ai guidatori, che dovendo controllare e collezionare gli incassi dei biglietti, sono soggetti alle più svariate forme di violenza, con tutti i costi che ne derivano.

Inoltre non sarà più necessaria la mostruosa infrastruttura fisica ed online che deve garantire la vendita dei biglietti, la gestione degli incassi, la contabilità degli stessi e così via.

Andrà valutata invece la sicurezza sui mezzi, che la gente teme diventeranno la casa dei vagabondi.

Il tutto comunque lo dobbiamo guardare anche con gli occhi del futuro. Se è vero che una parte consistente della popolazione lavorativa continuerà a lavorare, almeno parzialmente, in smart-working da casa, comunque i passeggeri potrebbero diminuire.

Se pensiamo inoltre all’arrivo delle auto autonome ed all’espansione di modalità di sharing dei trasporti, è possibile che alcuni concorrenti del trasporto pubblico, sposteranno i volumi di passeggeri su altri tipi di mezzi.

E mentre nel nostro Paese l’operatore pubblico tende a tassare anche l’aria che respiriamo, dall’altra parte del mondo si sperimenta finalmente qualcosa di interessante ed equo per le masse.

SALUTI

Grazie per aver ascoltato The Future Of, davvero! Avresti potuto ascoltare la radio, avresti potuto far girare un vinile, avresti potuto mettere su una cassetta, avresti potuto usare uno stereotto, ehm, a sapere cosa fosse, e invece hai preferito The Future Of. E’ per questo che ti ringrazio, ed hai ancora centinaia di puntate da scoprire.
La frase della settimana. Rahul Gandhi ha detto: “Una marea crescente non solleva le persone che non hanno una barca. Dobbiamo costruire la barca per loro. Dobbiamo dare loro le infrastrutture di base per salire con la marea.” Oggi in India a quanto pare non c’ ne la barca ne l’infrastruttura, una preghiera per il paese al collasso a causa del covid.

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