Il paradosso sul momento giusto di usare l’informazione

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Il paradosso sul momento giusto di usare l’informazione è un concetto abbastanza semplice. Se un’azienda aspetta fino a quando tutte le informazioni sono note, accurate e disponibili per avviare la propria pianificazione strategica, sarà sorpresa dalle crisi sempre più facilmente. Se invece prende in considerazione i segnali deboli, questi potrebbero non essere sufficientemente specifici per consentirle di pianificare.

Il concetto lo racconta bene un grafico di Coffman che parla di forza di un segnale. Quando è troppo debole, è appena percettibile. Lì si annidano i maggiori rischi, per esempio di prendere cantonate o sviluppare innovazioni che non servono a nessuno. Ma anche i potenziali maggiori benefici. Se davvero abbiamo colto qualcosa di unico e lo sappiamo sviluppare, potremmo davvero essere i primi sul mercato. Ricchi e felici.

Se invece decidiamo di attendere ancora, nel tempo il segnale potrebbe acquisire una tale forza da emergere dal rumore di fondo delle mille notizie ed eventi. E diventare mainstream. A quel punto comincia a diventare palese il potenziale che tale segnale portava in dote, e dove ci sono meno rischi, evidentemente ci sono anche minori ritorni. 

Insomma un cul de sac. Non sta scritto su nessun manuale quando un segnale debole entra in mainstream. Secondo Ansoff un’organizzazione non dovrebbe mai pianificare in funzione di un singolo segnale debole, dovrebbe attrezzarsi per raccoglierli (plurale), monitorarli e seguirne l’evoluzione nel tempo. Entreranno nella pianificazione strategica gradualmente.

Ma, forse il problema è proprio nel cercare di creare una relazione così stretta tra segnali deboli e pianificazione strategica. Il segnale debole serve come base di un processo che chiamiamo “environmental scanning”, la pianificazione arriva più tardi.

Per dirla con i termini di Mendoca, siamo ancora nell’understanding.

Se abbiamo troppa fretta di agire non andiamo da nessuna parte. Nel grafico qui sopra, forse la parola più importante inizialmente è “diversity of mindsets”. Quando si affronta il futuro, non dobbiamo ancorarci al classico modello azione-controllo-miglioramento. L’osservazione aperta, fluida, forse anche un po’ disincantata dei fenomeni è quello che serve. Porsi in posizione ricettiva verso le possibilità che il futuro, o meglio, i possibili futuri hanno da offrire. Come dice il Prof. Poli dobbiamo imparare a “danzare con l’incertezza”.


Per chi è alla continua ricerca dei segnali di futuro… il podcast The Future Of ve li racconta e vi ispira.

 

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