Puntata #48

Futuro, Startup, Fundraising & Venture Capital

La seduzione: incontrarsi ed innamorarsi nel 2040

La seduzione: incontrarsi ed innamorarsi nel 2040

L’incontro e la seduzione sono attività tipicamente umane che in questo episodio proiettiamo al futuro (nel 2040). Ci attendono app, algoritmi, intelligenze artificiali, visori di realtà virtuale e robot umanoidi in grado di cambiare tutto. Seguitemi per scoprire come.

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Robert Green ha scritto “Un seduttore non spegne e accende un potere di cui è dotato. Ogni occasione sociale, ogni interazione personale è vista come una potenziale seduzione.”

E se i nostri nonni probabilmente si guardavano attorno in chiesa ed i nostri genitori alle feste, non c’è ombra di dubbio che oggi le occasioni di incontro si siano moltiplicate vertiginosamente. Ed in futuro aumenteranno ancora. Nuove Second Life, siti di dating, piattaforme di realtà virtuale, app e gadget high-tech che favoriscono gli incontri hanno già fatto la loro comparsa sul mercato e sono qui per restare, evolversi e diventare sempre più raffinati e scientifici.

Oggi il 33% delle coppie si incontra online e questo numero dovrebbe salire attorno al 70% entro il 2040. Lo dice uno studio della scuola di management dell’Imperial College of London, perché il fenomeno non è solo sociale, ma anche economico.

Circa 6 milioni di utenti frequentano attivamente i siti di incontri online ogni giorno, nei soli Stati Uniti e questo da la misura della dimensione di un settore, quello dei servizi di incontri online, che vale oggi circa 2,5 miliardi di dollari.

Se nella scorsa puntata di The Future Of vi ho raccontato che una donna occidentale spende in media nella sua vita circa 94.000 Euro in vestiti ed accessori, non sarete allora stupiti di apprendere che un single abbiente arriva a spendere nella sua vita anche 25.000 dollari in servizi di dating, nella speranza di matchare con almeno un profilo che rappresenti l’amore della sua vita. Senza contare l’utilizzo puramente ludico, di coloro che sono interessati alle sole relazioni fugaci.

La ricerca dell’algoritmo di incontro perfetto è il Santo Graal del settore ed oscilla tra visioni differenti. Per alcuni, se anche ci fosse, sarebbe meglio che non venisse mai offerto al pubblico, altrimenti se tutti coloro che sono alla ricerca di amore vero lo trovassero, la base clienti si esaurirebbe. Per altri, in una semplice ottica di marketing, se questo è quello che il cliente desidera, bisognerebbe darglielo.

Ma intanto ricordiamoci che tale algoritmo non esiste ancora. La maggior parte dei sistemi di matching si basa oggi sul “dichiarato” di uomini e donne che esprimono preferenze su come dovrebbe essere l’amante perfetto. Peccato che, sappiamo benissimo, esiste un disallineamento tra il dichiarato ed il desiderato vero.

Ecco allora correrci in aiuto il machine learning. L’intelligenza artificiale potrebbe adattare i vostri abbinamenti alle vostre azioni, piuttosto che ai vostri desideri dichiarati. Le inquietanti funzioni tipo Lookalike di Badoo, che usa il riconoscimento facciale per abbinarti a persone che assomigliano alla tua celebrità preferita, diventeranno allora un ridicolo ricordo del passato.

Nella seconda Stagione di The Future Of, vi ho raccontato approfonditamente come la nascita dell’io-algoritmico cambierà tutto. Le nostre preferenze più profonde, i nostri gusti li dichiariamo ogno giorno a Google, Facebook, Amazon, Netflix, agli assistenti digitali, alle app ed ai gadget che raccolgono le nostre performance fisiche. Compilare un questionario di preferenza sul partner perfetto, non sarà semplicemente anacronistico, sarà sbagliato perché i nostri orientamenti stanno già altrove. Basterà “collegarli” al prossimo gadget tecnologico per avere una vista di noi stessi e degli altri, persino più completa di quella che avremmo consciamente.

E se non credete troppo nei dati ed in questa visione, c’è sempre il DNA. Le persone si sentono già a proprio agio a mandare la loro saliva ad un laboratorio per decifrare la loro storia familiare e ricostruire l’albero genealogico. Secondo uno studio del MIT, più di 26 milioni di persone lo hanno già fatto. 

Esiste quindi già una ampia base dati che potrebbe essere usata per ricercare il match perfetto, su base scientifica. Biologicamente, gli esseri umani sono programmati per trovare persone attraenti che sarebbero un buon riscontro genetico per produrre la prole più forte possibile, il che significa che studiando il DNA possiamo essere in grado di sbloccare le regole dell’attrazione.

Siti come Genepartner usano claim già piuttosto chiari “l’amore non è un caso, trova la corrispondenza con il partner usando il DNA”. DNA Romance scrive “portiamo la chimica agli incontri online usando il matchmaking del DNA e prevediamo anche la compatibilità della personalità usando la psicologia!”. Per 19,99 dollari (più una quota di iscrizione di 10 dollari al mese), la startup americana Pheramor vi spedirà un kit per fare il tampone, che poi basta rispedire al mittente per il sequenziamento. L’azienda combinerà queste informazioni con i tratti della personalità e gli interessi raccolti dal vostro profilo per popolare l’app con un carrello di potenziali compagni geneticamente e socialmente ottimizzati, nella vostra zona. Più di così cosa volete?

L’azienda spiega che le persone sono attratte l’una dall’altra, più è diverso il loro DNA. Insomma il vecchio adagio che “gli opposti si attraggono” è stato modernizzato, ed anche se le basi scientifiche non sono ancora particolarmente solide, in futuro, il modo migliore per trovare una corrispondenza tra partner potrebbe essere proprio il DNA. Ma la gente si farebbe un tampone alla bocca per un appuntamento? Con prezzi per analisi ben al di sotto dei 100 €, io sono pronto a scommettere di sì.

E dove si incontreranno le future coppie? Solo su siti ed app? Ovviamente no. Alcuni scenari prevedono luoghi di incontro ed interazione decisamente più coinvolgenti.

Gli incontri in futuro potrebbero non accadere nemmeno nei caffè o nei luoghi pubblici, potreste semplicemente sedervi nel vostro salotto con un visore di realtà virtuale.

Una ricerca prevede che in soli 25 anni la velocità con cui i dati potranno essere condivisi sarà così veloce che tutti e cinque i sensi umani potranno essere simulati digitalmente in una sola volta per creare una realtà virtuale sensoriale completa.

La definisco full sensory virtual reality e, se pensate che sia solo l’ennesima hype sulla realtà virtuale, io non ho la risposta, ma le sperimentazioni in merito procedono spedite anche se non sono sempre di successo.

Feelreal è una maschera multisensoriale, prototipizzata nel 2015. Prometteva di simulare le temperature e di imitare gli ambienti umidi e caldi utilizzando una sofisticata combinazione di diffusori, riscaldatori e raffreddatori, più un ‘generatore di odori’. Il progetto non è decollato dopo una campagna di crowdfunding su Kickstarter fallita. Ma è solo il primo esempio di una lunga serie.

Anche l’atto di mangiare non è esente da sperimentazioni. Sappiamo che gran parte della nostra percezione di un pasto si basa su diversi input sensoriali, dall’olfatto alla vista al suono. Partendo da questo principio fondamentale, con l’aiuto di un dispositivo di realtà virtuale e di una tecnologia appositamente creata, è nato il Project Nourished di Los Angeles, un’esperienza gastronomica che sta cercando di simulare l’atto di mangiare ingannando il cervello, facendogli credere di consumare del cibo.

Non che il cervello sia facilmente ingannabile. La tecnologia che Project Nourished utilizza un utensile giroscopico e un bicchiere da cocktail virtuale che permette di tradurre i movimenti del commensale in realtà virtuale, un diffusore per imitare l’odore di vari cibi e un “trasduttore a conduzione ossea” che “imita i suoni di masticazione che vengono trasmessi dalla bocca del commensale ai timpani attraverso i tessuti molli e le ossa”.

Se combinato con una gomma da masticare, il sistema, creato per curare le persone con obesità e disturbi alimentari, si presterebbe bene anche per cenare a distanza con il o la partner, che magari si trova dall’altra parte del mondo.

Guanti tattili collegati ai visori potrebbero simulare facilmente il contatto o la sensazione di stringersi la mano. E per chi vuole andare oltre, esiste una vasta gamma di sex toys collegabili ad internet o alla realtà virtuale che vi potrebbero consentire un’esperienza completa che va dalla cena insieme al sesso, tutto virtuale. Li chiamano teledildonics (giocattoli sessuali connessi a Internet), e stanno trasformando l’intimità. Quantomeno a distanza.

Infatti i favorevoli a questi sviluppi tecnologici pensano che la realtà virtuale possa facilitare le interazioni più significative per le coppie, proprio nelle relazioni a distanza. Inoltre sarebbe uno spazio sicuro per la sperimentazione, dove due persone potrebbero esplorare fantasie, impegnarsi con contenuti educativi e persino visitare il terapeuta di coppia, il tutto tramite un visore. Grazie a questa promessa di immersione sensoriale totale.

Tutto facile? Per nulla. Infatti la realtà virtuale sembra essere anche in questo campo, un passo indietro rispetto alle promesse ed al potenziale dichiarato. Oggi, la maggior parte delle persone è più interessata al nuovo gioco Angry Birds in realtà virtuale di Magic Leap che ai modi in cui un visore può aiutare le relazioni in difficoltà, a fare sesso online o facilitare nuovi incontri.

Perché Tinder ha tanto successo? Perché puoi sederti sul divano, tirare fuori il cellulare e iniziare a fare swiping. Ma se devi sistemare il casco VR, collegarlo e sincronizzare vari altri dispositivi esterni… certo l’incentivo non è dei migliori. A meno che i risultati non siano davvero strepitosi e, per ora, sembra che non sia ancora così.

E’ più probabile un revamp di luoghi di incontri virtuali, come una Second Life degli appuntamenti. Lanciato il 23 giugno 2003, il sito virtuale online chiamato Second Life è stato creato da una società chiamata Linden Lab per favorire gli incontri. Ma completamente virtuali grazie ad avatar. Grazie a meccanismi di gamification, la possibilità di scegliere avatar più personalizzabili ed anche al non dover spendere soldi veri per offrire un drink o una cena come nel mondo reale, le probabilità di riuscita potrebbero essere maggiori rispetto alla realtà virtuale. Oppure le due tecnologie potrebbero convergere.

Anche se supereremo le barriere fisiche entrando in contatto con persone che si trovano dall’altra parte del mondo, ci potremo fidare dei contenuti? Come racconta Ralph Schroeder nel suo libro The Social Life of Avatars, in realtà avremo interazioni fra “real people” e “virtual people”, per distinguere se dietro l’avatar si cela una persona reale in carne ed ossa, oppure un bot, cioè una macchina che incarna l’avatar. La virtual people potrebbe aiutare o manipolare per perseguire gli scopi commerciali della piattaforma e, potrebbe essere davvero indistinguibile da un individuo reale. A mio modo di vedere, ironia della sorte, solo la trasparenza potrà agevolare la diffusione di questi strumenti. Fatto il patto iniziale, poi ognuno sarà libero di impersonificare chi vuole, ma almeno dobbiamo capire se abbiamo di fronte una persona o una macchina.

Per sapere se funziona, basterà osservare le soluzioni già operative ora: VR Chat, Oculus Home, Big Screen, Rec Room, AltSpaceVR, giusto per capire che non parliamo di teoria, ma di pratica già diffusa. 

Fatto sta, che incontrarsi nel 2040, potrà ancora avvenire in modo fisico. Per fortuna. Cioè, va bene modalità innovative di matchare i profili, di frequentarsi in luoghi virtuali, ma resterà sempre la necessità del contatto sociale. E se pensate che in quel momento potrete mettere da parte la tecnologia e lasciar fluire i vostri istinti da Casanova o da femme fatale… ecco credo che non andrà esattamente così.

L’interpretazione delle reazioni in diretta come la frequenza cardiaca, il riconoscimento facciale e persino i segnali neurali nel cervello, andranno ad alimentare nuovi modi di “tenere sotto controllo” la situazione.

L’intelligenza artificiale in tempo reale analizzerà i dati video ad alta velocità, fornendovi un feedback immediato su come sta andando l’appuntamento.

Di voi conoscerà tutto, potendo misurare facilmente parametri fisici provenienti da gadget ed accessori indossabili. Del o della partner potrà esplorare con facilità le reazioni, guardando al linguaggio del corpo, alle microespressioni facciali, al modo di parlare ed alle parole usate. E vi suggerirà come modificare il vostro comportamento di conseguenza.

La gaffe di George McFly che dice a Lorraine in Ritorno al Futuro “è il delfino che ci ha uniti”, sarà un ricordo del passato o appunto una comicità da produzione cinematografica.

Addirittura si ipotizza che gli algoritmi potrebbero potenzialmente alimentare la conversazione e dare consigli durante gli incontri dal vivo. Non è chiaro se agiranno direttamente nei nostri cervelli, oppure attraverso glasses intelligenti o semplicemente dall’interfaccia dello smartphone, ma difficilmente ci lasceranno soli.

Alcuni si sono spinti anche a ragionare in ottica predittiva. Una ricerca immagina che i “computer telepatici” potrebbero un giorno anche prevedere il comportamento di un partner prima che questo avvenga, studiando gli schemi di flusso sanguigno al cervello. Io ho qualche dubbio che un partner autorizzerà mai l’altro ad accedere ai suoi schemi di flusso sanguigno del cervello, però nella vita non si può mai sapere cosa sarà la normalità in futuro. 

Io penso che il gadget più utile allo scopo sarà più semplice. Ad esempio, le lenti a contatto intelligenti potrebbero tracciare il tipo di persone che si guarda più frequentemente quando il corpo produce i segni di attrazione, misurati dai livelli ormonali, dalla produzione di feromoni e così via. Basterà guardare dritti davanti a sé e qualche icona o qualche indicatore di tipo semaforico o con le percentuali, ci dirà se stiamo bene e se stiamo flirtando nella maniera giusta. Oppure, sempre per restare nel campo delle cose semplici, tatuaggi o cerotti che visualizzano le emozioni: essendo a contatto con la pelle, non dovrebbero avere problemi a raccogliere informazioni di natura ormonale.

E se pensate che la nostra storia sul futuro degli incontri e della seduzione finisca qui, c’è ancora un argomento del quale dovremmo parlare. Tutto quello che abbiamo detto finora, l’algoritmo di matching perfetto, la realtà virtuale a distanza, i glasses che aiutano gli impacciati… in realtà potrebbero essere perfettamente inutili se l’appuntamento fosse… con un robot. O un ologramma.

Ed anche qui la realtà probabilmente ha già iniziato a superare la vostra fantasia. La società giapponese Gatebox, ad esempio, vende Azuma Hikari. Si tratta di una intelligenza artificiale olografica, proiettata all’interno di un tubo cilindrico con sembianze femminili, che vuole essere una compagna. Un po’ assistente virtuale un po’ geisha, in una pubblicità, la vediamo svegliare il suo utente (maschio) con toni affettuosi e salutarlo quando torna a casa a fine giornata.

È un ologramma prodotto in serie, artificialmente intelligente, progettato per essere il partner perfetto. Impara dalle sue interazioni con il proprietario, e cambia la sua personalità per adattarsi ai suoi stati d’animo. 

Se avete visto il film del 2013 Lei / Her, sarete già familiari con un Joaquin Phoenix che praticamente recita al singolare una storia d’amore con un’intelligenza artificiale. Al netto del fatto che nella finzione cinematografica la voce femminile è di Scarlett Johansson, almeno nella versione in lingua originale, l’idea di costruire una relazione sentimentale con qualcosa che solo richiama la complessità dell’essere umano, ci è già stato raccontato. 

E sta iniziando ad accadere. Da un punto di vista sociale, l’accettazione di questi fenomeni sembra spinta dall’antropomorfismo e dalle leggi. Con il primo termine, si indica la tendenza a dare forma, contenuti e valori umani ad oggetti che non sono umani ed a volte non gli assomigliano per nulla. Dal bambino che da un nome al suo pupazzo preferito, all’appassionato che da un nick alla sua motocicletta, all’intera umanità che personalizza la terra chiamandola “Madre”, umanizzare gli oggetti è un processo che li avvicina a noi. Per quanto riguarda le leggi, vi ho raccontato che intelligenze artificiali già siedono come figure autonome nei board decisionali delle aziende con diritto di voto e stanno andando verso l’acquisizione di personalità giuridiche distinte da quelle dei loro creatori e delle aziende che le impiegano. Essere legalmente riconosciuti aprirà la strada ai diritti civili. Un’AI o un robot un giorno sposeranno una persona.

Altre aziende, invece hanno scopi meno romantici e sono ansiose di creare amanti robotici e partner sessuali, immaginando mercati nascenti e grandi praterie ancora inesplorate di clienti. Se il solo online dating vale 2,5 miliardi di dollari, se i siti spendono centinaia di milioni in pubblicità, se addirittura sono nati fondi di venture capital dedicati al solo sex-tech, sicuramente degli spazi ci sono. E si stanno già cominciando ad approfondire aspetti etici e problemi vari. Che aumentano pensando a bambole robotiche sex doll oppure robot umanoidi che cominciano ad assomigliare e ad agire seriamente come persone.

Alcuni critici infatti hanno espresso le loro preoccupazioni. Sostengono che le relazioni con i robot sarebbero false e illusorie: trucchi percettivi che ci vengono imposti da società commerciali. 

Sono anche preoccupati di come questi partner robotici rappresenteranno le persone reali, in particolare le donne, e delle conseguenze che il loro uso avrà per la società.

Gli psicologi delle relazioni hanno sottolineato che coloro che cercano e fanno appuntamenti online, hanno maggiori probabilità di considerare oggetti i potenziali partner, figuriamoci se la controparte fosse un robot, per di più pensato con finalità sessuali.

Azuma Hikari, la partner olografica, rappresenta un ideale sessista della casalinga domestica, e nel mondo delle bambole gonfiabili e dei prototipi di sexbot le cose sono ancora peggiori: vediamo un ideale “pornificato” della sessualità femminile rappresentato e rafforzato. Specialmente perché un robot sessuale sarà sostanzialmente sempre consenziente.

Anche in termini di relazioni e sentimenti i critici dicono che i robot non sceglieranno mai di amarti, ma saranno programmati per amarti, per servire gli interessi commerciali dei loro padroni aziendali.

Tradotto: il robot ha un’origine evolutiva diversa da quella di un amante umano, è programmato (e controllato) da altri, che potrebbero avere secondi fini. Non c’è ragione di pensare che si potrà  mai avviare una relazione significativa con una macchina.

Le prestazioni potrebbero essere straordinarie, ma non bastano a caratterizzare una relazione profonda, questo è il punto. I filosofi sottolineano la necessità di un impegno reciproco in ogni relazione significativa. Non è sufficiente che l’uomo senta una forte attrazione o anche un attaccamento emotivo al robot; tanto questi non saranno mai in grado di ricambiare in modo credibile.

Le, per ora deboli risposte a favore dei robot in questo dibattito, fanno invece notare che il valore delle relazioni risiede nei modelli comportamentali e funzionali rilevabili dei nostri partner, non in alcune verità metafisiche più profonde su di loro. Quindi se quella che ci interessa è la performance percepibile del partner, questo potrebbe valere anche per un robot.

Giusto? Sbagliato? Io dico solo che i tempi cambiano. Poche decine di anni fa separarsi non era possibile. L’omosessualità nelle sua varie forme era guardata solo con disprezzo. Lo stesso incontrarsi in una chat era spesso tenuto nascosto con un più prosaico “diremo che ci siamo conosciuti ad una festa”. Forse il futuro ci riserva qualcosa che non ci aspettiamo.

Alcune ricerche sono già andate ad indagare il fenomeno. Una ricerca sugli impatti dei cambiamenti sociali indotti dalla tecnologia, fatta in Inghilterra un paio di anni fa, ha rilevato che su 12.000 intervistati, più di un quarto dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha dichiarato di voler uscire con un robot. Attenzione non “che forse uscirebbe”, hanno detto che “vorrebbero uscire” con un robot. Come sempre, il futuro è già qui.

 

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