Puntata #47

Futuro, Startup, Fundraising & Venture Capital

L'abbigliamento del futuro, come ci vestiremo nel 2040

L’abbigliamento del futuro, come ci vestiremo nel 2040

In questa puntata esploro i semi di futuro del mondo dell’abbigliamento e della moda del 2040.
Non ci vestiremo in maniera bizzarra come nei film di fantascienza, ma di sicuro evoluzioni tecnologiche come stampa 3D, nanotecnologie, sensori per la raccolta di dati e biomateriali spingeranno verso soluzioni innovative. A volte davvero sorprendenti.
Senza mai dimenticare comunque il ruolo fondamentale della creatività umana, in un settore dove arte e tecnologia si incontrano ogni giorno. Anche in futuro!

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Vestirsi è un bisogno primario, al quale però nel corso della storia abbiamo assegnato una vasta gamma di valori diversi. L’uomo è l’unico essere vivente che si veste, ma non è un esercizio legato al semplice proteggersi dall’ambiente circostante: l’abbigliamento si è caricato nel tempo di significati culturali e sociali, aspetti estetici, di status, di appartenenza a classi o gruppi specifici.

E’ un argomento troppo importante per non provare a gettare lo sguardo su come ci vestiremo tra 20 anni. Il focus di questa puntata sarà proprio sulla “fruizione” del concetto di abito, visto che la tecnologia non cambierà solo materiali, colori e forme dei vestiti, ma anche modalità e luoghi di acquisto e di produzione.

E con questi cambiamenti evidentemente muteranno anche le dinamiche di interi settori economici. In Italia ogni anno si spendono circa 20 miliardi di Euro per l’abbigliamento, con una prevalenza della spesa femminile. Qualcuno ha anche fatto una stima di quanto spendiamo in media individualmente nella nostra vita in vestiti ed accessori. Le donne la bellezza di 94.000 Euro e gli uomini appena 38.000. Ma se gli uomini acquistano in prevalenza camicie e scarpe, le donne si concentrano nell’ordine su borse, scarpe ed abiti. E la cosa triste è che ognuno di noi ha nell’armadio capi inutilizzati per un valore di alcune centinaia di Euro.

Se già questi numeri sono interessanti, forse sono ancora più illuminanti le dinamiche di acquisto. Due volte su tre acquistiamo davvero in base alle necessità, mentre il resto avviene come acquisto d’impulso o durante i saldi, per convenienza economica.

Ecco allora che si affacciano sulla scena due interessanti trend che potrebbero cambiare alcune di queste logiche di fondo.

Secondo un recente rapporto condiviso alla terza tavola rotonda internazionale della Camera Nazionale della Moda Italiana sulla sostenibilità a Milano, i buyer di negozi come Barneys and Saks negli Stati Uniti e Printemps in Francia prevedono di quasi raddoppiare la loro spesa totale per prodotti sostenibili nei prossimi cinque anni, passando dal 23% al 40%.

Lato consumatore, le parole d’ordine che stanno prendendo piede sono: seconda mano, slow & fair fashion, vegan, cotone biologico, scambio e noleggio di capi d’abbigliamento, minimalismo, produzione locale e materiali riciclati. Lato produttori ovviamente si parla di impatto ambientale zero, visto che si stima che il mondo della moda contribuisca per ben il 10% delle emissioni di gas serra nell’ambiente.

Ma non è tutto. L’anno scorso il rivenditore norvegese Carlings, per esempio, ha lanciato una collezione interamente digitale per combattere il fenomeno “dell’indossa una volta, fai un selfie e butta via”, tipico del fast fashion frenetico che ha preso piede anche a causa del fenomeno dell’influencing online. In pratica gli abiti venivano realizzati solo in versione digitale, adattati sul corpo dell’utente grazie ad un software che consentiva di farsi un selfie fittizio, postarlo sui social come se il vestito fosse stato effettivamente indossato e finirla li, senza produzione, sprechi ed oggetti che poi finiscono regolarmente nell’armadio ad ammuffire. Per appena 9 Euro. E’ un fenomeno che ho catalogato con il nome di “purely digital fashion” e risolve in parte il tema del monouso acquistato d’impulso.

L’idea di usare le piattaforme digitali e la realtà aumentata per provare i vestiti prima di comprarli non è certamente una novità. La fiction ne ha parlato da tempo. Se avete mai visto il classico film degli anni ’90 Clueless, vi ricorderete di Cher che usa il suo computer per scegliere cosa indossare per la giornata. Una versione leggermente più sofisticata potrebbe presto essere disponibile. Amazon, per esempio, ha brevettato uno specchio che potrebbe permettere alle persone di sovrapporre abiti virtuali su se stessi, così come di cambiare gli sfondi in modo da poter abbinare il vestito a qualsiasi ambiente. Questo potrebbe essere un modo per provare i vestiti anche in futuro, eliminando uno dei problemi tipici dell’acquisto online.

Ma se questo rende più vivo il processo di acquisto, alcune soluzioni di realtà aumentata promettono di andare un passo oltre. Utilizzando occhiali AR che sovrappongono le immagini digitali al mondo reale, potremmo persino condividere l’abbigliamento che vogliamo sia visto dagli altri, indipendentemente da quello che indossiamo davvero. Insomma l’idea è quella di presentarci agli altri in modo diverso a tutti coloro che ci circondano. Tradotto, potrei vestire un banale jeans ed una comoda maglietta bianca qualsiasi, ed apparire ai miei interlocutori perfettamente elegante in un abito grigio da lavoro, camicia e cravatta.

Io francamente non penso che questa tecnologia si diffonderà attraverso gli occhiali. Anche perché chiunque non li indossasse o non utilizzasse quella specifica applicazione, mi vedrebbe esattamente come sono. Al contrario, però, potrebbe essere una feature dei sistemi di videoconferenza o videochiamata. Sarebbe il mio dispositivo a forzare l’immagine che gli altri vedono di me, e quindi con buona pace degli smartworkers, sareste perfettamente presentabili in call al vostro capo o ai clienti, mentre state comodamente seduti in pigiama sul divano del soggiorno. 

Ovviamente non sarebbe solo un vezzo o una comodità, ma creerebbe letteralmente un nuovo mercato. Quello dell’abbigliamento digitale da sovrapporre alla persona fisica. Non avrei bisogno di possedere una bella camicia reale di Brooks & Brothers, mi basterebbe acquistarne una digitale per pochi euro. Oppure abbonarmi ad un servizio online che mi permette di cambiare il colore ed il design della camicia virtuale che voglio indossare, a seconda della situazione.

Questo tema della digitalizzazione dell’abbigliamento, in realtà, si collega al tema più generale dei modelli di consumo. La proprietà delle cose non è più l’obiettivo finale, già in molti campi. Affidiamo le nostre scelte musicali e cinematografiche ai servizi di abbonamento digitale, e vedremo una tendenza simile con l’abbigliamento, potenziato dall’intelligenza artificiale. La gente si abbonerà a servizi centrali di moda, e prenderà in prestito, digitale o reale, i vestiti a breve termine in base alle proprie esigenze e ai cambiamenti dello stile di vita, riducendo le masse di vestiti non utilizzati nell’armadio.

Quello degli abiti a noleggio è un settore già in grande espansione. Secondo Allied Market Research cuba già due miliardi di dollari di valore nel 2019, ed in crescita del 10% annuo. Una formula mutuata da altri settori, ma in grado di cambiare per sempre anche la moda, specialmente negli Stati Uniti dove si concentra il 40 per cento del business mondiale.

Ed anche in Italia abbiamo esempi di startup eccellenti che stanno andando in questa direzione. La milanese Dress You Can, che viene definita una sorta di Airbnb della moda è un caso notevole da andare ad approfondire.

Quello che sto aggiungendo io come concetto è che nel tempo, al rental fisico si potrebbe affiancare anche quello digitale, nei casi e nelle situazioni che ho descritto poc’anzi.

In attesa che si materializzino questi scenari, stanno però accadendo molte altre cose nel campo dell’abbigliamento: stampa 3D e materiali smart, sono i prossimi fenomeni di cui vi parlerò fra un istante.

Una diffusa linea di pensiero ritiene che i consumatori presto o tardi acquisteranno stampanti 3D per stamparsi in casa l’abbigliamento preferito, in base a design realizzati e venduti dagli stilisti, dai produttori o addirittura nati dalla collaborazione tra utenti.

Il megatrend della personalizzazione colpisce ancora, ma io ritengo più prudente andare per gradi. Mi aspetto che i produttori saranno i primi ad utilizzare la stampa 3D per le loro manifatture di abiti, questo si. Le tecnologie di stampa 3D oggi, sono abbastanza avanzate per produrre facilmente suole di scarpe e gioielli, ma è ancora un processo relativamente impegnativo produrre un abito o di una giacca.

I capi d’abbigliamento rappresentano una delle maggiori sfide che i designer devono superare. Nella maggior parte dei casi, la stampa 3D viene utilizzata per la produzione di parti non flessibili. Oggi, il grosso dei capi stampati in 3D sono tipicamente costruiti con sistemi a rete, che vengono stampati individualmente e successivamente assemblati.

Uno degli esempi più noti e che potete trovare facilmente in rete è l’abito chiamato The Pangolin. Stampato con un elastomero potenziato con nanotecnologie, che conferisce all’abito flessibilità e durabilità, è un bellissimo oggetto che però ha richiesto 10 stampanti, 500 ore di produzione, più l’assemblaggio visto che dopo la stampa, tutte le parti concatenabili sono state collegate insieme per formare il vestito.

Si può saltare questa complessità e demandarla direttamente al consumatore finale? Io dubito. Da una parte, la stampa 3D sta diventando sempre più economica e probabilmente acquistare una di questa stampanti per uso domestico non è certo un’utopia, ma dall’altra ipotizzare che la gente voglia stamparsi i propri abiti non è per nulla immediato.

Se tutto quello che possono ottenere sono pezzi “semplici”, non particolarmente elaborati, come potrebbero essere delle calze, degli slip, un reggiseno o una maglietta… francamente il conto dei costi e benefici non torna. Probabilmente le persone continueranno ad andare in negozio, spenderanno importi ridotti per capi o accessori che sono quasi delle commodity e non si imbarcheranno nella fatica di realizzarli da soli con una tecnologia che conoscono poco e che non è ancora user-friendly. Infatti non basta avere la stampante, bisogna avere anche i materiali, i tessuti e riuscire a stamparli senza errori, blocchi o inceppamenti.

E’ vero però che al 2040 manca ancora un ventennio, quindi di sicuro possiamo aspettarci evoluzioni in questo campo. Intanto l’altra grande tendenza in corso è la diffusione dei cosiddetti smart materials. Cioè materiali fatti da sostanze naturali o artificiali, che conferiscono al capo di abbigliamento delle caratteristiche che in passato non esistevano.

Per esempio tessuti autopulenti. Immaginate di non dover lavare i vostri vestiti, soprattutto quelli che si lavano raramente, come cappotti e giacche. Anche se potrebbe sembrare un sogno, è qualcosa che potrebbe accadere prima di quanto pensiate. Un esperimento in Australia ha cercato un modo per pulire il tessuto quando è esposto alla luce del sole, ed è stato creato un tessuto che utilizza speciali nanostrutture che degradano la materia organica quando sono esposte al sole. In attesa che i ricercatori trovino un modo per produrre queste strutture su scala industriale, appuntiamoci che presto potrebbe non essere più necessario fare il bucato.

Ma gli esempi si moltiplicano. Il cambiamento del colore è un’altra frontiera. The Unseen, un’azienda londinese di tecnologia e design, sta già sperimentando in questo campo, creando abiti che possono cambiare colore tramite app. La maglietta bianca si sporca? Facciamola diventare grigia. Un’amica indossa una maglietta uguale alla vostra? Cambiate disegno e rendetevi di nuovo uniche e diverse.

I ricercatori dell’Università della Florida stanno portando i capi indossabili al next level, come si suol dire, con un nuovo tessuto che cambia colore e che chiamano ChroMorphous.

La tecnologia è letteralmente embedded nel tessuto, con trame che incorporano micro-fili e pigmenti che cambiano colore. Controllato da un’applicazione, questo tessuto alimentato a batteria cambia fisicamente colore quando viene acceso. 

Oppure addirittura potete lasciare che sia il vostro umore o la vostra temperatura corporea a guidare la colorazione di quello che indossate. E’ da un decennio che la Philips si è cimentata in questo campo. Il Bubelle Dress è composto da due strati, lo strato interno contiene sensori biometrici che raccolgono le emozioni di una persona e le proiettano a colori sul secondo strato, il tessuto esterno. Emozioni come lo stress, l’eccitazione o la paura influenzano la temperatura corporea e i livelli di sudore, e questi generano la luce che cambia il disegno e il colore del vestito.

Insomma potreste vestirvi di verde perché siete rilassati e vedere il vostro abito cambiare e diventare di un rosso acceso, se state perdendo la pazienza.

Affascinante, ma personalmente non ne ho ancora capito né il motivo né l’utilità. Trovo decisamente più interessanti le sperimentazioni verso abiti che si adattano automaticamente all’ambiente, mantenendo la giusta temperatura. E non intendo materiali che nativamente mantengono freschi gli sportivi o caldi gli sciatori, in modo statico, bensì materiali che cambiano in corsa le loro proprietà adattandosi alla situazione di contorno.

E’ dell’anno scorso la notizia che alcuni scienziati del Maryland, negli USA, hanno sviluppato il primo tessuto capace di cambiare automaticamente le sua proprietà, per intrappolare o rilasciare il calore a seconda delle condizioni. E’ un sintetico fatto di nanotubi di carbonio che rilasciano calore in condizioni di caldo umido e lo intrappolano quando fuori è fresco ed asciutto. Il filo di base per questo nuovo tessuto è creato con fibre composte da due diversi materiali sintetici: uno assorbe l’acqua e l’altro la respinge. Interagendo con la pelle umana e con il sudore, di fatto si comporta come un radiatore, un vero e proprio regolatore bidirezionale.

Non ho idea di quanto possa costare una giacca fatta di nanotubi di carbonio, ma almeno in questo caso l’aspetto funzionale è evidente. Mi immagino che domani, un abito simile, possa anche dialogare a distanza con il vostro sistema di smart home e farvi trovare la temperatura dell’appartamento perfetta, per quando toglierete la giacca.

In ogni caso, senza andare tanto lontano dal punto di vista tecnologico, una tendenza in forte evoluzione è quella dei biomateriali. Gli esempi sono tanti e l’impatto sull’ambiente abbastanza chiaro: evitare filamenti provenienti da derivati di combustibili fossili e quindi scarsamente o per nulla biodegradabili.

La startup Bolt Threads ha collaborato con la famosa designer Stella McCartney per portare sul mercato il micelio e la seta di ragno sintetica. La società newyorkese Algiknit, sta creando filati degradabili a partire dal kelp, che è un alga. Il kelp è un organismo che si ricostituisce rapidamente e che cresce dieci volte più velocemente del bambù, per esempio, e assorbe CO2 più velocemente delle piante terrestri. Quindi doppia utilità, sia sull’ambiente che sull’abbigliamento.

Pinatex invece è una fibra basata sugli scarti della raccolta dell’ananas. E se pensate che sia uno scherzo, forse potreste averne qualche capo nell’armadio visto che è stata usata in una collezione di H&M ed in un’altra dal taglio “vegano” da parte, niente popo di meno, che di Hugo Boss.

L’italianissima Orangefiber, come dice il nome, si approvvigiona a partire dagli agrumi e persino un blasonato operatore di alta fascia come Ferragamo, ha usato tessuti derivati dal limone all’interno di una sua collezione.

Natural Coatings, invece, sviluppa biopigmenti sostenibili ed ha recentemente creato un pigmento nero derivato dagli scarti del legno. Il nero è tradizionalmente prodotto da una base di derivati del petrolio.

Insomma si potrebbe continuare a lungo, in una delle recenti puntate di The Future Of, avevo parlato di due fratelli messicani che realizzano tessuti per borse ed interni di veicoli a partire dal cactus… diciamo che questo è un campo enorme, molto potenziale e va letto all’interno delle logiche di economia circolare, secondo la quale l’output naturale di qualcuno, può diventare un favoloso input per qualcun altro.

Se invece siete tra quelli innamorati della gadgetistica a servizio della tecnologia, il campo dell’abbigliamento è quello che fa per voi. Con un’attenzione tutta particolare però, da tenere neanche troppo sullo sfondo, che è il tema della privacy. I nostri abiti raccoglieranno sempre più dati su di noi, sui nostri gusti, sulle abitudini, sugli spostamenti e sulle nostre performance, andando ad alimentare quel mare magnum di sapere che consentirà, a chi detiene l’informazione, di dare vita al famoso io-algoritmico.

Le aziende produttrici di tessuti intelligenti stanno sviluppando materiali in grado di raccogliere dati come, nel caso della scarpa da basket Nike Adapt BB, se chi la indossa deve modificare l’allacciatura o la calzata per evitare infortuni. In futuro, con la diffusione del 5G, i vestiti funzioneranno come una vera e propria interfaccia, incidendo sul modo in cui comunichiamo con il mondo connesso e tra di noi. 

I vestiti da allenamento Enflux analizzano il corpo di una persona e forniscono immagini 3D a un allenatore digitale. Questa è la nuova esperienza di allenamento personalizzato che molti di noi hanno sognato per tanto tempo. Ma anche senza arrivare a tanto, esistono già capi sportivi che analizzano la posizione del vostro corpo durante gli esercizi e vi dicono se avete tenuto bene la posizione, fatto bene gli affondi o strechato adeguatamente i muscoli durante il riscaldamento. Una combinazione di sensori semplici, come un accelerometro e poco altro, possono aiutarvi a svolgere bene il vostro training e se qualcosa non va, basta una piccola vibrazione della maglietta, simile a quella del vostro smartphone, per farvi capire che dovete correggere qualcosa.

Se invece volete usare i vestiti per aiutarvi a dormire meglio, niente di più facile. Omsignal ha creato un abbigliamento attivo, da lavoro e da notte che raccoglie una serie di dati di tipo medico senza che chi lo indossa se ne accorga nemmeno. I suoi reggiseni, le t-shirt e le camicie sono realizzati in tessuto elasticizzato intelligente con sensori di ECG, respirazione e attività fisica, posizionati in modo strategico. Il dato viene raccolto, mandato nel cloud, et voilà, vi potete accedere per imparare qualcosa di più su voi stessi.

Un progetto tra Google ed il famoso marchio Levi’s, ci ha già regalato una giacca super tecnologica che al solo tocco della manica vi consente di rispondere al telefono o inviare delle notifiche. Un’etichetta a scatto sul bracciale interno del polsino consente all’utente di conoscere le informazioni in arrivo, come per esempio una telefonata, facendo lampeggiare una luce sulla manica e utilizzando un semplice feedback tattile per farla vibrare.

E se per misurare i vostri passi siete ancora tra quelli che, come me, hanno un vecchio Fitbit, dovreste esplorare Sensoria, una linea di calzini sportivi che fa esattamente la stessa cosa.

Se poi volete diventare una sorta di social network ambulante, potreste dare un’occhiata ai prodotti di Cute Circuit, una casa di abbigliamento che produce borse ed abiti con dei display sui quali potete proiettare i vostri tweet o tutto quanto riguarda un certo hashtag a vostra scelta. Sempre che nel 2040 avremo ancora Twitter ed useremo i social come facciamo oggi. Ma questo è tutto un altro argomento.

Alcune visioni sperimentali invece portano verso una vera e propria “fusione” tra tessuti e pelle umana, attraverso dei vestiti che sotto forma di spray possono essere letteralmente spruzzati sul corpo. L’idea recentemente è appena diventata un po’ meno inverosimile. Una miscela liquida sviluppata dall’Imperial College di Londra e da un’azienda chiamata Fabrican, permette di spruzzare i vestiti direttamente sul corpo, utilizzando un aerografo.

Dopo che lo spray si asciuga, crea un sottile strato di tessuto che può essere lavato via quando non serve più. Faccio fatica a pensare che con questa tecnologia ci si possa vestire da soli, probabilmente servirebbe una damigella come nei tempi antichi o un esperto che ti aiuta, ma sicuramente il risultato sarebbe qualcosa di davvero unico e personalizzato. Sempre che poi il suo vero uso non sia legato alla moda, quanto alla medicina, cioè all’idea di spruzzare sul corpo tessuti e sostanze che hanno una qualche proprietà curativa, il che probabilmente sarebbe anche più utile. 

Ma il vero breakthrough tecnologico lo raggiungeremo quando gli abiti saranno in grado di trasformare il movimento naturale del corpo in energia, utile per alimentare i vari dispositivi che ci portiamo dietro. Qualcuno chiama questo fenomeno “power dressing”, anche se, per ora, è stato affrontato attraverso micro batterie inserite nel tessuto o, con poca fantasia, grazie a pannelli solari cuciti sulla schiena.

La generazione di piccole correnti elettriche con il movimento di singoli strati di tessuto, che è lo stesso effetto che si ottiene quando si strofina un pettine contro un maglione, si chiama carica triboelettrica, ed è questo fenomeno che permette ai materiali di diventare elettricamente carichi mentre si strofinano l’uno contro l’altro.

Inserendo strati di materiali diversi tra due elettrodi conduttori, le persone possono generare alcuni microwatt di potenza ogni volta che si muovono. Con ulteriori studi e la giusta generazione di potenza, sarà possibile ricaricare alcuni dei device che di solito teniamo in tasca.


Insomma il futuro appare ricco di potenzialità, anche se molte tecnologie sembrano essere ancora agli albori o decisamente sperimentali. Ed in ogni caso non smetterei mai di ricordare una frase di quel genio italico che rispondeva al nome di Gianfranco Ferrè, che diceva “Di solito il modo di vestire appartiene al senso di dignità che l’individuo ha di se stesso”.

 

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