Puntata #46

Futuro, Startup, Fundraising & Venture Capital

Andare all'università e studiare nel 2040

Andare all’università e studiare nel 2040

Charles Wright Mills ha scritto “lo scopo dell’università, per il singolo studente, è di eliminare il bisogno dell’università nella sua vita; il compito è di aiutarlo a diventare un uomo che si istruisce da solo.” Non avrei saputo dirlo meglio.

Da non trascurare anche la considerazione di Paolo Pontoniere su L’Espresso, anche se è di molti anni fa: “la lista delle prime 20 persone più ricche del mondo è fatta quasi tutta di “dropout”, ex ragazzi buttati fuori dalla scuola superiore o dall’università.”

In questa puntata vi racconto come sarà andare all’università e studiare nel 2040.

La tecnologia sarà rilevante, ma non sarà l’elemento chiave, sarà solo un facilitatore. Ogni anno abbiamo nel mondo oltre 200 (duecento) milioni di studenti universitari e la domanda chiave è qual’è il ruolo dell’università verso di loro. Li deve formare come individui, li deve preparare a risolvere i problemi della società e del mondo o li deve predisporre all’imprenditoria? O ovviamente un mix di queste cose? E, se si, con quale bilanciamento.

Sciolto questo nodo potremo capire quali approcci all studio saranno più funzionali agli obiettivi. L’idea dell’insegnamento frontale, con il trasferimento delle conoscenze dall’alto verso il basso, e delle università organizzate in silos disciplinari, probabilmente andranno a cadere. Interazione, lavoro di gruppo, creatività, multidisciplinarietà diventeranno le parole d’ordine.

Le tecnologie seguiranno di conseguenza. Non c’è dubbio che digitalizzazione, intelligenza artificiale e big data avranno un ruolo crescente di ausilio a studenti e docenti, più qualche altra chicca tecnologica che ho pensato per voi e che potete scoprire tra qualche istante.

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L’aria era cristallina il mattino. L’azzurro entrava dai grandi vetri del pulmino senza guidatore che procedeva regolare nella sua corsia. John Clever, seduto in fondo, si godeva il breve tragitto, mescolato alla moltitudine di studenti che andavano all’università. Alcuni ancora addormentati, alcuni eccitati, stava per iniziare una nuova giornata. 

Per lui memorabile. Era stato chiamato a tenere una lezione sulla sua esperienza di imprenditore ed innovatore. Per la prima volta entrava nella sua università per sedersi dietro la cattedra e non sui banchi.

Il chiostro non era cambiato per nulla, le colonne, il verde brillante del prato, il va e vieni di figure indaffarate. A parte il fatto, che alcuni schermi giganteschi appesi alle pareti restituivano le immagini live di atenei gemellati in giro per il mondo. Dal cuore di Milano si poteva vedere la scalinata d’ingresso dell’università di Hong Kong animata di ragazzi, il giardino interno del campus di Houston ancora immerso nelle tenebre ed una meravigliosa immagine di Parigi dove sullo sfondo si scorgeva persino la Tour Eiffel.

Clever entrò in aula magna con il suo consueto piglio deciso. Indossava, come sempre, i fidati smart glasses e gli auricolari che gli permettevano di interagire con la sua assistente digitale, Meggie. Un po’ gli tremavano le gambe, il grande spazio non era per niente come se lo ricordava ai tempi della sua laurea. Non c’era più la cattedra frontale dalla quale illustri menti avevano sparso competenze e sermoni verso gli studenti. Un breve corridoio conduceva al centro di quella che sembrava più un arena dei tori, con gli spalti leggermente sopraelevati. Era gremita e rumorosa, poi il pubblico lo notò entrare, sembrò trattenere per un attimo il respiro e fece partire un fragoroso applauso prima ancora che Clever avesse raggiunto il centro, dove torreggiava l’amico professore che l’aveva invitato.

Ma l’occhio di Clever cadde non certo senza una certa sorpresa su alcuni elementi che inizialmente non aveva colto. Il primo era un gigantesco schermo. Sul suo sfondo nero era impresso un numero: 2104 (duemilacentoquattro). Erano i presenti. Clever capì al volo che per quanto grande fosse l’aula, la sua capienza non poteva raggiungere quella dimensione. Un grande numero di studenti avrebbe partecipato all’incontro da remoto. Per alcuni passi, Clever si immaginò persone sedute in un ranch nel centro dell’Australia o in una scuola capanna da qualche parte in Africa con gli occhi puntati su di lui.

Passato quell’istante di quasi vanità, si focalizzò sulla figura umana vicino al professore. Il suo leggero alone azzurrino non lasciava trasparire alcun dubbio. Anche se perfettamente proiettato nell’ambiente ed in scala con la realtà, era un ologramma. Era una famosa professoressa giapponese che aveva fatto dell’innovazione la sua missione. Praticamente una specie di leggenda che aveva coniato alcuni concetti di fast e reactive innovation, ai quali praticamente si ispiravano la maggior parte dei giovani imprenditori. Clever se la immaginò in piedi nel suo salotto, in una microscopica casa di Tokyo, mentre veniva proiettata a Milano avvolta in un signorile tailleur blu che slanciava la figura non particolarmente alta.

Dopo i convenevoli del caso con i presenti, ovviamente tradotti in real time in italiano da Meggie, Clever si andò a sedere in un banco in prima fila. Questo se lo aspettava ed era perfettamente programmato, anche se diverso da quello che accadeva ai suoi tempi. La cosiddetta classe rovesciata. Al centro dell’arena era infatti, sceso un gruppo di brillanti ragazzi a raccontare il loro business case. Raccogliendo ormai con facilità le informazioni sul web e potendo confrontarsi con professionisti del mondo aziendale con maggiore facilità di prima, le lezioni iniziavano con gruppi di ragazzi che presentavano i loro progetti.

Clever sarebbe intervenuto solo dopo per commentare, far ragionare il gruppo su alcuni punti deboli e favorire il problem solving. Condividendo la sua esperienza umana.

Mentre i ragazzi parlavano, Clever riuscì a far vagare lo sguardo sulla numerosa platea tutta attorno a lui. Lo colpì sicuramente la varietà di etnie, colori della pelle e look. Ma anche le diverse età dei presenti. Si aspettava un’audience di ragazzi poco più che ventenni, ed invece molti erano maturi impiegati in giacca e cravatta, ai quali si affiancavano anche diversi senior dai capelli bianchi. Ci avrebbe ragionato meglio più tardi, ma le cose erano un po’ diverse dalle sua aspettative originarie.

Il tempo di mettere da parte questi pensieri e si ritrovò in mezzo al cerchio a sorridere al pubblico, mentre cercava di concentrarsi. Meggie mise subito i suoi smart glass in modalità “public speaking” e cominciò a registrare il livello di attenzione della platea, il tono di voce di Clever ed una serie di altri parametri ambientali e dello speaker, per potergli dare i migliori suggerimenti del caso. Quando la presentazione di Clever si materializzò in tre dimensioni nell’aria davanti a lui, muovendosi e roteando, comandata dai gesti delle sue mani, l’attenzione raggiunse un picco. Tutte le volte che il pubblico sembrava disingaggiarsi, Meggie suggeriva a Clever di alzare leggermente il tono della voce e di indirizzarsi verso le figure del pubblico che Meggie gli colorava di rosso. Da bravo speaker alternava la voce, il gesticolare, le immagini nella presentazione, le domande… andando a mirare gli astanti uno per uno, in una cavalcata selvaggia di un buon quarto d’ora che terminò in un sonoro applauso.

Seguì una conversazione tra lui, il professore, la collega giapponese in ologramma ed il pubblico. Quando però arrivò una domanda da uno studente collegato da Buenos Aires invece che dall’aula fisica, Clever si sentì leggermente sperso. Amava guardare negli occhi l’interlocutore ed avvicinarsi a lui, ma in questa situazione si sentì letteralmente risucchiare nel vuoto. Da navigato narratore, invece di nascondere il suo imbarazzo, lo rese pubblico, così gli spiegarono che anche questo ostacolo poteva essere superato.

Lo studente, dall’altra parte del mondo, autorizzò la condivisione del suo corpo fisico e su un banco vuoto dell’aula comparve l’immagine di una figura maschile, appollaiata su un divano. Clever prese posto a fianco e i due poterono parlarsi con facilità, nonostante fossero a oltre 11.000 (undicimila) km di distanza.

Un’esperienza che Clever avrebbe ricordato a lungo e probabilmente quella sera si sarebbe anche riguardato in video i contenuti di quella lezione, qualcosa che in quel momento qualche algoritmo stava già archiviando nel cloud, pronto a consigliarla al prossimo studente interessato all’argomento o che semplicemente matchava con qualche parola chiave. 

***

L’Unesco ci racconta che oggi le Università di tutto il mondo stanno accogliendo oltre 200 (duecento) milioni di studenti. Un numero pressoché doppio rispetto al solo anno 2000. Nel 2025, si stima salirà ancora tra i 250 (duecentocinquanta) ed i 300 (trecento) milioni ogni anno.

Ma se la fotografia rende già l’idea di numeri enormi su scala globale, l’evoluzione geografica del fenomeno ci racconta una storia ancora più ricca.

I tassi di partecipazione all’istruzione superiore continueranno ad aumentare, in particolare nei Paesi emergenti e in via di sviluppo. 

La Cina e l’India hanno attualmente una domanda di istruzione universitaria non soddisfatta di circa 30 milioni di giovani ciascuno, sufficiente a mantenere in vita l’industria dell’istruzione internazionale ancora per alcuni anni. Una volta raggiunta tale capacità, la mobilità internazionale degli studenti potrebbe invertire l’attuale tendenza.

Entro il 2040, la maggior parte dei paesi avrà un tasso di partecipazione all’istruzione che supererà il 60%, il che significa che la domanda di istruzione superiore interna, non soddisfatta in precedenza, sarà soddisfatta per paesi come la Cina, l’India, il Brasile e l’Indonesia. 

Per le università questo termine potrebbe essere anche anticipato al 2025. In quel momento i mercati occidentali che beneficiano di grandi volumi di studenti stranieri in ingresso, rallenterà aprendo a nuove sfide per la sopravvivenza delle università stesse. La Cina diventerà un importatore netto di studenti, il contrario rispetto ad oggi.

Secondo i dati dell’UNESCO nel 2000, il 25% degli studenti internazionali mobili dell’istruzione universitaria in tutto il mondo proveniva dall’Asia orientale e dal Pacifico; la percentuale era già salita al 33% nel 2012. Verso il 2040, la percentuale di studenti in mobilità internazionale provenienti dall’Asia salirà ancora, potrebbe essere compresa tra il 43% e il 47%, ma a quel punto saranno forti anche i flussi in senso contrario: studenti occidentali, africani e provenienti da Paesi emergenti fra 20 anni, andranno a studiare in Cina (e probabilmente anche in India).

Ma se non è particolarmente difficile stimare flussi e direzione dei trend, quando si parla di università però è il caso di andare all’origine, alle domande fondamentali. 

La funzione principale dell’università del futuro, infatti, è incerta. A cosa deve servire l’università? Gli esperti immaginano tre possibili direzioni di sviluppo, interconnesse tra loro. L’università 1) si concentrerà sullo sviluppo dei talenti 2) si concentrerà sulla ricerca applicata per l’imprenditorialità o 3) si concentrerà sulla ricerca fondamentale per affrontare le sfide sociali. 

Il modo in cui rispondiamo a questo quesito darà forma all’università del futuro. La direzione che il mondo sta prendendo, guiderà la risposta. Le università stanno abbandonando l’idea di essere istituzioni che si limitano a convalidare la conoscenza e a riconoscere la capacità di un individuo di svolgere determinati compiti, solo attraverso i titoli di studio. Questa posizione è certamente obsoleta, appartenendo più ad un’economia industriale, prevedibile e stabile.

La trasmissione verticale delle informazioni e l’obbligo di memorizzare i dati dovrebbero essere eliminati definitivamente; dovrebbero invece essere creati spazi per l’apprendimento individuale e collettivo per la risoluzione dei problemi. In questo contesto, solo una parte piuttosto piccola del processo avrà luogo nelle aule, poiché la parte più grande risulterà dall’interazione con le imprese, i governi e la società nel suo complesso.

Senza dubbio, una società guidata dalla conoscenza scientifica, dalla sua trasformazione in sviluppi tecnologici e, inoltre, in innovazione all’interno delle strutture economiche, istituzionali e sociali, richiede centri educativi più solidi, intelligenti ed efficienti.

La rilevanza delle università sarà valutata per quanto riguarda la loro comprovata capacità non solo di produrre conoscenza e apprendimento, ma anche di avere un’influenza nelle trasformazioni più necessarie per la società.

Non abbiamo ad oggi una misura chiara di quanto pesi questo fenomeno, ma qualche indizio lo possiamo trovare nel legame tra università e mondo startup, che è uno di quei contesti che vuole avere un impatto visibile sulla società.

I dati indicano che un numero maggiore di imprenditori in età universitaria sta avviando imprese. Nel 2011, secondo l’Associazione delle Business School, il 16% dei laureati ha avviato un’impresa dopo la laurea, rispetto al 5% dei primi anni Novanta. Se guardassimo questo numero oggi, non dispongo dei dati, è abbastanza ragionevole pensare che sia cresciuto ancora. E quindi indicativamente uno studente su cinque esce dall’università e fonda un’impresa che vuole contribuire a trasformare la società per il meglio.

In sintesi, tornando ai contenuti, più focus su imprenditorialità, innovazione e problem solving. E questo cambierà in maniera sostanziale anche il rapporto tra università ed aziende.

Le aziende a volte collaborano nel processo educativo, a volta addirittura si sostituiscono. Possiamo immaginare percorsi secondo i quali, alcuni studenti lavoratori talenti andranno a formarsi direttamente in azienda.

Alcune grandi multinazionali come EY nel Regno Unito stanno sperimentando di non richiedere più la laurea come prerequisito per l’assunzione, affermando di non vedere alcun legame tra successo universitario e risultati professionali.

Il cambiamento di focus sui contenuti, poi, influirà sicuramente anche sulle modalità di erogazione della conoscenza. Il megatrend della personalizzazione porterà a realizzare percorsi di studio più modulari e personalizzati. 

Formando partnership con i fornitori di edtech, le università possono utilizzare la tecnologia per sperimentare modi più intelligenti di rispondere a questa esigenza, offrendo esperienze scalabili ma personalizzate.

Si parla spesso di nuovi meccanismi basati sui crediti o micro-credenzialità. Corsi organizzati per micro-credenziali forniranno un insieme di competenze o conoscenze all’interno di un determinato campo disciplinare che è più orientato ai risultati rispetto a una laurea o un diploma tradizionale.

Si immaginano corsi composti da insiemi di argomenti di approfondimento che, un po’ come i blocchi del Lego, consentono di personalizzare i percorsi di studio attorno ad alcuni argomenti portanti.

Se accoppiamo il tema della personalizzazione, con quello dell’utilizzo dei bigdata, possiamo invece immaginare che i percorsi di studio verranno ottimizzati direttamente da algoritmi. Ogni studente probabilmente avrà le sue modalità di studio, i suoi ritmi di apprendimento, di interazione con gli altri, una precisa capacità di partecipare attivamente ai progetti. La raccolta dei dati e la nascita dell’io-algoritmico far si che le piattaforme di studio, alla lunga, conosceranno gli studenti meglio di se stessi e anche dei professori. E quindi saranno gli algoritmi a scandire contenuti e tempi della vita universitaria, in collaborazione con i professori.

Con un’esperienza di apprendimento personalizzata, ogni studente godrebbe di un approccio educativo completamente unico e personalizzato in base alle sue capacità e alle sue esigenze individuali.

I sistemi di apprendimento basati sull’intelligenza artificiale sarebbero in grado di fornire ai professori informazioni utili sugli stili di apprendimento, le capacità e i progressi dei loro studenti e di fornire suggerimenti su come personalizzare i loro metodi di insegnamento in base alle esigenze individuali degli studenti. Per esempio, alcuni studenti potrebbero avere difficoltà di apprendimento che richiedono un’attenzione extra o un tutoraggio per stare al passo con gli altri. Altri, invece, potrebbero avanzare così rapidamente che non hanno difficoltà intellettuali e trarrebbero vantaggio da materiali di studio o compiti aggiuntivi.

Recentemente, l’Università di Murcia in Spagna ha iniziato a testare un chatbot dotato di intelligenza artificiale per rispondere alle domande degli studenti sul campus e sulle aree di studio. Quando questo chatbot è stato lanciato, gli amministratori della scuola sono rimasti sorpresi nello scoprire che era in grado di rispondere a più di 38.000 domande, rispondendo correttamente in più del 91% dei casi. Non solo questo chatbot è stato in grado di fornire risposte immediate agli studenti al di fuori del normale orario d’ufficio, ma i funzionari dell’università hanno anche scoperto che ha aumentato la motivazione degli studenti stessi.

E questo influirà anche sul ruolo dei docenti. La maggior parte delle grandi università ancora oggi è strutturata attorno a silos di conoscenze disciplinari. Se l’università deve diventare un luogo in cui vengono incubate prospettive di ricerca critiche e soluzioni ai problemi del mondo reale, andrà privilegiata la distruzione di tali silos.

Le lezioni o i progetti, per esempio, avrebbe più senso che venissero condotti da team di professori con competenze diverse, piuttosto che da singoli. Se questi singoli saranno dislocati in luoghi diversi, aumenteranno i corsi erogati in parte da remoto con insegnanti diversi. Spesso si sente usare la terminologia blended-learning. L’idea di ricorrere ad ologrammi per collegare docenti dislocati fisicamente in luoghi diversi è una possibile evoluzione dell’online, ma certamente non è fondamentale.

Possiamo anche aspettarci che le stesse università andranno ad acquistare esternamente tempi e contenuti di professionisti capaci di erogare tali “crediti”, mescolando contenuti prodotti internamente ed altri magari più specialistici acquistati fuori.

In compenso, a fronte di questa maggiore complessità per i docenti, compariranno degli ausili per svolgere meglio la propria attività. La digitalizzazione e la capacità di monitoraggio insita nelle modalità partecipative elettroniche, consentirà di seguire meglio i progressi dei loro ragazzi. Anche il sistema di eye-tracking e misurazione del coinvolgimento in aula, per la componente di docenza che resterà frontale, sono di facile realizzazione e verranno mutuati dalle stesse tecnologie che oggi consentono ai veicoli di accorgersi se il guidatore si sta addormentando. 

Di riflesso, possiamo aspettarci cambiamenti profondi anche nel modo di studiare. Gli studenti saranno chiamati a formare gruppi a background misto, in cui la gamma di conoscenze e competenze richieste è determinata dalla natura del problema che stanno affrontando. L’uso di Internet evolverà ben oltre la mera funzione di deposito di informazioni, e spingerà verso un’arena di apprendimento genuina, interattiva e generatrice di conoscenza.

Uno degli esempi, descritto nella storia di Clever, è quello della “classe capovolta“. Il concetto si basa sull’insegnamento da parte di gruppi di docenti e sull’apprendimento in classe da parte di gruppi di studenti: spesso gli studenti imparano prima da casa da soli, familiarizzando con nuove teorie e concetti attraverso la lettura e l’utilizzo di risorse web. Gli insegnanti sviluppano opportunità di coinvolgimento esperienziale in classe, di solito attività pratiche per gli studenti per applicare le loro nuove conoscenze alla pratica sui problemi assegnati. L’apprendimento è concepito come la creazione di conoscenza attivabile, da soli o in gruppo, in gran parte ottenuta coinvolgendo gli studenti in attività di problem-solving applicate. I progetti vengono poi presentati e discussi in classe. Gli insegnanti possono così offrire una guida e un’interazione più personalizzata con gli studenti, invece di limitarsi a tenere una lezione.

Quindi possiamo aspettarci che anche il sistema di rating delle performance cambi. Oggi è basato su un voto di esame, domani probabilmente sarà integrato con il numero e la qualità dei progetti svolti, le competition alle quali i ragazzi potranno partecipare e sicuramente alle eventuali esperienze lavorative fatte durante il percorso di studi.

Infine, una considerazione semplice: se il futuro del lavoro è globale, quello dell’università seguirà. L’accreditamento e il riconoscimento delle qualifiche saranno standardizzati e probabilmente omogeneizzati tra i paesi con accordi di scambio di servizi.

Anche perché le università che non saranno capaci di creare network globali, cooperando con atenei e centri di sapere dislocati altrove nel mondo, rischiano di uscire dal mercato.

Ci si aspetta che le università che sapranno tenere il passo del cambiamento, diventeranno sempre più grandi e non solo perché immerse in mega-cities sempre vaste, ma perché parte di un learning network sempre più articolato composto da singoli hub locali. 

E’ già in corso un fenomeno di acquisto di interi poli universitari da parte di operatori privati, spesso stranieri. L’aumento della privatizzazione delle università è un tema ampiamente dibattuto, sul quale c’è un generale consensus circa il rischio che aumenti il social divide: maggiore qualità, ma anche costi che potrebbero lasciare fuori dall’educazione un esercito di studenti meritevoli, ma senza abbastanza risorse economiche o senza la possibilità di indebitarsi per accedere al sistema. 

Insomma, se dovessi concludere questo ragionamento sul futuro dello studio universitario, direi che la cosa più importante sarà capire il vero ruolo dell’università. Sembra che stiamo andando sempre di più verso l’idea di università come centri di incubazione di idee e soluzioni più o meno scientifiche a supporto del mondo reale. La tecnologia disponibile, l’intelligenza artificiale, i bigdata e la digitalizzazione stanno sicuramente aiutando in questa direzione. Ma non è questo il tema fondamentale. 

Io non vorrei sembrare retrogrado in questo, ma la cosa mi fa una certa paura. L’università a mio avviso dovrebbe essere al servizio della persona, del suo sviluppo. Cosa decide di fare poi la persona al servizio di società, aziende e mondo economico, è qualcosa che viene dopo. Ho un certo timore che, con la scusa di voler risolvere i problemi della società, il mondo della conoscenza si metterà al servizio delle imprese e delle istituzioni, mettendo in secondo piano l’obiettivo di formare in modo organico gli individui. Qui però mi fermo perché  non voglio sconfinare in altri campi o fare la morale, spero di avervi dato degli spunti di riflessione e se li volete condividere con me ovviamente è sempre un grandissimo piacere.

 

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